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La mano di Fatima

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2Apparentemente solo un romanzo storico in realtà è molto di più. “La vita è un cammino faticoso”, e come il protagonista ripete spesso: “perché la morte è una lunga attesa”. Ambientato in quella magica terra che è l’Andalusia, negli ultimi decenni prima della definitiva reconquista per mano dei sovrani cattolici Isabella e Ferdinando, la storia si dipana in quell’incanto allo stato puro che tutt’ oggi è caratteristico del favoloso triangolo Granada, Cordova e Siviglia. Novecento pagine di una storia infinita ed esteriormente tortuosa ma che in realtà è costruita con una precisa metodica fatta di pulsanti e pertinenti storie di battaglie, lotte per la vita, vendette razziali e afflato religioso. L’autore raccoglie e dona trasfigurata l’essenza andalusa al lettore che resta come imprigionato nella costruzione narrativa. Grazie ad una trama straripante di notizie ed ancor più di emozioni il lettore pur non potendosi sottrarre al ritmo serrato imposto dalla penna dell’autore viene al contempo infettato dal tarlo della ricerca personale. L’essenza andalusa nasce dalla mescolanza di varie razze ed è proprio all’interno di questo contesto storico-culturale che il lettore rinviene non solo date ed avvenimenti dimenticati, dopo l’abbandono dei banchi di scuola, ma anche peculiarità dell’indole umana – la menzogna per sopravvivere nel compromesso, la passione per vivere le relazioni più strette, la fede per agire e nutrire la propria speranza – che ancora oggi sono il nocciolo di tanti problemi irrisolti e gravosi. L’autore, come una sapiente madre che nutre ed incoraggia con sorrisi e parole ben scelte l’entusiasmo che accompagna i primi passi del proprio bambino, invoglia il lettore con irresistibile coinvolgimento a riconsiderare valori e dinamiche di relazione ritenuti inossidabili e perfetti. Basti pensare che è universalmente riconosciuto che di per sé la menzogna è sbagliata e la scoperta di una bugia mette sempre in discussione l’integrità del mentitore: basta una sola menzogna a distruggere una reputazione. Eppure è sotto gli occhi di tutti come nelle due arti del governo e della politica, fra loro connesse, il saper usare in modo giudiziosamente parsimonioso la verità fa parte dei ferri del mestiere. Riconosciamo la necessità di essere evasivi e di giocare sull’ambiguità e la simulazione; ammettiamo persino l’opportunità di ricorrere a falsità belle e buone, e consideriamo ingenuo chiunque sostenga il contrario. Scendendo sul piano privato la linea è la medesima. Ci sono i fervidi sostenitori della menzogna che affermano che senza di essa gli individui non avrebbero alcuna privacy interiore o addirittura che se una bugia fa più bene che male, allora è giustificata. Secondo Platone invece, le menzogne non sono solo un male in se stesse, ma contaminano l’anima di chi le pronuncia, pertanto egli difendeva una posizione senza compromessi e sosteneva che in una vita morale c’è spazio solo per la verità. A tormentare chi, come Platone, trova inaccettabile la menzogna, a prescindere dalle sue conseguenze benefiche e pseudo-tutelatrici è questo: per mentire occorre conoscere la verità ma decidere deliberatamente di comunicare l’esatto opposto. Dal canto suo Nietzsche affermava che il fatto che la menzogna sia necessaria nella vita è parte integrante della natura, e anche se terribile e discutibile, dell’esistenza. Il fatto che la menzogna sia necessaria la dice lunga sulla vita, e non in termini lusinghieri. Implica infatti che le relazioni umane non siano mai autenticamente libere dal disagio e dalla tensione che vi introducono la suscettibilità, la gelosia e l’incertezza. Il disagio e l’incertezza nell’esistenza sono veramente come l’ultima spiaggia di ciò che un essere umano può sostenere. Infatti in condizioni estreme l’uomo attiva tutte le strategie per venire a galla da una condizione di confine accettando spesso tragici compromessi. È ben noto che quasi sempre esistono almeno due modi, diametralmente opposti, di considerare uno stesso problema umano. È quasi inutile menzionare i rischi insiti nel non riuscire a scendere a compromessi: in qualsiasi ambito, grande o piccolo che sia. Un proverbio ci ricorda che: “E’ meglio perdere la sella che il cavallo”. Il fatto che un dato compromesso sia appropriato o no in una determinata circostanza dipende interamente dalla posta in gioco. Fra Stati e nazioni, per esempio, è raro che l’accordo sia impossibile, e l’accomodamento è quasi sempre una scelta migliore rispetto ad alternative quali una guerra doganale o uno scontro militare aperto. Nella vita privata il compromesso può portare, a seconda dei casi, salvezza o distruzione. Più insidioso di tutti è il compromesso al quale l’individuo scende con se stesso quando le ambizioni vacillano ed egli comincia “ad accettare i propri limiti”, espressione che molto spesso non denota un obbiettivo discernimento delle proprie capacità quanto piuttosto un ripiegare sfiniti di fronte al fallimento. Unamuno sosteneva che tutti noi potremmo essere geni ed eroi, se solo avessimo il coraggio e fossimo disposti ad affrontare la fatica necessari per diventarlo. Dunque forse – come tratteggia magistralmente Falcones attraverso il suo personaggio principale Ibn Amid/Hernando, frutto dello stupro di un sacerdote su di una schiava islamica – l’unico compromesso che non dovremmo mai accettare è quello con la vita. La passione con cui Hernando affronta la vita è pervasiva e totalizzante. Per il protagonista la passione è l’unico sentimento governatore dell’universo. Dalle più piccole azioni, quelle che potrebbero essere definite piccolezze del agire quotidiano, fino alle decisioni più importanti sono tutte dominate dalla passione. “Perché la morte è una lunga attesa”. E per un mezzosangue come lui nulla può essere scartato tutto ha un valore intrinseco e parla dell’amore di dio e del dovere della creatura umana di corrispondere rendendo grazie attraverso il suo coinvolgimento totale. Alcuni fedeli religiosi si sentono così battaglieri e ostili verso chi mette in dubbio o respinge le loro amate credenze da essere pronti a ricorrere all’omicidio e perfino alla strage indiscriminata: ciò accade ovunque che il fanatismo si mescoli al risentimento e all’ignoranza per produrre una miscela, traboccante di odio, che anima le azioni compiute in nome della fede. “Per la fede io muoio, per il dogma io uccido”, recitavano/no gli slogan; il problema è che ogni fede è basata sul dogma (proprio). L’attenzione qui proposta dall’autore è particolarmente sottile. Le credenze religiose, tutte, avanzano due pretese di esclusività: la verità e la bontà (ciascuno cataloga se tra i buoni e gli altri i cattivi). Al contempo però le credenze religiose hanno sempre ed ovunque portato con sé guerra, intolleranza e persecuzione, e hanno distorto la natura umana facendole assumere forme false e artificiose. Alcuni cercano di minimizzare o addirittura giustificare i crimini commessi dalla religione nella storia umana invocando l’arte e la musica meravigliose da essa prodotte; qui però si può obbiettare rispondendo che la mitologia greca e le vocazioni artistiche laiche hanno fatto lo stesso, senza tuttavia condannare nessuno a morte. Interessante la figura del funzionario ebreo che serve fedelmente ciascun incarico di missiva; senza fare distinzioni, senza esprimere giudizi svolge il suo lavoro e dalla storia che prende il soppravvento – sempre – sulle vicende dei singoli uomini lui trae la più grande delle ricchezze, la saggezza. La microstoria, quella dei protagonisti, tanto quanto la macrostoria quella che riguarda la penisola iberica – la convivenza tra islam, cristianesimo ed ebraismo – vengono trattati con sapiente suspence affinché il lettore non demorda un solo attimo dal chiedersi sé è vero e quanto è esatto ciò che scorre sotto i propri occhi. L’autore, avvocato civilista, ricostruisce sapientemente un periodo di turbolenta storia spagnola, mostrandoci come allora, nel 1500, cattolici e mussulmani, si scontrassero brutalmente facendo si che la falsa “causa religiosa” celasse motivazioni ben più materiali e profondamente radicate “dietro” tali contrapposizioni di “fede”. Tuttavia proprio attraverso la descrizione particolareggiata di questi combattimenti che l’autore stimola un’ultima riflessione; quella sulla tolleranza. È mai nata veramente, è mai esistita magari nel passato e andrebbe riscoperta? Oppure è un concetto astratto e ancora oggi privo di realizzazione? La tolleranza, oggi considerata uno dei valori etici più alti, non ha la sua origine nel Medioevo, bensì in età moderna. Tuttavia il rispetto interetnico e interreligioso, che era una premessa allo sviluppo dell’idea di tolleranza, è stato praticato, a vari livelli già nel Medioevo; e ciò particolarmente in regioni multietniche e multiculturali come la Spagna e anche l’Italia meridionale. Nella coesistenza, ma anche nelle dispute tra gli appartenenti alle grandi religioni, tutte nate nel Mediterraneo, l’ebraismo, il cristianesimo e l’islam, si è preso coscienza della pluralità delle esperienze religiose che trovarono un elemento comune nel credo di un unico Dio creatore. I personaggi belligeranti del romanzo richiamano spesso a questo passato più umano e anche più fiorente, però lo fanno nel rammarico e nel dolore del loro presente. La scoperta delle Americhe nel 1492 che segna convenzionalmente la fine dell’età medievale, li aveva già resi e ridotti a rotelle invisibili di quel grande ingranaggio di eventi che oggi definiamo la Storia dell’età moderna.

E. Simonetti
Ha conseguito il Baccalaureato in S. Teologia presso l'Istituto Teologico Abruzzese-Molisano di Chieti affiliato alla Pontificia Università Lateranense - Roma.

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2Apparentemente solo un romanzo storico in realtà è molto di più. “La vita è un cammino faticoso”, e come il protagonista ripete spesso: “perché la morte è una lunga attesa”. Ambientato in quella magica terra che è l’Andalusia, negli ultimi decenni prima della definitiva reconquista per mano dei sovrani cattolici Isabella e Ferdinando, la storia si dipana in quell’incanto allo stato puro che tutt’ oggi è caratteristico del favoloso triangolo Granada, Cordova e Siviglia. Novecento pagine di una storia infinita ed esteriormente tortuosa ma che in realtà è costruita con una precisa metodica fatta di pulsanti e pertinenti storie di battaglie, lotte per la vita, vendette razziali e afflato religioso. L’autore raccoglie e dona trasfigurata l’essenza andalusa al lettore che resta come imprigionato nella costruzione narrativa. Grazie ad una trama straripante di notizie ed ancor più di emozioni il lettore pur non potendosi sottrarre al ritmo serrato imposto dalla penna dell’autore viene al contempo infettato dal tarlo della ricerca personale. L’essenza andalusa nasce dalla mescolanza di varie razze ed è proprio all’interno di questo contesto storico-culturale che il lettore rinviene non solo date ed avvenimenti dimenticati, dopo l’abbandono dei banchi di scuola, ma anche peculiarità dell’indole umana – la menzogna per sopravvivere nel compromesso, la passione per vivere le relazioni più strette, la fede per agire e nutrire la propria speranza – che ancora oggi sono il nocciolo di tanti problemi irrisolti e gravosi. L’autore, come una sapiente madre che nutre ed incoraggia con sorrisi e parole ben scelte l’entusiasmo che accompagna i primi passi del proprio bambino, invoglia il lettore con irresistibile coinvolgimento a riconsiderare valori e dinamiche di relazione ritenuti inossidabili e perfetti. Basti pensare che è universalmente riconosciuto che di per sé la menzogna è sbagliata e la scoperta di una bugia mette sempre in discussione l’integrità del mentitore: basta una sola menzogna a distruggere una reputazione. Eppure è sotto gli occhi di tutti come nelle due arti del governo e della politica, fra loro connesse, il saper usare in modo giudiziosamente parsimonioso la verità fa parte dei ferri del mestiere. Riconosciamo la necessità di essere evasivi e di giocare sull’ambiguità e la simulazione; ammettiamo persino l’opportunità di ricorrere a falsità belle e buone, e consideriamo ingenuo chiunque sostenga il contrario. Scendendo sul piano privato la linea è la medesima. Ci sono i fervidi sostenitori della menzogna che affermano che senza di essa gli individui non avrebbero alcuna privacy interiore o addirittura che se una bugia fa più bene che male, allora è giustificata. Secondo Platone invece, le menzogne non sono solo un male in se stesse, ma contaminano l’anima di chi le pronuncia, pertanto egli difendeva una posizione senza compromessi e sosteneva che in una vita morale c’è spazio solo per la verità. A tormentare chi, come Platone, trova inaccettabile la menzogna, a prescindere dalle sue conseguenze benefiche e pseudo-tutelatrici è questo: per mentire occorre conoscere la verità ma decidere deliberatamente di comunicare l’esatto opposto. Dal canto suo Nietzsche affermava che il fatto che la menzogna sia necessaria nella vita è parte integrante della natura, e anche se terribile e discutibile, dell’esistenza. Il fatto che la menzogna sia necessaria la dice lunga sulla vita, e non in termini lusinghieri. Implica infatti che le relazioni umane non siano mai autenticamente libere dal disagio e dalla tensione che vi introducono la suscettibilità, la gelosia e l’incertezza. Il disagio e l’incertezza nell’esistenza sono veramente come l’ultima spiaggia di ciò che un essere umano può sostenere. Infatti in condizioni estreme l’uomo attiva tutte le strategie per venire a galla da una condizione di confine accettando spesso tragici compromessi. È ben noto che quasi sempre esistono almeno due modi, diametralmente opposti, di considerare uno stesso problema umano. È quasi inutile menzionare i rischi insiti nel non riuscire a scendere a compromessi: in qualsiasi ambito, grande o piccolo che sia. Un proverbio ci ricorda che: “E’ meglio perdere la sella che il cavallo”. Il fatto che un dato compromesso sia appropriato o no in una determinata circostanza dipende interamente dalla posta in gioco. Fra Stati e nazioni, per esempio, è raro che l’accordo sia impossibile, e l’accomodamento è quasi sempre una scelta migliore rispetto ad alternative quali una guerra doganale o uno scontro militare aperto. Nella vita privata il compromesso può portare, a seconda dei casi, salvezza o distruzione. Più insidioso di tutti è il compromesso al quale l’individuo scende con se stesso quando le ambizioni vacillano ed egli comincia “ad accettare i propri limiti”, espressione che molto spesso non denota un obbiettivo discernimento delle proprie capacità quanto piuttosto un ripiegare sfiniti di fronte al fallimento. Unamuno sosteneva che tutti noi potremmo essere geni ed eroi, se solo avessimo il coraggio e fossimo disposti ad affrontare la fatica necessari per diventarlo. Dunque forse – come tratteggia magistralmente Falcones attraverso il suo personaggio principale Ibn Amid/Hernando, frutto dello stupro di un sacerdote su di una schiava islamica – l’unico compromesso che non dovremmo mai accettare è quello con la vita. La passione con cui Hernando affronta la vita è pervasiva e totalizzante. Per il protagonista la passione è l’unico sentimento governatore dell’universo. Dalle più piccole azioni, quelle che potrebbero essere definite piccolezze del agire quotidiano, fino alle decisioni più importanti sono tutte dominate dalla passione. “Perché la morte è una lunga attesa”. E per un mezzosangue come lui nulla può essere scartato tutto ha un valore intrinseco e parla dell’amore di dio e del dovere della creatura umana di corrispondere rendendo grazie attraverso il suo coinvolgimento totale. Alcuni fedeli religiosi si sentono così battaglieri e ostili verso chi mette in dubbio o respinge le loro amate credenze da essere pronti a ricorrere all’omicidio e perfino alla strage indiscriminata: ciò accade ovunque che il fanatismo si mescoli al risentimento e all’ignoranza per produrre una miscela, traboccante di odio, che anima le azioni compiute in nome della fede. “Per la fede io muoio, per il dogma io uccido”, recitavano/no gli slogan; il problema è che ogni fede è basata sul dogma (proprio). L’attenzione qui proposta dall’autore è particolarmente sottile. Le credenze religiose, tutte, avanzano due pretese di esclusività: la verità e la bontà (ciascuno cataloga se tra i buoni e gli altri i cattivi). Al contempo però le credenze religiose hanno sempre ed ovunque portato con sé guerra, intolleranza e persecuzione, e hanno distorto la natura umana facendole assumere forme false e artificiose. Alcuni cercano di minimizzare o addirittura giustificare i crimini commessi dalla religione nella storia umana invocando l’arte e la musica meravigliose da essa prodotte; qui però si può obbiettare rispondendo che la mitologia greca e le vocazioni artistiche laiche hanno fatto lo stesso, senza tuttavia condannare nessuno a morte. Interessante la figura del funzionario ebreo che serve fedelmente ciascun incarico di missiva; senza fare distinzioni, senza esprimere giudizi svolge il suo lavoro e dalla storia che prende il soppravvento – sempre – sulle vicende dei singoli uomini lui trae la più grande delle ricchezze, la saggezza. La microstoria, quella dei protagonisti, tanto quanto la macrostoria quella che riguarda la penisola iberica – la convivenza tra islam, cristianesimo ed ebraismo – vengono trattati con sapiente suspence affinché il lettore non demorda un solo attimo dal chiedersi sé è vero e quanto è esatto ciò che scorre sotto i propri occhi. L’autore, avvocato civilista, ricostruisce sapientemente un periodo di turbolenta storia spagnola, mostrandoci come allora, nel 1500, cattolici e mussulmani, si scontrassero brutalmente facendo si che la falsa “causa religiosa” celasse motivazioni ben più materiali e profondamente radicate “dietro” tali contrapposizioni di “fede”. Tuttavia proprio attraverso la descrizione particolareggiata di questi combattimenti che l’autore stimola un’ultima riflessione; quella sulla tolleranza. È mai nata veramente, è mai esistita magari nel passato e andrebbe riscoperta? Oppure è un concetto astratto e ancora oggi privo di realizzazione? La tolleranza, oggi considerata uno dei valori etici più alti, non ha la sua origine nel Medioevo, bensì in età moderna. Tuttavia il rispetto interetnico e interreligioso, che era una premessa allo sviluppo dell’idea di tolleranza, è stato praticato, a vari livelli già nel Medioevo; e ciò particolarmente in regioni multietniche e multiculturali come la Spagna e anche l’Italia meridionale. Nella coesistenza, ma anche nelle dispute tra gli appartenenti alle grandi religioni, tutte nate nel Mediterraneo, l’ebraismo, il cristianesimo e l’islam, si è preso coscienza della pluralità delle esperienze religiose che trovarono un elemento comune nel credo di un unico Dio creatore. I personaggi belligeranti del romanzo richiamano spesso a questo passato più umano e anche più fiorente, però lo fanno nel rammarico e nel dolore del loro presente. La scoperta delle Americhe nel 1492 che segna convenzionalmente la fine dell’età medievale, li aveva già resi e ridotti a rotelle invisibili di quel grande ingranaggio di eventi che oggi definiamo la Storia dell’età moderna.

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