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La liturgia ad abbonamento

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di: Marcello Neri

In un breve articolo Lucetta Scaraffia ha denunciato che “alla sottovalutazione della liturgia ha contribuito anche – bisogna riconoscerlo – l’immediata adesione delle gerarchie ecclesiastiche alla richiesta di sospendere i riti pubblici, senza neppure il tentativo di proporre altre strade per consentire almeno la partecipazione a qualche celebrazione. Come se i vescovi non credessero che le liturgie non potessero essere di aiuto in quel momento di paura e di sgomento, come se anch’essi pensassero che questa dimensione della vita cristiana non avesse più diritti davanti al virus”.

Se solo abbiamo una vaga memoria di quanto accadeva in Italia tra fine inverno e inizio primavera del 2020, il giudizio – oltre a essere ritrito – appare quantomeno ingeneroso. Anche falso, rispetto a comunità locali che si sono ingegnate a celebrare nonostante tutto – certo, in maniera inedita e non convenzionale.

La fede cristiana è stata celebrata anche in quei giorni, dove e come credo che in momenti della storia come questi sia questione del tutto marginale. Il nodo è quello di apprendere come innestare quella celebrazione sul ritmo settimanale dell’assemblea domenicale, riunita insieme per l’eucaristia.

Ma, forse, anche qui si potrebbe fare un ulteriore distinguo: la liturgia della fede non è solo la celebrazione domenicale dell’eucaristia – presieduta dal ministero ordinato. Lo sbilanciamento eucaristico nella comprensione dell’agire liturgico della fede cattolica chiede una qualche riflessione all’altezza del patrimonio celebrativo che ci tramandiamo di generazione in generazione.

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Tenendo poi ben in vista il paradosso che ancora non riusciamo a scrollarci di dosso: agli inizi del cristianesimo l’eucaristia era gelosamente custodita come l’arcano della fede a cui partecipavano solo gli iniziati alla sequela; oggi è l’unico momento in cui si può entrare nel Vangelo senza che ti venga chiesta una qualche sorta di iscrizione al club parrocchiale – entri, ti siedi, ascolti, preghi, e poi torni alla tua vita.

La “colpa” del congedo dalla liturgia, sempre secondo Scaraffia, “non è solo della secolarizzazione che avanza, ma anche di liturgie trasandate, di sacerdoti che celebrano senza metterci il cuore, e soprattutto di omelie lunghe, noiose, francamente insopportabili”.

A parte il clericalismo soggiacente a questa interpretazione delle cose, mi sembra che la “liturgia trasandata” di cui tanto si parla oggi sia semplicemente un luogo comune – questo sì diventato francamente insopportabile. Nella mia esperienza la liturgia trasandata mi sembra essere più una eccezione che la regola: generalmente si celebra con dignità, magari in maniera semplice e sobria – ma certo degna.

Credo che per gli esteti liturgici trovarsi davanti alla scena della cena di Gesù con i suoi sarebbe un duro colpo al cuore della loro sensibilità liturgica. Eppure, è proprio questo che facciamo ogni domenica in nome di Lui: pane, vino, Parola e la dura vita di tutti i giorni – niente di più, niente di meno.

Certo, la scena della liturgia eucaristica è di tutti e non solo del prete (ma li abbiamo tirati su facendo credere loro il contrario); ed è tutta la comunità riunita a portare il peso della responsabilità per un celebrazione che sia memoria di Lui. A una comunità parrocchiale e alla sua celebrazione non ci si abbona a gradimento come a Sky, ma la si edifica tutti insieme – con pazienza e passione.

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Originale: Settimana News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica
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In un breve articolo Lucetta Scaraffia ha denunciato che “alla sottovalutazione della liturgia ha contribuito anche – bisogna riconoscerlo – l’immediata adesione delle gerarchie ecclesiastiche alla richiesta di sospendere i riti pubblici, senza neppure il tentativo di proporre altre strade per consentire almeno la partecipazione a qualche celebrazione. Come se i vescovi non credessero che le liturgie non potessero essere di aiuto in quel momento di paura e di sgomento, come se anch’essi pensassero che questa dimensione della vita cristiana non avesse più diritti davanti al virus”.

Se solo abbiamo una vaga memoria di quanto accadeva in Italia tra fine inverno e inizio primavera del 2020, il giudizio – oltre a essere ritrito – appare quantomeno ingeneroso. Anche falso, rispetto a comunità locali che si sono ingegnate a celebrare nonostante tutto – certo, in maniera inedita e non convenzionale.

La fede cristiana è stata celebrata anche in quei giorni, dove e come credo che in momenti della storia come questi sia questione del tutto marginale. Il nodo è quello di apprendere come innestare quella celebrazione sul ritmo settimanale dell’assemblea domenicale, riunita insieme per l’eucaristia.

Ma, forse, anche qui si potrebbe fare un ulteriore distinguo: la liturgia della fede non è solo la celebrazione domenicale dell’eucaristia – presieduta dal ministero ordinato. Lo sbilanciamento eucaristico nella comprensione dell’agire liturgico della fede cattolica chiede una qualche riflessione all’altezza del patrimonio celebrativo che ci tramandiamo di generazione in generazione.

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Tenendo poi ben in vista il paradosso che ancora non riusciamo a scrollarci di dosso: agli inizi del cristianesimo l’eucaristia era gelosamente custodita come l’arcano della fede a cui partecipavano solo gli iniziati alla sequela; oggi è l’unico momento in cui si può entrare nel Vangelo senza che ti venga chiesta una qualche sorta di iscrizione al club parrocchiale – entri, ti siedi, ascolti, preghi, e poi torni alla tua vita.

La “colpa” del congedo dalla liturgia, sempre secondo Scaraffia, “non è solo della secolarizzazione che avanza, ma anche di liturgie trasandate, di sacerdoti che celebrano senza metterci il cuore, e soprattutto di omelie lunghe, noiose, francamente insopportabili”.

A parte il clericalismo soggiacente a questa interpretazione delle cose, mi sembra che la “liturgia trasandata” di cui tanto si parla oggi sia semplicemente un luogo comune – questo sì diventato francamente insopportabile. Nella mia esperienza la liturgia trasandata mi sembra essere più una eccezione che la regola: generalmente si celebra con dignità, magari in maniera semplice e sobria – ma certo degna.

Credo che per gli esteti liturgici trovarsi davanti alla scena della cena di Gesù con i suoi sarebbe un duro colpo al cuore della loro sensibilità liturgica. Eppure, è proprio questo che facciamo ogni domenica in nome di Lui: pane, vino, Parola e la dura vita di tutti i giorni – niente di più, niente di meno.

Certo, la scena della liturgia eucaristica è di tutti e non solo del prete (ma li abbiamo tirati su facendo credere loro il contrario); ed è tutta la comunità riunita a portare il peso della responsabilità per un celebrazione che sia memoria di Lui. A una comunità parrocchiale e alla sua celebrazione non ci si abbona a gradimento come a Sky, ma la si edifica tutti insieme – con pazienza e passione.

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