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La libertà, la religione e il pugno del papa

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Nessuna violenza è giustificabile in nome della religione, ma quale confine tra libertà di espressione e l’offesa alla sensibilità religiosa?

 

Non si può uccidere in nome della religione, ma nemmeno si può offendere la religione degli altri. Le parole di papa Francesco sull’aereo verso Manila in risposta alle sollecitazioni dei giornalisti in merito alla strage di “Charlie Hebdo” e ai confini tra libertà di espressione e libertà religiosa non hanno mancato di provocare reazioni: “Il Papa non è Charlie”, hanno titolato molte testate. Sull’aereo Francesco, che ha condannato qualsiasi violenza in nome di Dio e sollecitato più di una volta i leader religiosi, soprattutto islamici, a pronunciarsi esplicitamente in merito, ha affermato che ognuno ha non solo la libertà o il diritto ma anche l’obbligo di dire quello che pensa se ritiene che aiuti il bene comune, ma senza offendere, perchè: “è vero che non si può reagire violentemente, ma se il dottor Gasbarri, mio amico caro, dice una parolaccia contro la mia mamma, si aspetti un pugno. Perchè non si può provocare, insultare, ridicolizzare, la fede degli altri”.

SOLO UNA BATTUTA

Sull’argomento che sembra contraddire, tra l’altro, il comando evangelico “porgi l’altra guancia”, è intervenuto il cardinale Walter Kasper, intervistato dal quotidiano La Repubblica (17 gennaio). “La battuta sul pugno che il Papa darebbe a chi dicesse una parolaccia contro sua mamma è una battuta – ha affermato Kasper che si è occupato di ecumenismo e dialogo interreligioso ed è l’estensore della relatio di apertura dello scorso Sinodo sulla famiglia – e come tale va presa. Tutti sull’aereo hanno riso, anche io l’ho fatto riascoltandola”. E’ più importante, invece, capire bene il senso generale del discorso e cioè che la libertà d’espressione è “un diritto che comporta anche dei doveri. Fra questi il comprendere che esistono dei limiti e che esiste una responsabilità”. La battuta sul pugno a chi offendesse sua mamma rientra nello stile del papa: “Ama sorprendere – ha detto Kasper -. E, sorprendendo, fa comprendere meglio le cose. Come quando usò il paradosso dell’abbondanza: ‘C’è cibo per tutti, ma non tutti possono mangiare’. Così in queste ore: gli atti di terrorismo sono aberranti, e il papa non li ha giustificati, ma insieme occorre fare un richiamo alla responsabilità e al senso del limite».

IL LIMITE DELLA LIBERTA’ D’ESPRESSIONE

La passione del pontefice per le “invenzioni linguistiche” viene richiamata dal vaticanista Luigi Accattoli che sottolinea come nello stesso intervento Bergoglio abbia usato il termine “giocattolizzare” per intendere “prendersi gioco” e in altre occasioni, a proposito della benedizione degli “olii santi”, abbia sottolineato come questi non mirano a produrre prelati “untuosi, sontuosi e presuntuosi”, oppure abbia stigmatizzato come “cristiani pipistrelli” i fedeli che vedono sempre nero e definito “alzheimer spirituale” una delle malattie che affliggono la Curia (Corriere.it 16 gennaio).

Accattoli ha anche sottolineato, però, come quanto affermato da Bergoglio sia nella continuità con il giudizio del Vaticano sulle vignette contro Maometto, a partire da quelle danesi, così affermato dall’allora portavoce vaticano Joaquín Navarro-Valls il 4 febbraio 2006: “Il diritto alla libertà di pensiero e di espressione, sancito dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo, non può implicare il diritto di offendere il sentimento religioso dei credenti”. La linea di Bergoglio, a parte “il gusto creativo per la libertà di linguaggio” è “quella del «limite» nell’uso della libertà di espressione”.

NON UN APPELLO ALLA VIOLENZA

Taglia corto monsignor Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto e segretario del Sinodo sulla famiglia: “Il Papa ha messo il dito su un punto veramente fondamentale: alla ferma condanna per qualsiasi violenza esercitata in nome di Dio, occorre affiancare il richiamo forte per il rispetto per ogni coscienza religiosa e ogni religione” (ilCentro15 gennaio).

Il papa, secondo Forte, ha voluto usare un’immagine molto umana, molto naturale, proprio per richiamare l’attenzione di tutti, per far capire che se si tocca quello che c’è di più sacro la reazione non può che essere un rigetto”. Non un appello alla violenza ma “l’istintiva reazione che ci può essere nel difendere i valori più sacri”. Per mons. Forte alcune delle vignette di “Charlie Hebdo” sono “veramente di pessimo gusto. Immagini tutt’altro che giuste sia dell’Islam sia del Cattolicesimo, dell’Ebraismo e di ogni religione. Credo sia importante evidenziare anche questo”, per cui se lo slogan “Je suis Charlie” vuol dire “essere dalla parte delle vittime e contro ogni violenza, mi trova d’accordo. Ma non posso identificarmi in nessun modo con un genere di satira che offenda la sensibilità religiosa e la coscienza degli altri”.

JE SUI CHARLIE/JE SUI PAS CHARLIE

E’ d’accordo il segretario generale della Cei, monsignor Nunzio Galantino: “‘Je suis Charliè perchè quello che è avvenuto è certamente un fatto inaudito, crudele; ‘Je suis Charliè perchè la libertà è davvero un valore non negoziabile da nessuna parte; ‘Je ne suis pas Charliè quando però si confonde la sacrosanta libertà e l’auspicabile satira e con l’insopportabile volgarità” (Ansa 16 gennaio). Dietro l’affermazione di Papa Francesco “c’è una cultura – ha rilevato monsignor Galantino – che non semplifica ciò che è complesso. Io condivido questo”. “Sul vocabolario italiano – ha aggiunto Galantino – la parola libertà, satira e volgarità stanno su pagine diverse. Questo deve pur significare qualcosa, in nessun dizionario dei sinonimi queste tre parole sono la stessa cosa. Mi pare che il Papa abbia messo in evidenza un fatto, la sensibilità delle persone a qualsiasi livello è una sensibilità che non può essere ignorata”.

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La libertà, la religione e il pugno del papa

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Nessuna violenza è giustificabile in nome della religione, ma quale confine tra libertà di espressione e l’offesa alla sensibilità religiosa?

 

Non si può uccidere in nome della religione, ma nemmeno si può offendere la religione degli altri. Le parole di papa Francesco sull’aereo verso Manila in risposta alle sollecitazioni dei giornalisti in merito alla strage di “Charlie Hebdo” e ai confini tra libertà di espressione e libertà religiosa non hanno mancato di provocare reazioni: “Il Papa non è Charlie”, hanno titolato molte testate. Sull’aereo Francesco, che ha condannato qualsiasi violenza in nome di Dio e sollecitato più di una volta i leader religiosi, soprattutto islamici, a pronunciarsi esplicitamente in merito, ha affermato che ognuno ha non solo la libertà o il diritto ma anche l’obbligo di dire quello che pensa se ritiene che aiuti il bene comune, ma senza offendere, perchè: “è vero che non si può reagire violentemente, ma se il dottor Gasbarri, mio amico caro, dice una parolaccia contro la mia mamma, si aspetti un pugno. Perchè non si può provocare, insultare, ridicolizzare, la fede degli altri”.

SOLO UNA BATTUTA

Sull’argomento che sembra contraddire, tra l’altro, il comando evangelico “porgi l’altra guancia”, è intervenuto il cardinale Walter Kasper, intervistato dal quotidiano La Repubblica (17 gennaio). “La battuta sul pugno che il Papa darebbe a chi dicesse una parolaccia contro sua mamma è una battuta – ha affermato Kasper che si è occupato di ecumenismo e dialogo interreligioso ed è l’estensore della relatio di apertura dello scorso Sinodo sulla famiglia – e come tale va presa. Tutti sull’aereo hanno riso, anche io l’ho fatto riascoltandola”. E’ più importante, invece, capire bene il senso generale del discorso e cioè che la libertà d’espressione è “un diritto che comporta anche dei doveri. Fra questi il comprendere che esistono dei limiti e che esiste una responsabilità”. La battuta sul pugno a chi offendesse sua mamma rientra nello stile del papa: “Ama sorprendere – ha detto Kasper -. E, sorprendendo, fa comprendere meglio le cose. Come quando usò il paradosso dell’abbondanza: ‘C’è cibo per tutti, ma non tutti possono mangiare’. Così in queste ore: gli atti di terrorismo sono aberranti, e il papa non li ha giustificati, ma insieme occorre fare un richiamo alla responsabilità e al senso del limite».

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IL LIMITE DELLA LIBERTA’ D’ESPRESSIONE

La passione del pontefice per le “invenzioni linguistiche” viene richiamata dal vaticanista Luigi Accattoli che sottolinea come nello stesso intervento Bergoglio abbia usato il termine “giocattolizzare” per intendere “prendersi gioco” e in altre occasioni, a proposito della benedizione degli “olii santi”, abbia sottolineato come questi non mirano a produrre prelati “untuosi, sontuosi e presuntuosi”, oppure abbia stigmatizzato come “cristiani pipistrelli” i fedeli che vedono sempre nero e definito “alzheimer spirituale” una delle malattie che affliggono la Curia (Corriere.it 16 gennaio).

Accattoli ha anche sottolineato, però, come quanto affermato da Bergoglio sia nella continuità con il giudizio del Vaticano sulle vignette contro Maometto, a partire da quelle danesi, così affermato dall’allora portavoce vaticano Joaquín Navarro-Valls il 4 febbraio 2006: “Il diritto alla libertà di pensiero e di espressione, sancito dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo, non può implicare il diritto di offendere il sentimento religioso dei credenti”. La linea di Bergoglio, a parte “il gusto creativo per la libertà di linguaggio” è “quella del «limite» nell’uso della libertà di espressione”.

NON UN APPELLO ALLA VIOLENZA

Taglia corto monsignor Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto e segretario del Sinodo sulla famiglia: “Il Papa ha messo il dito su un punto veramente fondamentale: alla ferma condanna per qualsiasi violenza esercitata in nome di Dio, occorre affiancare il richiamo forte per il rispetto per ogni coscienza religiosa e ogni religione” (ilCentro15 gennaio).

Il papa, secondo Forte, ha voluto usare un’immagine molto umana, molto naturale, proprio per richiamare l’attenzione di tutti, per far capire che se si tocca quello che c’è di più sacro la reazione non può che essere un rigetto”. Non un appello alla violenza ma “l’istintiva reazione che ci può essere nel difendere i valori più sacri”. Per mons. Forte alcune delle vignette di “Charlie Hebdo” sono “veramente di pessimo gusto. Immagini tutt’altro che giuste sia dell’Islam sia del Cattolicesimo, dell’Ebraismo e di ogni religione. Credo sia importante evidenziare anche questo”, per cui se lo slogan “Je suis Charlie” vuol dire “essere dalla parte delle vittime e contro ogni violenza, mi trova d’accordo. Ma non posso identificarmi in nessun modo con un genere di satira che offenda la sensibilità religiosa e la coscienza degli altri”.

JE SUI CHARLIE/JE SUI PAS CHARLIE

E’ d’accordo il segretario generale della Cei, monsignor Nunzio Galantino: “‘Je suis Charliè perchè quello che è avvenuto è certamente un fatto inaudito, crudele; ‘Je suis Charliè perchè la libertà è davvero un valore non negoziabile da nessuna parte; ‘Je ne suis pas Charliè quando però si confonde la sacrosanta libertà e l’auspicabile satira e con l’insopportabile volgarità” (Ansa 16 gennaio). Dietro l’affermazione di Papa Francesco “c’è una cultura – ha rilevato monsignor Galantino – che non semplifica ciò che è complesso. Io condivido questo”. “Sul vocabolario italiano – ha aggiunto Galantino – la parola libertà, satira e volgarità stanno su pagine diverse. Questo deve pur significare qualcosa, in nessun dizionario dei sinonimi queste tre parole sono la stessa cosa. Mi pare che il Papa abbia messo in evidenza un fatto, la sensibilità delle persone a qualsiasi livello è una sensibilità che non può essere ignorata”.

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