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La grotta, il bue e l’asinello, i pastori: il presepe ha le sue radici nel Vangelo

Risponde don Filippo Belli, docente di Sacra Scrittura alla Facoltà teologica dell'Italia centrale.

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A proposito del presepe e della lettera apostolica del Papa, un lettore ci chiede se storicamente possiamo dire che Gesù è nato in una stalla o in una grotta? Risponde don Filippo Belli, docente di Sacra Scrittura alla Facoltà teologica dell’Italia centrale. 

Ho letto con grande piacere la lettera di Papa Francesco sul presepe. C’è però una curiosità che mi ha sempre accompagnato: tradizionalmente si dice che Gesù è nato in una stalla, o in una grotta. Mi sembra che nei vangeli non ci sia un riferimento diretto: ci sono altri testi da cui abbiamo altre informazioni? La ricostruzione della natività che si fa nel presepe, con il bue, l’asinello, i pastori ha un fondamento biblico o fa parte della pietà popolare?

Paolo Detti

Il nostro Papa Francesco ci ha fatto un bel regalo di Natale con la sua lettera apostolica dedicata al presepe «Admirabile signum». Egli, infatti, ci ha fatto intendere bene come i nostri presepi – e i presepi di tutta la storia – abbiano un solido fondamento evangelico negli scarni racconti che troviamo in Matteo e Luca, pur essendosi arricchiti e potendo ancora arricchirsi di elementi di per sé estranei alla narrazione primitiva, ma che indicano la volontà di immedesimarsi con quell’evento primordiale. Così scrive Papa Francesco: «Comporre il presepe nelle nostre case ci aiuta a rivivere la storia che si è vissuta a Betlemme. Naturalmente, i Vangeli rimangono sempre la fonte che permette di conoscere e meditare quell’Avvenimento; tuttavia, la sua rappresentazione nel presepe aiuta ad immaginare le scene, stimola gli affetti, invita a sentirsi coinvolti nella storia della salvezza, contemporanei dell’evento che è vivo e attuale nei più diversi contesti storici e culturali».

Queste riflessioni ci introducono alla possibile risposta del nostro lettore. Il vangelo in effetti non ci parla né di grotta né di stalla, ma ci offre alcuni indizi che hanno favorito la rappresentazione classica. Uno in particolare. Per tre volte l’evangelista Luca narra che il bambino si trova adagiato in una mangiatoia (Lc 2,7.12.16). Il dettaglio così ripetuto non deve essere un dettaglio casuale. Luca ha ricevuto dalla tradizione che ha utilizzato per scrivere il suo evangelo tale preciso dettaglio della prima «dimora» del Figlio di Dio: una mangiatoia. Ora, dalla mangiatoia al suo uso per gli animali e quindi alla stalla, il passo di immaginazione è facile da fare. Quindi un primo elemento classico di alcuni presepi, ovvero la stalla, con il fieno e la paglia, in cui è posto il bambino Gesù, ha una sua pertinenza col racconto evangelico.

Ma spesso compare nei presepi anche la grotta. Anche qui il testo del vangelo ci viene in aiuto. Il testo di Luca ci trasmette un altro famoso dettaglio sulla nascita di Gesù a Betlemme: «Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio» (Lc 2,7). Il fatto che Gesù sia posto nella mangiatoia è giustificato dall’indisponibilità per la piccola famiglia dell’«alloggio». Di cosa si tratta esattamente? La parola greca che ora è tradotta con «alloggio» è katalyma.

In greco il termine ha il significato di luogo di sosta, alloggio, albergo, dimora. Diciamo che di per sé il termine non ha una connotazione unica, dipende dai contesti. Ma l’idea generale è di un luogo di dimora provvisorio, di passaggio. Potrebbe essere un albergo, un caravanserraglio, come anche la stanza degli ospiti di una casa. Ma il testo di Luca ci fa capire che la questione non è tanto, come spesso si è pensato, che Maria e Giuseppe non abbiano trovato alloggio presso un albergo e quindi si sono diretti in altro luogo (vuoi una grotta o una stalla abbandonata). Il racconto non dà l’idea di due luoghi distinti, ma di un unico luogo (una casa) nel quale non c’era posto dove solitamente si accoglievano gli ospiti, per la qual cosa hanno trovato posto dove stavano gli animali. Ora, il villaggio di Betlemme, come l’archeologia ci ha mostrato, era costituito per una buona parte da grotte sul fianco della montagna, che sistemate e chiuse con eventuali opere murarie fungevano da abitazioni. Tali grotte e anfratti nella roccia usate come dimore, avevano all’interno uno spazio dove stavano le poche bestie domestiche, che in inverno offrivano il vantaggio di scaldare un poco l’ambiente. Così si può immaginare che la Sacra Famiglia sia stata accolta da una famiglia che non aveva spazio sufficiente nella propria abitazione, ma nell’angolo adibito alle bestie, dove c’era la mangiatoia. La grotta poi è elemento classico del presepe anche perché la tradizione ininterrotta ha individuato il luogo della nascita di Gesù proprio in una grotta che ancora oggi si venera a Betlemme.

Il bue e l’asino, sempre presenti nei presepi, anch’essi non sono una invenzione amena e decorativa, ma costituiscono un elemento che fin dagli inizi della tradizione natalizia sono stati rappresentati. Infatti, la fede cristiana ha collegato il racconto di Luca con un testo di Isaia che dice: «il bue conosce il suo proprietario e l’asino la mangiatoia del suo padrone, mentre Israele non conosce, il mio popolo non comprende» (Is 1,3). Persino il bue e l’asino – dice il Signore attraverso il profeta – sanno riconoscere a chi appartengono, mentre il popolo ostinato e ribelle non riesce. Il collegamento del testo di Isaia con il Vangelo è, ancora, attraverso la parola «mangiatoia» (phatne). È stato facile per il primi cristiani che cercavano di comprendere il Vangelo chiedersi: perché una mangiatoia (Lc 2,7.12.16)? C’erano animali? Che significato ha la mangiatoia? Così hanno trovato questo testo di Isaia in cui si cita una mangiatoia e hanno pensato che la parola di Isaia potesse illuminare il mistero della nascita di Gesù. Quindi il bue e l’asino, pur non essendo presenti nel racconto evangelico, ci stanno proprio bene nel presepe. Essi indicano a tutti l’atteggiamento adeguato di fronte al mistero che viene manifestato nella grotta di Betlemme: chi è quel bambino che i pastori ammirano, che i Magi adorano, che Giuseppe e Maria custodiscono e contemplano con ineffabile tenerezza? È il Signore, Colui a cui tutto appartiene, e la creazione stessa (raffigurata dal bue e dall’asino) lo riconosce come tale. Questi bravi animali sanno a chi appartengono, come profetizza Isaia. Così ognuno di noi, può riconoscere in quel Bambino adagiato in una mangiatoia, chi è il suo Signore, Colui al quale appartiene.

Per quello che riguarda i pastori, poi, il testo di Luca è esplicito: C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge….  Non c’è bisogno quindi di giustificare troppo la loro bella e variopinta presenza nei presepi.

Per concludere, i nostri presepi così vari e fantasiosi, hanno molti elementi di decoro, di immedesimazione, di ambientazione che sono il frutto della creatività, cultura e arte di chi li realizza. Ma ci sono alcuni elementi essenziali, e in genere sempre presenti, che hanno un buon fondamento nei racconti dei vangeli. Così il dato evangelico e la fantasia umana concorrono a realizzare quella immedesimazione necessaria al Mistero di Dio, il quale si è fatto carne proprio perché attraverso una esperienza umana noi potessimo più facilmente accoglierlo.

Filippo Belli

Originale: ToscanaOggi.it
Redazionehttps://www.spesalvi.it
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Risponde don Filippo Belli, docente di Sacra Scrittura alla Facoltà teologica dell'Italia centrale.

  

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A proposito del presepe e della lettera apostolica del Papa, un lettore ci chiede se storicamente possiamo dire che Gesù è nato in una stalla o in una grotta? Risponde don Filippo Belli, docente di Sacra Scrittura alla Facoltà teologica dell’Italia centrale. 

Ho letto con grande piacere la lettera di Papa Francesco sul presepe. C’è però una curiosità che mi ha sempre accompagnato: tradizionalmente si dice che Gesù è nato in una stalla, o in una grotta. Mi sembra che nei vangeli non ci sia un riferimento diretto: ci sono altri testi da cui abbiamo altre informazioni? La ricostruzione della natività che si fa nel presepe, con il bue, l’asinello, i pastori ha un fondamento biblico o fa parte della pietà popolare?

Paolo Detti

Il nostro Papa Francesco ci ha fatto un bel regalo di Natale con la sua lettera apostolica dedicata al presepe «Admirabile signum». Egli, infatti, ci ha fatto intendere bene come i nostri presepi – e i presepi di tutta la storia – abbiano un solido fondamento evangelico negli scarni racconti che troviamo in Matteo e Luca, pur essendosi arricchiti e potendo ancora arricchirsi di elementi di per sé estranei alla narrazione primitiva, ma che indicano la volontà di immedesimarsi con quell’evento primordiale. Così scrive Papa Francesco: «Comporre il presepe nelle nostre case ci aiuta a rivivere la storia che si è vissuta a Betlemme. Naturalmente, i Vangeli rimangono sempre la fonte che permette di conoscere e meditare quell’Avvenimento; tuttavia, la sua rappresentazione nel presepe aiuta ad immaginare le scene, stimola gli affetti, invita a sentirsi coinvolti nella storia della salvezza, contemporanei dell’evento che è vivo e attuale nei più diversi contesti storici e culturali».

Queste riflessioni ci introducono alla possibile risposta del nostro lettore. Il vangelo in effetti non ci parla né di grotta né di stalla, ma ci offre alcuni indizi che hanno favorito la rappresentazione classica. Uno in particolare. Per tre volte l’evangelista Luca narra che il bambino si trova adagiato in una mangiatoia (Lc 2,7.12.16). Il dettaglio così ripetuto non deve essere un dettaglio casuale. Luca ha ricevuto dalla tradizione che ha utilizzato per scrivere il suo evangelo tale preciso dettaglio della prima «dimora» del Figlio di Dio: una mangiatoia. Ora, dalla mangiatoia al suo uso per gli animali e quindi alla stalla, il passo di immaginazione è facile da fare. Quindi un primo elemento classico di alcuni presepi, ovvero la stalla, con il fieno e la paglia, in cui è posto il bambino Gesù, ha una sua pertinenza col racconto evangelico.

Ma spesso compare nei presepi anche la grotta. Anche qui il testo del vangelo ci viene in aiuto. Il testo di Luca ci trasmette un altro famoso dettaglio sulla nascita di Gesù a Betlemme: «Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio» (Lc 2,7). Il fatto che Gesù sia posto nella mangiatoia è giustificato dall’indisponibilità per la piccola famiglia dell’«alloggio». Di cosa si tratta esattamente? La parola greca che ora è tradotta con «alloggio» è katalyma.

In greco il termine ha il significato di luogo di sosta, alloggio, albergo, dimora. Diciamo che di per sé il termine non ha una connotazione unica, dipende dai contesti. Ma l’idea generale è di un luogo di dimora provvisorio, di passaggio. Potrebbe essere un albergo, un caravanserraglio, come anche la stanza degli ospiti di una casa. Ma il testo di Luca ci fa capire che la questione non è tanto, come spesso si è pensato, che Maria e Giuseppe non abbiano trovato alloggio presso un albergo e quindi si sono diretti in altro luogo (vuoi una grotta o una stalla abbandonata). Il racconto non dà l’idea di due luoghi distinti, ma di un unico luogo (una casa) nel quale non c’era posto dove solitamente si accoglievano gli ospiti, per la qual cosa hanno trovato posto dove stavano gli animali. Ora, il villaggio di Betlemme, come l’archeologia ci ha mostrato, era costituito per una buona parte da grotte sul fianco della montagna, che sistemate e chiuse con eventuali opere murarie fungevano da abitazioni. Tali grotte e anfratti nella roccia usate come dimore, avevano all’interno uno spazio dove stavano le poche bestie domestiche, che in inverno offrivano il vantaggio di scaldare un poco l’ambiente. Così si può immaginare che la Sacra Famiglia sia stata accolta da una famiglia che non aveva spazio sufficiente nella propria abitazione, ma nell’angolo adibito alle bestie, dove c’era la mangiatoia. La grotta poi è elemento classico del presepe anche perché la tradizione ininterrotta ha individuato il luogo della nascita di Gesù proprio in una grotta che ancora oggi si venera a Betlemme.

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Il bue e l’asino, sempre presenti nei presepi, anch’essi non sono una invenzione amena e decorativa, ma costituiscono un elemento che fin dagli inizi della tradizione natalizia sono stati rappresentati. Infatti, la fede cristiana ha collegato il racconto di Luca con un testo di Isaia che dice: «il bue conosce il suo proprietario e l’asino la mangiatoia del suo padrone, mentre Israele non conosce, il mio popolo non comprende» (Is 1,3). Persino il bue e l’asino – dice il Signore attraverso il profeta – sanno riconoscere a chi appartengono, mentre il popolo ostinato e ribelle non riesce. Il collegamento del testo di Isaia con il Vangelo è, ancora, attraverso la parola «mangiatoia» (phatne). È stato facile per il primi cristiani che cercavano di comprendere il Vangelo chiedersi: perché una mangiatoia (Lc 2,7.12.16)? C’erano animali? Che significato ha la mangiatoia? Così hanno trovato questo testo di Isaia in cui si cita una mangiatoia e hanno pensato che la parola di Isaia potesse illuminare il mistero della nascita di Gesù. Quindi il bue e l’asino, pur non essendo presenti nel racconto evangelico, ci stanno proprio bene nel presepe. Essi indicano a tutti l’atteggiamento adeguato di fronte al mistero che viene manifestato nella grotta di Betlemme: chi è quel bambino che i pastori ammirano, che i Magi adorano, che Giuseppe e Maria custodiscono e contemplano con ineffabile tenerezza? È il Signore, Colui a cui tutto appartiene, e la creazione stessa (raffigurata dal bue e dall’asino) lo riconosce come tale. Questi bravi animali sanno a chi appartengono, come profetizza Isaia. Così ognuno di noi, può riconoscere in quel Bambino adagiato in una mangiatoia, chi è il suo Signore, Colui al quale appartiene.

Per quello che riguarda i pastori, poi, il testo di Luca è esplicito: C’erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge….  Non c’è bisogno quindi di giustificare troppo la loro bella e variopinta presenza nei presepi.

Per concludere, i nostri presepi così vari e fantasiosi, hanno molti elementi di decoro, di immedesimazione, di ambientazione che sono il frutto della creatività, cultura e arte di chi li realizza. Ma ci sono alcuni elementi essenziali, e in genere sempre presenti, che hanno un buon fondamento nei racconti dei vangeli. Così il dato evangelico e la fantasia umana concorrono a realizzare quella immedesimazione necessaria al Mistero di Dio, il quale si è fatto carne proprio perché attraverso una esperienza umana noi potessimo più facilmente accoglierlo.

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