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La liturgia della Parola

Nella liturgia della parola noi siamo come la Maddalena che, accanto al sepolcro vuoto, incontra il Signore e riceve l’annuncio più sconvolgente della vita: «È risorto!».

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di: Elide Siviero

Don Ubaldo è un po’ scosso: un suo confratello gli ha detto che, quando ha tanti bambini a messa, salta la seconda lettura, per fare un’omelia più distesa, con un linguaggio adatto ai piccoli. Lui queste cose non se la sente di farle: la parola di Dio è più importante di quello che lui può dire. Questa cosa di attualizzare la Scrittura gli suona strana, e ha ragione.

Abbiamo definito i Riti di introduzione “riti della soglia” usando l’immagine dell’ingresso. Per la liturgia della Parola l’immagine appropriata è quella di un luogo nel quale la parola di Dio parla alla Chiesa. Infatti, la parola di Dio è viva solo nella liturgia. È presenza sacramentale di Cristo. Questa prima sottolineatura è importantissima: è sempre Cristo risorto che dona alla sua Chiesa la Rivelazione. La risurrezione è la chiave di interpretazione di tutte le Scritture.

La suddivisione fra liturgia della Parola e liturgia eucaristica non deve trarre in inganno: non si tratta di due mense, quella della Parola e quella del pane. Non esiste che un’unica mensa, un’unica celebrazione in cui la Parola permette di riconoscere nell’eucaristia il Risorto che ha parlato.

Nella liturgia della parola noi siamo come la Maddalena che, accanto al sepolcro vuoto, incontra il Signore e riceve l’annuncio più sconvolgente della vita: «È risorto!». Tutto è misticamente trasfigurato.

Non è un rito in cui si parla di Dio. Non è uno zibaldone di testi sacri da cui dedurre un’omelia, ma è l’evento nel quale Dio, per mezzo del suo Verbo, Cristo, parla alla sua diletta sposa, la Chiesa. Non si va a messa per imparare qualcosa, per conoscere dei brani della Bibbia, per sentire una bella predica e avere dei buoni spunti di riflessione, ma solo per celebrare Cristo morto e risorto.

Il vertice è nel Vangelo, letto dall’Evangelario che dall’altare ha presieduto la liturgia della Parola e poi è stato portato con canti e profumi a quel luogo speciale, l’ambone, che abbiamo visto essere simbolo della tomba vuota. Dall’alto dell’ambone la Parola scende sull’assemblea come pioggia che feconda la terra, secondo la profezia di Isaia (cf. Is 55). Il cuore della liturgia della Parola è il bacio al Vangelo: il bacio tra lo Sposo e la sua Sposa, segno dell’amore nuziale che unisce il Risorto alla sua Chiesa.

Tutto questo ci fa capire che, nella liturgia, la lettura della Parola non ha uno scopo istruttivo, ma sacramentale: è lui, il Risorto, che realmente ci parla.

Infatti, la parola di Dio è viva non quando la spiegano i biblisti o nell’omelia o nella catechesi: è viva solo nella liturgia, perché è solo lì che Cristo la dice a noi. Don Ubaldo ha ragione a non voler ridurre le letture.

La liturgia della parola ha inizio con un gesto, con un atteggiamento del nostro corpo: non inizia con la prima lettura, ma con il sedersi che indica stare saldi, pensare profondamente, raccogliersi e prestare attenzione per ascoltare Lui. Quando mio marito mi deve dire qualcosa di importante, premette: «Siediti che devo parlarti».

Non ci si siede per stare comodi, ma perché qualcosa di importante sta per essere detto e donato alla Sposa. Infatti il Messale precisa: «Nelle letture Dio parla al suo popolo, gli manifesta il mistero della redenzione e della salvezza e offre un nutrimento spirituale; Cristo stesso è presente, per mezzo della sua Parola, tra i fedeli. Il popolo fa propria questa Parola divina con il silenzio e i canti, e vi aderisce con la professione di fede. Così nutrito, prega nell’orazione universale per le necessità di tutta la Chiesa e per la salvezza del mondo intero» (PNMR 55).

Tutto questo avviene in un luogo preciso: l’ambone, simbolo della pietra rovesciata dal sepolcro vuoto, segno splendente della risurrezione. Questo dovrebbe essere il luogo più alto dal quale il Risorto e solo lui parla, mentre tutti sono più in basso per ricevere la sua parola.

Anticamente anche colui che presiedeva, durante la celebrazione della liturgia della parola stava nell’aula liturgica, proprio perché solo la parola di Dio fosse più in alto. Il diacono che legge il Vangelo, in questa dinamica simbolica, è allora l’angelo che, dalla tomba vuota, annuncia alle donne che Gesù è risorto. Per questo il diacono canta il Vangelo: perché stiamo celebrando un evento, non imparando qualcosa.

Dovremmo arrivare alla liturgia conoscendo i testi e le parole che verranno lette per riconoscere, in quelle frasi che già sappiamo, la presenza di Colui che è sempre con noi.

La liturgia della Parola è in qualche modo il profumo della risurrezione che continua a raggiungere tutti gli uomini, in tutti i tempi. Vedremo la volta prossima in dettaglio i vari momenti di questa parte della celebrazione.

Originale: Settimana News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
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Don Ubaldo è un po’ scosso: un suo confratello gli ha detto che, quando ha tanti bambini a messa, salta la seconda lettura, per fare un’omelia più distesa, con un linguaggio adatto ai piccoli. Lui queste cose non se la sente di farle: la parola di Dio è più importante di quello che lui può dire. Questa cosa di attualizzare la Scrittura gli suona strana, e ha ragione.

Abbiamo definito i Riti di introduzione “riti della soglia” usando l’immagine dell’ingresso. Per la liturgia della Parola l’immagine appropriata è quella di un luogo nel quale la parola di Dio parla alla Chiesa. Infatti, la parola di Dio è viva solo nella liturgia. È presenza sacramentale di Cristo. Questa prima sottolineatura è importantissima: è sempre Cristo risorto che dona alla sua Chiesa la Rivelazione. La risurrezione è la chiave di interpretazione di tutte le Scritture.

La suddivisione fra liturgia della Parola e liturgia eucaristica non deve trarre in inganno: non si tratta di due mense, quella della Parola e quella del pane. Non esiste che un’unica mensa, un’unica celebrazione in cui la Parola permette di riconoscere nell’eucaristia il Risorto che ha parlato.

Nella liturgia della parola noi siamo come la Maddalena che, accanto al sepolcro vuoto, incontra il Signore e riceve l’annuncio più sconvolgente della vita: «È risorto!». Tutto è misticamente trasfigurato.

Non è un rito in cui si parla di Dio. Non è uno zibaldone di testi sacri da cui dedurre un’omelia, ma è l’evento nel quale Dio, per mezzo del suo Verbo, Cristo, parla alla sua diletta sposa, la Chiesa. Non si va a messa per imparare qualcosa, per conoscere dei brani della Bibbia, per sentire una bella predica e avere dei buoni spunti di riflessione, ma solo per celebrare Cristo morto e risorto.

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Il vertice è nel Vangelo, letto dall’Evangelario che dall’altare ha presieduto la liturgia della Parola e poi è stato portato con canti e profumi a quel luogo speciale, l’ambone, che abbiamo visto essere simbolo della tomba vuota. Dall’alto dell’ambone la Parola scende sull’assemblea come pioggia che feconda la terra, secondo la profezia di Isaia (cf. Is 55). Il cuore della liturgia della Parola è il bacio al Vangelo: il bacio tra lo Sposo e la sua Sposa, segno dell’amore nuziale che unisce il Risorto alla sua Chiesa.

Tutto questo ci fa capire che, nella liturgia, la lettura della Parola non ha uno scopo istruttivo, ma sacramentale: è lui, il Risorto, che realmente ci parla.

Infatti, la parola di Dio è viva non quando la spiegano i biblisti o nell’omelia o nella catechesi: è viva solo nella liturgia, perché è solo lì che Cristo la dice a noi. Don Ubaldo ha ragione a non voler ridurre le letture.

La liturgia della parola ha inizio con un gesto, con un atteggiamento del nostro corpo: non inizia con la prima lettura, ma con il sedersi che indica stare saldi, pensare profondamente, raccogliersi e prestare attenzione per ascoltare Lui. Quando mio marito mi deve dire qualcosa di importante, premette: «Siediti che devo parlarti».

Non ci si siede per stare comodi, ma perché qualcosa di importante sta per essere detto e donato alla Sposa. Infatti il Messale precisa: «Nelle letture Dio parla al suo popolo, gli manifesta il mistero della redenzione e della salvezza e offre un nutrimento spirituale; Cristo stesso è presente, per mezzo della sua Parola, tra i fedeli. Il popolo fa propria questa Parola divina con il silenzio e i canti, e vi aderisce con la professione di fede. Così nutrito, prega nell’orazione universale per le necessità di tutta la Chiesa e per la salvezza del mondo intero» (PNMR 55).

Tutto questo avviene in un luogo preciso: l’ambone, simbolo della pietra rovesciata dal sepolcro vuoto, segno splendente della risurrezione. Questo dovrebbe essere il luogo più alto dal quale il Risorto e solo lui parla, mentre tutti sono più in basso per ricevere la sua parola.

Anticamente anche colui che presiedeva, durante la celebrazione della liturgia della parola stava nell’aula liturgica, proprio perché solo la parola di Dio fosse più in alto. Il diacono che legge il Vangelo, in questa dinamica simbolica, è allora l’angelo che, dalla tomba vuota, annuncia alle donne che Gesù è risorto. Per questo il diacono canta il Vangelo: perché stiamo celebrando un evento, non imparando qualcosa.

Dovremmo arrivare alla liturgia conoscendo i testi e le parole che verranno lette per riconoscere, in quelle frasi che già sappiamo, la presenza di Colui che è sempre con noi.

La liturgia della Parola è in qualche modo il profumo della risurrezione che continua a raggiungere tutti gli uomini, in tutti i tempi. Vedremo la volta prossima in dettaglio i vari momenti di questa parte della celebrazione.

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