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La libertà religiosa per il bene di tutti

Commissione Teologica Internazionale

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Le estensioni della libertà religiosa

71. Di fatto, in alcuni paesi non c’è alcuna libertà giuridica di religione mentre in altri la libertà giuridica è drasticamente limitata all’esercizio comunitario del culto o di pratiche strettamente private. In tali paesi non è consentita l’espressione pubblica di una credenza religiosa, in genere è vietata ogni forma di comunicazione religiosa, e pene severe, inclusa la pena di morte, sono riservate a chi desidera convertirsi o cerca di convertire altre persone. Nei paesi dittatoriali dove prevale un pensiero ateo, – e, con le dovute distinzioni, pure in alcuni paesi che si ritengono democratici – i membri delle comunità religiose sono spesso perseguitati o soggetti a trattamenti sfavorevoli sul posto di lavoro, sono esclusi dai pubblici uffici ed è loro precluso l’accesso a certi livelli di assistenza sociale. Ugualmente le opere sociali nate da cristiani (nell’ambito della sanità, dell’educazione…) sono sottoposte a limitazioni sul piano legislativo, finanziario o comunicativo, che rendono difficile se non impossibile il loro svolgimento. In tutte queste circostanze non vi è vera libertà di religione. Una vera libertà di religione è possibile solo se essa può esprimersi operosamente[80].

72. Una coscienza libera e consapevole ci consente di rispettare ogni individuo, di incoraggiare il compimento dell’uomo e di rifiutare un comportamento che danneggi l’individuo o il bene comune. La Chiesa si aspetta che i suoi membri possano vivere la loro fede liberamente e che i diritti della loro coscienza siano tutelati laddove rispettino i diritti degli altri. Vivere la fede può alle volte richiedere l’obiezione di coscienza. In effetti le leggi civili non obbligano in coscienza quando contraddicono l’etica naturale e perciò lo Stato deve riconoscere il diritto delle persone all’obiezione di coscienza[81]. Il legame ultimo della coscienza è con il Dio unico, Padre di tutti. Il rifiuto di questo rimando trascendente espone fatalmente alla proliferazione di altre dipendenze, secondo l’incisivo aforisma di sant’Ambrogio: «Quanti padroni ha, chi ne ha fuggito uno solo!»[82].

(7) La libertà religiosa nella missione della Chiesa

La libera testimonianza dell’amore di Dio

73. L’evangelizzazione non consiste soltanto nella fiduciosa proclamazione dell’amore salvifico di Dio, ma nell’attuazione di una vita fedele alla misericordia che Egli ha manifestato nell’evento di Gesù Cristo, per mezzo del quale la storia intera si apre all’attuazione del Regno di Dio. La missione della Chiesa include una duplice azione che si sviluppa nell’impegno per l’umanesimo della carità e nella dedizione per la responsabilità educativa delle generazioni.

74. In questo modo la Chiesa esprime la sua profonda unione con gli uomini e le donne, in ogni condizione di vita, mostrando speciale riguardo per i poveri e i perseguitati. In questa predilezione appare con chiarezza il senso della sua totale apertura alla condivisione delle speranze e delle angosce dell’umanità intera[83]. Questo dinamismo corrisponde alla verità della fede, secondo la quale l’umanità di Cristo, «uomo perfetto» (Ef 4, 13), è integralmente assunta e non annullata nell’incarnazione del Figlio[84]. E d’altra parte, il mistero della salvezza in Gesù Cristo implica la piena restituzione dell’umano – come una «creatura nuova» (2 Cor 5, 17) – alla sua originaria natura “d’immagine e somiglianza” di Dio[85]. In questo senso, la Chiesa è intrinsecamente orientata al servizio del mistero salvifico di Dio nel quale l’umanità degli uomini è radicalmente riscattata e pienamente realizzata. Questo servizio è propriamente un atto di adorazione di Dio, che rende gloria a Lui per la Sua alleanza con la creatura umana.

La Chiesa proclama la libertà religiosa per tutti

75. La libertà religiosa può essere realmente garantita soltanto nell’orizzonte di una visione umanistica aperta alla cooperazione e alla convivenza, profondamente radicata nel rispetto per la dignità della persona e per la libertà della coscienza. Del resto, mutilata di quest’apertura umanistica, che opera come lievito della cultura civile, la stessa esperienza religiosa perde il suo autentico fondamento nella verità di Dio, e diventa vulnerabile alla corruzione dell’umano[86]. La sfida è alta. Gli adattamenti della religione alle forme del potere mondano, pur se giustificati in nome della possibilità di ottenere migliori vantaggi per la fede, sono una tentazione costante e un rischio permanente. La Chiesa deve sviluppare una particolare sensibilità nel discernimento di questo compromesso, impegnandosi costantemente nella sua purificazione dai cedimenti alla tentazione della “mondanità spirituale”[87]. La Chiesa deve esaminare sé stessa per ritrovare con sempre rinnovato slancio la via della vera adorazione di Dio «in spirito e verità» (Gv 4, 23) e dell’amore «di prima» (Ap 2, 4). Essa deve aprire, proprio attraverso questa continua conversione, l’accesso del Vangelo all’intimità del cuore umano, in quel punto in cui esso cerca – segretamente e anche inconsapevolmente – il riconoscimento del vero Dio e della religione vera. Il Vangelo è realmente capace di smascherare la manipolazione religiosa, che produce effetti di esclusione, di avvilimento, di abbandono e di separazione fra gli uomini.

76. In definitiva, la visione propriamente cristiana della libertà religiosa attinge la sua più profonda ispirazione alla fede nella verità del Figlio fatto uomo per noi e per la nostra salvezza. Per mezzo di Lui, il Padre attrae a sé tutti i figli dispersi e tutte le pecore senza pastore (cf. Gv 10, 11-16; 12, 32; Mt 9, 36; Mc 6, 34). E lo Spirito raccoglie i gemiti (cf. Rom 8, 22), anche i più confusi e impercettibili, della creatura in ostaggio delle potenze del peccato, trasformandoli in preghiera. Lo Spirito di Dio agisce comunque, liberamente e con potenza. Dove però l’essere umano è messo in grado di esprimere liberamente il suo gemito e la sua invocazione, l’azione dello Spirito diventa riconoscibile per tutti coloro che cercano la giustizia della vita. E la sua consolazione si fa testimonianza di un’umanità riconciliata. La libertà religiosa libera lo spazio per la coscienza universale di appartenere ad una comunità di origine e di destino che non vuole rinunciare a tenere viva l’attesa di una giustizia della vita che siamo in grado di riconoscere, ma incapaci di onorare con le nostre sole forze. Il mistero della ricapitolazione in Cristo di ogni cosa, custodisce, per noi e per tutti, l’amorevole attesa dei frutti dello Spirito per ognuno, e l’emozionato annuncio della venuta del Figlio, per tutti (cf. Ef 1, 3-14).


Il dialogo interreligioso come via alla pace

77. Il dialogo interreligioso è favorito dalla libertà religiosa, nella ricerca del bene comune insieme con i rappresentanti di altre religioni. È una dimensione inerente alla missione della Chiesa[88]. Non è in quanto tale il fine dell’evangelizzazione, ma concorre grandemente ad essa; non va dunque compreso né attuato in alternativa o in contraddizione con la missione ad gentes[89]. Il dialogo illumina, già nella sua buona disposizione al rispetto e alla cooperazione, quella forma relazionale dell’amore evangelico che trova il suo ineffabile principio nel mistero trinitario della vita di Dio[90]. La Chiesa riconosce allo stesso tempo la particolare capacità dello spirito del dialogo di intercettare – e di alimentare – un’esigenza particolarmente sentita nell’ambito dell’odierna civiltà democratica[91]. La disponibilità al dialogo e la promozione della pace sono infatti strettamente congiunti. Il dialogo ci aiuta ad orientarci nella nuova complessità delle opinioni, dei saperi, delle culture: anche, e soprattutto, in materia di religione.

78. Nel dialogo sui temi fondamentali della vita umana, i credenti delle diverse religioni portano alla luce i valori più importanti della loro tradizione spirituale, e rendono più riconoscibile il loro genuino coinvolgimento con ciò che essi giudicano essenziale per il senso ultimo della vita umana, e per la giustificazione della loro speranza in una società più giusta e più fraterna[92]. La Chiesa è certamente disponibile ad entrare in dialogo, concreto e costruttivo, con tutti coloro che operano in vista di quella giustizia e di quella fraternità[93]. Nell’esercizio della missione evangelica attraverso il dialogo, il Vangelo fa risplendere ancor meglio la sua luce fra i popoli e le religioni.

Il coraggio del discernimento e del rifiuto della violenza in nome di Dio

79. Il cristianesimo stesso, d’altra parte, può cogliere, insieme con le inevitabili differenze – e anche dissonanze –, affinità e somiglianze che rendono ancora più apprezzabile l’universalismo della fede teologale[94]. Il diritto di ciascuno alla propria libertà religiosa è necessariamente connesso con il riconoscimento d’identico diritto a tutti gli altri, fatta salva la generale tutela dell’ordine pubblico[95]. In questa prospettiva, la questione della libertà religiosa si collega con il tema tradizionale della tolleranza civile. La vera libertà religiosa si deve conciliare con il rispetto della popolazione religiosa e – simmetricamente – anche di quella che non ha una specifica identità religiosa. Non si deve però trascurare che la semplice tolleranza relativistica, in questo campo, può condurre – anche in contraddizione con la sua intenzione di rispetto della religione – all’evoluzione del comportamento verso l’indifferenza nei confronti della verità della propria religione[96]. Quando, d’altra parte, la religione diventa una minaccia per la libertà religiosa di altri uomini, sia nelle parole che nei fatti, giungendo addirittura alla violenza in nome di Dio, si valica un confine che richiama l’energica denuncia in primo luogo da parte degli stessi uomini religiosi[97]. Per quanto riguarda il cristianesimo, il suo “congedo irrevocabile” dalle ambiguità della violenza religiosa, può essere considerato un kairòs favorevole al ripensamento del tema in tutte le religioni[98].

80. La ricerca di una piena adesione alla verità della propria religione e di un convinto atteggiamento di rispetto nei confronti delle altre religioni, può generare tensione all’interno della coscienza individuale, come anche della comunità religiosa. L’eventualità, tutt’altro che astratta, che ne scaturisca un dinamismo di critica dell’attuazione della propria religione, che nondimeno rimane interno ad essa, fa sorgere all’interno della stessa società civile, una recente problematica specifica della libertà religiosa. Non si tratta più soltanto di applicare la libertà religiosa al rispetto della religione degli altri, ma anche alla critica della propria. Questa situazione pone problemi delicati di equilibrio nell’applicazione della libertà religiosa. In questi casi la sfida della tutela della libertà religiosa raggiunge un punto-limite sia per la comunità civile, sia per la comunità religiosa. La capacità di tenere insieme la cura dell’integrità della fede comune, il rispetto per il conflitto di coscienza, l’impegno per la tutela della pace sociale chiedono la mediazione di una maturità personale e di una saggezza condivisa che devono essere sinceramente chieste come una grazia e un dono dall’Alto.

81. Il “martirio”, come suprema testimonianza non-violenta della propria fedeltà alla fede, fatta oggetto di specifico odio, intimidazione e persecuzione, è il caso-limite della risposta cristiana alla violenza mirata nei confronti della confessione evangelica della verità e dell’amore di Dio, introdotta nella storia – mondana e religiosa – nel nome di Gesù Cristo. Il martirio diventa così il simbolo estremo della libertà di opporre l’amore alla violenza e la pace al conflitto. In molti casi, la personale determinazione del martire della fede nell’accettare la morte è diventato seme di liberazione religiosa e umana per una moltitudine di uomini e donne, fino ad ottenere la liberazione dalla violenza e il superamento dell’odio. La storia dell’evangelizzazione cristiana lo attesta, anche attraverso l’avvio di processi e di mutamenti sociali di portata universale. Questi testimoni della fede sono giusto motivo di ammirazione e sequela da parte dei credenti, ma anche di rispetto da parte di tutti gli uomini e le donne che hanno a cuore la libertà, la dignità, la pace fra i popoli. I martiri hanno resistito alla pressione della rappresaglia, annullando lo spirito della vendetta e della violenza con la forza del perdono, dell’amore e della fraternità[99]. In questo modo, hanno reso evidente per tutti la grandezza della libertà religiosa come seme di una cultura della libertà e della giustizia.

82. A volte, le persone non vengono uccise in nome della loro pratica religiosa e tuttavia devono subire atteggiamenti profondamente offensivi, che li tengono ai margini della vita sociale: esclusione dai pubblici uffici, proibizione indiscriminata dei loro simboli religiosi, esclusione da taluni benefici economici e sociali…, in ciò che viene denominato “martirio bianco” come esempio di confessione della fede[100]. Questa testimonianza fornisce ancora oggi prova di sé in molte parti del mondo: non deve essere attenuata, come se fosse un semplice effetto collaterale dei conflitti per la supremazia etnica o per la conquista del potere. Lo splendore di questa testimonianza deve essere ben compreso e ben interpretato. Esso ci istruisce sul bene autentico della libertà religiosa nel modo più limpido ed efficace. Il martirio cristiano mostra a tutti ciò che accade quando la libertà religiosa dell’innocente è osteggiata e uccisa: il martirio è la testimonianza di una fede che rimane fedele a sé stessa rifiutandosi fino all’ultimo di vendicarsi e di uccidere. In questo senso il martire della fede cristiana non ha nulla a che fare con il suicida-omicida nel nome di Dio: una tale confusione è già in se stessa una corruzione della mente e una ferita dell’anima.

Conclusione

83. Il cristianesimo non chiude la storia della salvezza entro i confini della storia della Chiesa. Piuttosto, nel solco della lezione del Concilio Vaticano II e nell’orizzonte dell’Enciclica Ecclesiam suam di san Paolo VI, la Chiesa apre l’intera storia umana all’azione dell’amore di Dio, il quale «vuole che tutti gli uomini siano salvi e giungano alla conoscenza della verità» (1 Tm 2, 4). La forma missionaria della Chiesa, iscritta nella disposizione stessa della fede, obbedisce alla logica del dono, ossia della grazia e della libertà, non a quella del contratto e dell’imposizione. La Chiesa è consapevole del fatto che, anche con le migliori intenzioni, questa logica è stata contraddetta – e sempre è a rischio di esserlo – a motivo di comportamenti difformi e incoerenti con la fede ricevuta. Nondimeno, noi cristiani professiamo con umile fermezza la nostra convinzione che la Chiesa sia sempre guidata dal Signore e sorretta dallo Spirito lungo la strada della sua testimonianza dell’azione salvifica di Dio nella vita di tutti i singoli e di tutti i popoli. E sempre nuovamente s’impegna ad onorare la sua vocazione storica, annunciando il vangelo della vera adorazione di Dio in spirito e verità. Lungo questa strada, in cui la libertà e la grazia s’incontrano nella fede, la Chiesa si rallegra di essere confermata dal Signore, che l’accompagna, e di essere sospinta dallo Spirito che la precede. Sempre di nuovo, perciò, dichiara la propria ferma intenzione di convertirsi alla fedeltà del cuore, del pensiero e delle opere che ristabiliscono la purezza della sua fede.

84. La testimonianza della fede cristiana abita il tempo e lo spazio della vita personale e comunitaria che sono propri della condizione umana. I cristiani sono consapevoli del fatto che questo tempo e questo spazio non sono spazi vuoti. E neppure spazi indistinti, ossia neutri e indifferenziati rispetto al senso, ai valori, alle convinzioni e ai desideri che danno forma alla cultura propriamente umana della vita. Essi sono spazi e tempi abitati dal dinamismo delle comunità e delle tradizioni, delle aggregazioni e delle appartenenze, delle istituzioni e del diritto. La più forte coscienza del pluralismo dei diversi modi di riconoscere e di attingere il senso della vita individuale e collettiva, che concorre alla formazione del consenso etico e alla manifestazione dell’assenso religioso, impegna giustamente la Chiesa nell’elaborazione di uno stile della testimonianza di fede assolutamente rispettoso della libertà individuale e del bene comune. Questo stile, lungi dall’attenuare la fedeltà all’evento salvifico, che è il tema dell’annuncio della fede, deve rendere ancora più trasparente la sua distanza da uno spirito di dominio, interessato alla conquista del potere fine a sé stesso. Proprio la fermezza con la quale il magistero definisce oggi l’uscita teologica da questo equivoco, consente alla Chiesa di sollecitare una più coerente elaborazione della dottrina politica.

85. Come membri del Popolo di Dio, ci proponiamo umilmente di rimanere fedeli al mandato del Signore, che invia i discepoli a tutti i popoli della terra per annunciare il Vangelo della misericordia di Dio (cf. Mt 28, 19-20; Mc 16, 15), Padre di tutti, per aprire liberamente i cuori alla fede nel Figlio, fatto uomo per la nostra salvezza. La Chiesa non confonde la propria missione con il dominio dei popoli del mondo e il governo della città terrena. Piuttosto vede nella pretesa di una reciproca strumentalizzazione del potere politico e della missione evangelica una tentazione maligna. Gesù rigettò l’apparente vantaggio di tale progetto come una seduzione diabolica (cf. Mt 4, 8-10). Egli stesso respinse chiaramente il tentativo di trasformare il conflitto con i custodi della legge (religiosa e politica) in un conflitto indirizzato alla sostituzione del potere di governo delle istituzioni e della società. Gesù mise chiaramente in guardia i suoi discepoli anche sulla tentazione di conformarsi, nella cura pastorale della comunità cristiana, ai criteri e allo stile dei potenti della terra (cf. Mt 20, 25; Mc 10, 42; Lc 22, 25). Il cristianesimo sa bene, dunque, quale significato e quale immagine deve assumere l’evangelizzazione del mondo. La sua apertura al tema della libertà religiosa è dunque una chiarificazione coerente con lo stile di un annuncio evangelico e di un appello alla fede che presuppongono l’assenza d’indebiti privilegi di certe politiche confessionali e la difesa dei giusti diritti della libertà di coscienza. Questa chiarezza, nello stesso tempo, richiede il pieno riconoscimento della dignità della professione di fede e della pratica del culto nella sfera pubblica. Nella logica della fede e della missione, la partecipazione attiva e riflessiva alla pacifica costruzione del legame sociale, come anche la generosa condivisione dell’interesse per il bene comune, sono implicazioni della testimonianza cristiana.

Originale: Settimana News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
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Le estensioni della libertà religiosa

71. Di fatto, in alcuni paesi non c’è alcuna libertà giuridica di religione mentre in altri la libertà giuridica è drasticamente limitata all’esercizio comunitario del culto o di pratiche strettamente private. In tali paesi non è consentita l’espressione pubblica di una credenza religiosa, in genere è vietata ogni forma di comunicazione religiosa, e pene severe, inclusa la pena di morte, sono riservate a chi desidera convertirsi o cerca di convertire altre persone. Nei paesi dittatoriali dove prevale un pensiero ateo, – e, con le dovute distinzioni, pure in alcuni paesi che si ritengono democratici – i membri delle comunità religiose sono spesso perseguitati o soggetti a trattamenti sfavorevoli sul posto di lavoro, sono esclusi dai pubblici uffici ed è loro precluso l’accesso a certi livelli di assistenza sociale. Ugualmente le opere sociali nate da cristiani (nell’ambito della sanità, dell’educazione…) sono sottoposte a limitazioni sul piano legislativo, finanziario o comunicativo, che rendono difficile se non impossibile il loro svolgimento. In tutte queste circostanze non vi è vera libertà di religione. Una vera libertà di religione è possibile solo se essa può esprimersi operosamente[80].

72. Una coscienza libera e consapevole ci consente di rispettare ogni individuo, di incoraggiare il compimento dell’uomo e di rifiutare un comportamento che danneggi l’individuo o il bene comune. La Chiesa si aspetta che i suoi membri possano vivere la loro fede liberamente e che i diritti della loro coscienza siano tutelati laddove rispettino i diritti degli altri. Vivere la fede può alle volte richiedere l’obiezione di coscienza. In effetti le leggi civili non obbligano in coscienza quando contraddicono l’etica naturale e perciò lo Stato deve riconoscere il diritto delle persone all’obiezione di coscienza[81]. Il legame ultimo della coscienza è con il Dio unico, Padre di tutti. Il rifiuto di questo rimando trascendente espone fatalmente alla proliferazione di altre dipendenze, secondo l’incisivo aforisma di sant’Ambrogio: «Quanti padroni ha, chi ne ha fuggito uno solo!»[82].

(7) La libertà religiosa nella missione della Chiesa

La libera testimonianza dell’amore di Dio

73. L’evangelizzazione non consiste soltanto nella fiduciosa proclamazione dell’amore salvifico di Dio, ma nell’attuazione di una vita fedele alla misericordia che Egli ha manifestato nell’evento di Gesù Cristo, per mezzo del quale la storia intera si apre all’attuazione del Regno di Dio. La missione della Chiesa include una duplice azione che si sviluppa nell’impegno per l’umanesimo della carità e nella dedizione per la responsabilità educativa delle generazioni.

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74. In questo modo la Chiesa esprime la sua profonda unione con gli uomini e le donne, in ogni condizione di vita, mostrando speciale riguardo per i poveri e i perseguitati. In questa predilezione appare con chiarezza il senso della sua totale apertura alla condivisione delle speranze e delle angosce dell’umanità intera[83]. Questo dinamismo corrisponde alla verità della fede, secondo la quale l’umanità di Cristo, «uomo perfetto» (Ef 4, 13), è integralmente assunta e non annullata nell’incarnazione del Figlio[84]. E d’altra parte, il mistero della salvezza in Gesù Cristo implica la piena restituzione dell’umano – come una «creatura nuova» (2 Cor 5, 17) – alla sua originaria natura “d’immagine e somiglianza” di Dio[85]. In questo senso, la Chiesa è intrinsecamente orientata al servizio del mistero salvifico di Dio nel quale l’umanità degli uomini è radicalmente riscattata e pienamente realizzata. Questo servizio è propriamente un atto di adorazione di Dio, che rende gloria a Lui per la Sua alleanza con la creatura umana.

La Chiesa proclama la libertà religiosa per tutti

75. La libertà religiosa può essere realmente garantita soltanto nell’orizzonte di una visione umanistica aperta alla cooperazione e alla convivenza, profondamente radicata nel rispetto per la dignità della persona e per la libertà della coscienza. Del resto, mutilata di quest’apertura umanistica, che opera come lievito della cultura civile, la stessa esperienza religiosa perde il suo autentico fondamento nella verità di Dio, e diventa vulnerabile alla corruzione dell’umano[86]. La sfida è alta. Gli adattamenti della religione alle forme del potere mondano, pur se giustificati in nome della possibilità di ottenere migliori vantaggi per la fede, sono una tentazione costante e un rischio permanente. La Chiesa deve sviluppare una particolare sensibilità nel discernimento di questo compromesso, impegnandosi costantemente nella sua purificazione dai cedimenti alla tentazione della “mondanità spirituale”[87]. La Chiesa deve esaminare sé stessa per ritrovare con sempre rinnovato slancio la via della vera adorazione di Dio «in spirito e verità» (Gv 4, 23) e dell’amore «di prima» (Ap 2, 4). Essa deve aprire, proprio attraverso questa continua conversione, l’accesso del Vangelo all’intimità del cuore umano, in quel punto in cui esso cerca – segretamente e anche inconsapevolmente – il riconoscimento del vero Dio e della religione vera. Il Vangelo è realmente capace di smascherare la manipolazione religiosa, che produce effetti di esclusione, di avvilimento, di abbandono e di separazione fra gli uomini.

76. In definitiva, la visione propriamente cristiana della libertà religiosa attinge la sua più profonda ispirazione alla fede nella verità del Figlio fatto uomo per noi e per la nostra salvezza. Per mezzo di Lui, il Padre attrae a sé tutti i figli dispersi e tutte le pecore senza pastore (cf. Gv 10, 11-16; 12, 32; Mt 9, 36; Mc 6, 34). E lo Spirito raccoglie i gemiti (cf. Rom 8, 22), anche i più confusi e impercettibili, della creatura in ostaggio delle potenze del peccato, trasformandoli in preghiera. Lo Spirito di Dio agisce comunque, liberamente e con potenza. Dove però l’essere umano è messo in grado di esprimere liberamente il suo gemito e la sua invocazione, l’azione dello Spirito diventa riconoscibile per tutti coloro che cercano la giustizia della vita. E la sua consolazione si fa testimonianza di un’umanità riconciliata. La libertà religiosa libera lo spazio per la coscienza universale di appartenere ad una comunità di origine e di destino che non vuole rinunciare a tenere viva l’attesa di una giustizia della vita che siamo in grado di riconoscere, ma incapaci di onorare con le nostre sole forze. Il mistero della ricapitolazione in Cristo di ogni cosa, custodisce, per noi e per tutti, l’amorevole attesa dei frutti dello Spirito per ognuno, e l’emozionato annuncio della venuta del Figlio, per tutti (cf. Ef 1, 3-14).


Il dialogo interreligioso come via alla pace

77. Il dialogo interreligioso è favorito dalla libertà religiosa, nella ricerca del bene comune insieme con i rappresentanti di altre religioni. È una dimensione inerente alla missione della Chiesa[88]. Non è in quanto tale il fine dell’evangelizzazione, ma concorre grandemente ad essa; non va dunque compreso né attuato in alternativa o in contraddizione con la missione ad gentes[89]. Il dialogo illumina, già nella sua buona disposizione al rispetto e alla cooperazione, quella forma relazionale dell’amore evangelico che trova il suo ineffabile principio nel mistero trinitario della vita di Dio[90]. La Chiesa riconosce allo stesso tempo la particolare capacità dello spirito del dialogo di intercettare – e di alimentare – un’esigenza particolarmente sentita nell’ambito dell’odierna civiltà democratica[91]. La disponibilità al dialogo e la promozione della pace sono infatti strettamente congiunti. Il dialogo ci aiuta ad orientarci nella nuova complessità delle opinioni, dei saperi, delle culture: anche, e soprattutto, in materia di religione.

78. Nel dialogo sui temi fondamentali della vita umana, i credenti delle diverse religioni portano alla luce i valori più importanti della loro tradizione spirituale, e rendono più riconoscibile il loro genuino coinvolgimento con ciò che essi giudicano essenziale per il senso ultimo della vita umana, e per la giustificazione della loro speranza in una società più giusta e più fraterna[92]. La Chiesa è certamente disponibile ad entrare in dialogo, concreto e costruttivo, con tutti coloro che operano in vista di quella giustizia e di quella fraternità[93]. Nell’esercizio della missione evangelica attraverso il dialogo, il Vangelo fa risplendere ancor meglio la sua luce fra i popoli e le religioni.

Il coraggio del discernimento e del rifiuto della violenza in nome di Dio

79. Il cristianesimo stesso, d’altra parte, può cogliere, insieme con le inevitabili differenze – e anche dissonanze –, affinità e somiglianze che rendono ancora più apprezzabile l’universalismo della fede teologale[94]. Il diritto di ciascuno alla propria libertà religiosa è necessariamente connesso con il riconoscimento d’identico diritto a tutti gli altri, fatta salva la generale tutela dell’ordine pubblico[95]. In questa prospettiva, la questione della libertà religiosa si collega con il tema tradizionale della tolleranza civile. La vera libertà religiosa si deve conciliare con il rispetto della popolazione religiosa e – simmetricamente – anche di quella che non ha una specifica identità religiosa. Non si deve però trascurare che la semplice tolleranza relativistica, in questo campo, può condurre – anche in contraddizione con la sua intenzione di rispetto della religione – all’evoluzione del comportamento verso l’indifferenza nei confronti della verità della propria religione[96]. Quando, d’altra parte, la religione diventa una minaccia per la libertà religiosa di altri uomini, sia nelle parole che nei fatti, giungendo addirittura alla violenza in nome di Dio, si valica un confine che richiama l’energica denuncia in primo luogo da parte degli stessi uomini religiosi[97]. Per quanto riguarda il cristianesimo, il suo “congedo irrevocabile” dalle ambiguità della violenza religiosa, può essere considerato un kairòs favorevole al ripensamento del tema in tutte le religioni[98].

80. La ricerca di una piena adesione alla verità della propria religione e di un convinto atteggiamento di rispetto nei confronti delle altre religioni, può generare tensione all’interno della coscienza individuale, come anche della comunità religiosa. L’eventualità, tutt’altro che astratta, che ne scaturisca un dinamismo di critica dell’attuazione della propria religione, che nondimeno rimane interno ad essa, fa sorgere all’interno della stessa società civile, una recente problematica specifica della libertà religiosa. Non si tratta più soltanto di applicare la libertà religiosa al rispetto della religione degli altri, ma anche alla critica della propria. Questa situazione pone problemi delicati di equilibrio nell’applicazione della libertà religiosa. In questi casi la sfida della tutela della libertà religiosa raggiunge un punto-limite sia per la comunità civile, sia per la comunità religiosa. La capacità di tenere insieme la cura dell’integrità della fede comune, il rispetto per il conflitto di coscienza, l’impegno per la tutela della pace sociale chiedono la mediazione di una maturità personale e di una saggezza condivisa che devono essere sinceramente chieste come una grazia e un dono dall’Alto.

81. Il “martirio”, come suprema testimonianza non-violenta della propria fedeltà alla fede, fatta oggetto di specifico odio, intimidazione e persecuzione, è il caso-limite della risposta cristiana alla violenza mirata nei confronti della confessione evangelica della verità e dell’amore di Dio, introdotta nella storia – mondana e religiosa – nel nome di Gesù Cristo. Il martirio diventa così il simbolo estremo della libertà di opporre l’amore alla violenza e la pace al conflitto. In molti casi, la personale determinazione del martire della fede nell’accettare la morte è diventato seme di liberazione religiosa e umana per una moltitudine di uomini e donne, fino ad ottenere la liberazione dalla violenza e il superamento dell’odio. La storia dell’evangelizzazione cristiana lo attesta, anche attraverso l’avvio di processi e di mutamenti sociali di portata universale. Questi testimoni della fede sono giusto motivo di ammirazione e sequela da parte dei credenti, ma anche di rispetto da parte di tutti gli uomini e le donne che hanno a cuore la libertà, la dignità, la pace fra i popoli. I martiri hanno resistito alla pressione della rappresaglia, annullando lo spirito della vendetta e della violenza con la forza del perdono, dell’amore e della fraternità[99]. In questo modo, hanno reso evidente per tutti la grandezza della libertà religiosa come seme di una cultura della libertà e della giustizia.

82. A volte, le persone non vengono uccise in nome della loro pratica religiosa e tuttavia devono subire atteggiamenti profondamente offensivi, che li tengono ai margini della vita sociale: esclusione dai pubblici uffici, proibizione indiscriminata dei loro simboli religiosi, esclusione da taluni benefici economici e sociali…, in ciò che viene denominato “martirio bianco” come esempio di confessione della fede[100]. Questa testimonianza fornisce ancora oggi prova di sé in molte parti del mondo: non deve essere attenuata, come se fosse un semplice effetto collaterale dei conflitti per la supremazia etnica o per la conquista del potere. Lo splendore di questa testimonianza deve essere ben compreso e ben interpretato. Esso ci istruisce sul bene autentico della libertà religiosa nel modo più limpido ed efficace. Il martirio cristiano mostra a tutti ciò che accade quando la libertà religiosa dell’innocente è osteggiata e uccisa: il martirio è la testimonianza di una fede che rimane fedele a sé stessa rifiutandosi fino all’ultimo di vendicarsi e di uccidere. In questo senso il martire della fede cristiana non ha nulla a che fare con il suicida-omicida nel nome di Dio: una tale confusione è già in se stessa una corruzione della mente e una ferita dell’anima.

Conclusione

83. Il cristianesimo non chiude la storia della salvezza entro i confini della storia della Chiesa. Piuttosto, nel solco della lezione del Concilio Vaticano II e nell’orizzonte dell’Enciclica Ecclesiam suam di san Paolo VI, la Chiesa apre l’intera storia umana all’azione dell’amore di Dio, il quale «vuole che tutti gli uomini siano salvi e giungano alla conoscenza della verità» (1 Tm 2, 4). La forma missionaria della Chiesa, iscritta nella disposizione stessa della fede, obbedisce alla logica del dono, ossia della grazia e della libertà, non a quella del contratto e dell’imposizione. La Chiesa è consapevole del fatto che, anche con le migliori intenzioni, questa logica è stata contraddetta – e sempre è a rischio di esserlo – a motivo di comportamenti difformi e incoerenti con la fede ricevuta. Nondimeno, noi cristiani professiamo con umile fermezza la nostra convinzione che la Chiesa sia sempre guidata dal Signore e sorretta dallo Spirito lungo la strada della sua testimonianza dell’azione salvifica di Dio nella vita di tutti i singoli e di tutti i popoli. E sempre nuovamente s’impegna ad onorare la sua vocazione storica, annunciando il vangelo della vera adorazione di Dio in spirito e verità. Lungo questa strada, in cui la libertà e la grazia s’incontrano nella fede, la Chiesa si rallegra di essere confermata dal Signore, che l’accompagna, e di essere sospinta dallo Spirito che la precede. Sempre di nuovo, perciò, dichiara la propria ferma intenzione di convertirsi alla fedeltà del cuore, del pensiero e delle opere che ristabiliscono la purezza della sua fede.

84. La testimonianza della fede cristiana abita il tempo e lo spazio della vita personale e comunitaria che sono propri della condizione umana. I cristiani sono consapevoli del fatto che questo tempo e questo spazio non sono spazi vuoti. E neppure spazi indistinti, ossia neutri e indifferenziati rispetto al senso, ai valori, alle convinzioni e ai desideri che danno forma alla cultura propriamente umana della vita. Essi sono spazi e tempi abitati dal dinamismo delle comunità e delle tradizioni, delle aggregazioni e delle appartenenze, delle istituzioni e del diritto. La più forte coscienza del pluralismo dei diversi modi di riconoscere e di attingere il senso della vita individuale e collettiva, che concorre alla formazione del consenso etico e alla manifestazione dell’assenso religioso, impegna giustamente la Chiesa nell’elaborazione di uno stile della testimonianza di fede assolutamente rispettoso della libertà individuale e del bene comune. Questo stile, lungi dall’attenuare la fedeltà all’evento salvifico, che è il tema dell’annuncio della fede, deve rendere ancora più trasparente la sua distanza da uno spirito di dominio, interessato alla conquista del potere fine a sé stesso. Proprio la fermezza con la quale il magistero definisce oggi l’uscita teologica da questo equivoco, consente alla Chiesa di sollecitare una più coerente elaborazione della dottrina politica.

85. Come membri del Popolo di Dio, ci proponiamo umilmente di rimanere fedeli al mandato del Signore, che invia i discepoli a tutti i popoli della terra per annunciare il Vangelo della misericordia di Dio (cf. Mt 28, 19-20; Mc 16, 15), Padre di tutti, per aprire liberamente i cuori alla fede nel Figlio, fatto uomo per la nostra salvezza. La Chiesa non confonde la propria missione con il dominio dei popoli del mondo e il governo della città terrena. Piuttosto vede nella pretesa di una reciproca strumentalizzazione del potere politico e della missione evangelica una tentazione maligna. Gesù rigettò l’apparente vantaggio di tale progetto come una seduzione diabolica (cf. Mt 4, 8-10). Egli stesso respinse chiaramente il tentativo di trasformare il conflitto con i custodi della legge (religiosa e politica) in un conflitto indirizzato alla sostituzione del potere di governo delle istituzioni e della società. Gesù mise chiaramente in guardia i suoi discepoli anche sulla tentazione di conformarsi, nella cura pastorale della comunità cristiana, ai criteri e allo stile dei potenti della terra (cf. Mt 20, 25; Mc 10, 42; Lc 22, 25). Il cristianesimo sa bene, dunque, quale significato e quale immagine deve assumere l’evangelizzazione del mondo. La sua apertura al tema della libertà religiosa è dunque una chiarificazione coerente con lo stile di un annuncio evangelico e di un appello alla fede che presuppongono l’assenza d’indebiti privilegi di certe politiche confessionali e la difesa dei giusti diritti della libertà di coscienza. Questa chiarezza, nello stesso tempo, richiede il pieno riconoscimento della dignità della professione di fede e della pratica del culto nella sfera pubblica. Nella logica della fede e della missione, la partecipazione attiva e riflessiva alla pacifica costruzione del legame sociale, come anche la generosa condivisione dell’interesse per il bene comune, sono implicazioni della testimonianza cristiana.

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Originale: Settimana News

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