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La Grazia, arma di ri-creazione di massa. Parola di ex terrorista

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Maurice Bignami, da “Prima Linea” ai “Promessi Sposi”. Quando la Misericordia di Dio bussa alle porte del carcere

“Vorrei non essere diverso da come ero prima, con più capacità di leggere i segni dei tempi, ma il più possibile simile a quel ragazzo che aveva lo sguardo del principiante sulle cose”. Maurice Bignami, ex leader dell’organizzazione terroristica “Prima Linea”, oggi ha quasi 65 anni, in parte passati in carcere con vari ergastoli da scontare. Nasce a Parigi da genitori “comunisti di professione”: il padre era in Cecoslovacchia e ha dovuto rifugiarsi in Francia. Respira la “fede in un mondo migliore” e la convinzione di dover “aiutare la storia”. Quando si trasferisce con la famiglia a Bologna, nella seconda metà degli anni ’60, il passo è breve: aderisce alla formazione extraparlamentare “Potere Operaio”, poi ad “Autonomia Operaia”, quindi diventa uno degli animatori di “Prima Linea”. Sarà anche protagonista del suo scioglimento (‘82-’83) e del percorso culminato con la legge (1987) sulla “dissociazione” e la scarcerazione dei detenuti politici. Dai genitori impara che “la professione vera di un uomo è lottare, non per sé ma per tutti, per un futuro migliore” e non l’ha mai rinnegato: “Facendo i conti con la mia storia ho recuperato il buono che c’era”.

Questa fede ha trovato il suo compimento in un’altra fede, quella in Dio. “Mia nonna un giorno mi disse: ‘Io e la mamma ti abbiamo battezzato. Non lo dire a tuo padre, ma ricordatelo sempre’”. Parole che sfumano nelle estati bolognesi, nelle visite al santuario della Madonna di San Luca. Ricordi che riaffiorano solo dopo, in carcere. “L’isolamento non si augura a nessuno, ma si consiglia a tanti. È il momento in cui prendi consapevolezza piena delle cose importanti della vita, in cui riemergono le domande”. Quando lo arrestano è sollevato: “Mi ero liberato da una realtà che mi aveva schiacciato. Si ricominciava, anche se non sapevo cosa”. La novità ha la dolcezza e la fermezza, la sorpresa di un uomo che un giorno bussa alla sua porta. “Avrei dovuto mandarlo a quel paese” invece succede che “io quel prete lo faccio entrare”. Padre Ruggero è il cappellano delle Nuove di Torino. Il primo di una catena di incontri in cui a Maurice si svela il volto della Misericordia. Gli porta da leggere “I promessi sposi” e da allora non ha smesso di sfogliarlo. “Nella vita mi è toccato fare come fra’ Cristoforo, testimoniare quello che mi è accaduto… Lui si porta dietro un pezzo di pane, io un piede scassato”.

Il 1982 è l’anno delle nozze con Mariateresa. In carcere, Le Vallette, inaugurato per l’occasione. Lì Maurice assiste a “qualcosa che mi ha cambiato la vita: scendiamo le scale, gli agenti sbattono i manganelli e cantano Faccetta nera, pieni di odio. Comincia la cerimonia e cambia tutto, le facce. La situazione è la stessa, io sono sempre io, ma è cambiato tutto”. Tanto che “alla fine è normale prendere il cabaret delle paste e offrirle alle guardie”. Maurice parla di Grazia. Lo fa a modo suo: “È un’arma di ri-creazione di massa: la realtà decaduta che ritrova il suo vero volto. E lì tutti – mia moglie, io, il prete, le guardie, l’avvocato – abbiamo visto il nostro vero volto, il vero volto di tutti”. Le settimane tra ‘82 e ‘83 sono così: “Mi svegliavo la mattina e mi dicevo: perché sei lieto? Perché apprezzi il colore del cielo, il sapore dell’acqua? Perché ti senti più libero?” Ormai il “danno” è fatto: “Qualcosa cominciava a cambiarmi dentro. Cominciavo a dire: sarà qual nome lì? Quella cosa lì? Quel Cristo che mia nonna… E comincerò a dare del ‘tu’ a Cristo, a parlarci, e comincerò da protestante”. Un altro incontro, un altro francescano, padre Mario, che lo farà arrivare al cattolicesimo. Siamo a Roma, dove Maurice è stato trasferito. “Era stato talmente buono Cristo con me, che doveva avere volto particolare, e prima non era così. Il volto di Cristo lo vedi in quell’uomo che si apre all’affetto per te”.

Lo ripete sempre: “Si può essere ex terrorista, non ex assassino. Chi oltrepassa quella soglia è segnato a vita, ha il segno di Caino sul volto”. Ma Dio non lo abbandona. “Alla terza volta che tornavo su questi argomenti in confessione, padre Mario mi ha detto: ‘Basta. Pensi che la Misericordia di Dio non sia in grado di vincere le tue miserie!?’”. Negli stessi mesi, Maurice conosce don Luigi Di Liegro e suor Teresilla. Sarà don Luigi ad assumere lui e la moglie alla Caritas, e sempre lui a fare da mediatore per il rimpatrio di ex terroristi dalla Francia. “Se abbiamo ‘costretto’ don Luigi a fare delle cose per noi, Teresilla ‘costringeva’ noi a fare altrettanto”. Teneva rapporti con ex terroristi di ogni fazione come con i poliziotti, le guardie, il presidente della Repubblica. “Ci chiedeva soldi. Poteva essere per qualcuno di noi, ma più facilmente per la vedova di un agente o un ex compagno che aveva parlato… Fino alla morte ha fatto questo lavoro di ricucitura. Si muoveva con una logica apparentemente assurda, che poi è la logica di Dio che abbandona il gregge per cercare l’unica pecora smarrita, che getta i semi anche sulle pietre sperando che diano frutto. Sì, questa è la misericordia”.

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Maurice Bignami, da “Prima Linea” ai “Promessi Sposi”. Quando la Misericordia di Dio bussa alle porte del carcere

“Vorrei non essere diverso da come ero prima, con più capacità di leggere i segni dei tempi, ma il più possibile simile a quel ragazzo che aveva lo sguardo del principiante sulle cose”. Maurice Bignami, ex leader dell’organizzazione terroristica “Prima Linea”, oggi ha quasi 65 anni, in parte passati in carcere con vari ergastoli da scontare. Nasce a Parigi da genitori “comunisti di professione”: il padre era in Cecoslovacchia e ha dovuto rifugiarsi in Francia. Respira la “fede in un mondo migliore” e la convinzione di dover “aiutare la storia”. Quando si trasferisce con la famiglia a Bologna, nella seconda metà degli anni ’60, il passo è breve: aderisce alla formazione extraparlamentare “Potere Operaio”, poi ad “Autonomia Operaia”, quindi diventa uno degli animatori di “Prima Linea”. Sarà anche protagonista del suo scioglimento (‘82-’83) e del percorso culminato con la legge (1987) sulla “dissociazione” e la scarcerazione dei detenuti politici. Dai genitori impara che “la professione vera di un uomo è lottare, non per sé ma per tutti, per un futuro migliore” e non l’ha mai rinnegato: “Facendo i conti con la mia storia ho recuperato il buono che c’era”.

Questa fede ha trovato il suo compimento in un’altra fede, quella in Dio. “Mia nonna un giorno mi disse: ‘Io e la mamma ti abbiamo battezzato. Non lo dire a tuo padre, ma ricordatelo sempre’”. Parole che sfumano nelle estati bolognesi, nelle visite al santuario della Madonna di San Luca. Ricordi che riaffiorano solo dopo, in carcere. “L’isolamento non si augura a nessuno, ma si consiglia a tanti. È il momento in cui prendi consapevolezza piena delle cose importanti della vita, in cui riemergono le domande”. Quando lo arrestano è sollevato: “Mi ero liberato da una realtà che mi aveva schiacciato. Si ricominciava, anche se non sapevo cosa”. La novità ha la dolcezza e la fermezza, la sorpresa di un uomo che un giorno bussa alla sua porta. “Avrei dovuto mandarlo a quel paese” invece succede che “io quel prete lo faccio entrare”. Padre Ruggero è il cappellano delle Nuove di Torino. Il primo di una catena di incontri in cui a Maurice si svela il volto della Misericordia. Gli porta da leggere “I promessi sposi” e da allora non ha smesso di sfogliarlo. “Nella vita mi è toccato fare come fra’ Cristoforo, testimoniare quello che mi è accaduto… Lui si porta dietro un pezzo di pane, io un piede scassato”.

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Il 1982 è l’anno delle nozze con Mariateresa. In carcere, Le Vallette, inaugurato per l’occasione. Lì Maurice assiste a “qualcosa che mi ha cambiato la vita: scendiamo le scale, gli agenti sbattono i manganelli e cantano Faccetta nera, pieni di odio. Comincia la cerimonia e cambia tutto, le facce. La situazione è la stessa, io sono sempre io, ma è cambiato tutto”. Tanto che “alla fine è normale prendere il cabaret delle paste e offrirle alle guardie”. Maurice parla di Grazia. Lo fa a modo suo: “È un’arma di ri-creazione di massa: la realtà decaduta che ritrova il suo vero volto. E lì tutti – mia moglie, io, il prete, le guardie, l’avvocato – abbiamo visto il nostro vero volto, il vero volto di tutti”. Le settimane tra ‘82 e ‘83 sono così: “Mi svegliavo la mattina e mi dicevo: perché sei lieto? Perché apprezzi il colore del cielo, il sapore dell’acqua? Perché ti senti più libero?” Ormai il “danno” è fatto: “Qualcosa cominciava a cambiarmi dentro. Cominciavo a dire: sarà qual nome lì? Quella cosa lì? Quel Cristo che mia nonna… E comincerò a dare del ‘tu’ a Cristo, a parlarci, e comincerò da protestante”. Un altro incontro, un altro francescano, padre Mario, che lo farà arrivare al cattolicesimo. Siamo a Roma, dove Maurice è stato trasferito. “Era stato talmente buono Cristo con me, che doveva avere volto particolare, e prima non era così. Il volto di Cristo lo vedi in quell’uomo che si apre all’affetto per te”.

Lo ripete sempre: “Si può essere ex terrorista, non ex assassino. Chi oltrepassa quella soglia è segnato a vita, ha il segno di Caino sul volto”. Ma Dio non lo abbandona. “Alla terza volta che tornavo su questi argomenti in confessione, padre Mario mi ha detto: ‘Basta. Pensi che la Misericordia di Dio non sia in grado di vincere le tue miserie!?’”. Negli stessi mesi, Maurice conosce don Luigi Di Liegro e suor Teresilla. Sarà don Luigi ad assumere lui e la moglie alla Caritas, e sempre lui a fare da mediatore per il rimpatrio di ex terroristi dalla Francia. “Se abbiamo ‘costretto’ don Luigi a fare delle cose per noi, Teresilla ‘costringeva’ noi a fare altrettanto”. Teneva rapporti con ex terroristi di ogni fazione come con i poliziotti, le guardie, il presidente della Repubblica. “Ci chiedeva soldi. Poteva essere per qualcuno di noi, ma più facilmente per la vedova di un agente o un ex compagno che aveva parlato… Fino alla morte ha fatto questo lavoro di ricucitura. Si muoveva con una logica apparentemente assurda, che poi è la logica di Dio che abbandona il gregge per cercare l’unica pecora smarrita, che getta i semi anche sulle pietre sperando che diano frutto. Sì, questa è la misericordia”.

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