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La grande lezione di Papa Francesco sulla natura della Curia e sulla sua riforma

Vaticano

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di Giovanni Marcotullio

Il Santo Padre ha incontrato i curiali che assistono da vicino il ministero petrino di presidenza universale tra le Chiese per i tradizionali auguri di Natale: ripercorrendo i testi degli anni scorsi, Francesco si è idealmente riallacciato all’impostazione dello storico discorso di Benedetto XVI del 2005: ne emerge uno scorcio sull’intimità della Chiesa che merita di essere letto e compreso da ogni fedele.

Di per sé gli auguri alla Curia romana erano un incontro privato del Papa con i suoi collaboratori in senso medio-lato, un momento di ritrovo a metà tra l’intimo e il formale. Fu Benedetto XVI, nel 2005, a trasformarli in un genere letterario a sé, atteso soprattutto da teologi e vaticanisti: in quell’occasione, infatti, Papa Ratzinger intervenne col peso della propria competenza e autorità nella querelle sulla ricezione del Concilio Vaticano II. Veniva apertamente stroncata l’ermeneutica della discontinuità e della rottura – incarnata in Italia principalmente dalla “scuola di Bologna” – e si promuoveva l’ermeneutica della continuità nella riforma (l’unica che la viva Tradizione della Chiesa attesti da sempre, peraltro).

Con l’avvio del Pontificato argentino si è avuta l’impressione che all’improvviso le questioni ecclesiologiche fossero assurte a pubblico interesse: negli ultimi anni, infatti, le testate laiche si sono compiaciute nel mostrare il Papa che si rivolgeva alla Curia in “versione castigamatti”, pronunciando prognosi e terapie per le ormai famigerate “malattie curiali”. Il discorso di quest’anno ha avuto, tra molti altri, il pregio di ricollocare chiaramente i precedenti interventi nel solco del genere letterario avviato dodici anni fa; in effetti Papa Francesco ha spiegato di voler passare, alla descrizione dei funzionamenti della curia ad extra, dopo aver indicato le dinamiche (sane e malsane) sviluppate ad intra:

avendo parlato in precedenza della Curia romana ad intra, desidero quest’anno condividere con voi alcune riflessioni sulla realtà della Curia ad extra, ossia il rapporto della Curia con le Nazioni, con le Chiese particolari, con le Chiese Orientali, con il dialogo ecumenico, con l’ebraismo, con l’Islam e le altre religioni, cioè con il mondo esterno.

Le mie riflessioni si basano certamente sui principi basilari e canonici della Curia, sulla stessa storia della Curia, ma anche sulla visione personale che ho cercato di condividere con voi nei discorsi degli ultimi anni, nel contesto dell’attuale riforma in corso.

“Riforma”. Ecco il punto. Francesco richiama alla lezione di Benedetto XVI: le riforme avvengono nella continuità, non nella rottura.

Leggi anche: 13 “consigli” per una corretta riforma della Curia vaticana

A fronte di tale principio, apertamente dichiarato in apertura, dispiace non poco vedere che i titolisti di certe note testate d’ispirazione cattolica si siano conformati al trend del “giornalista collettivo” con questi shout: «Il Papa: anche nella Curia traditori e approfittatori».

Ma davvero si può pensare che il Papa aspetti il 21 dicembre per andare in Sala Clementina col sacco pieno di carbone a rimbrottare quanti per tutto l’anno hanno lavorato con faticosa fedeltà al difficillimo compito di assistere il Papa nel governo universale della Chiesa? E che senso avrebbe farlo in un discorso che già in anticipo si sa destinato a finire sulle testate di tutto il mondo? Ne risulterebbero a malapena dei rimproveri particolari pronunciati a mezza bocca e generalizzati da un titolo acchiappa-click. E sì che anche le suddette testate hanno riportato l’invito dello stesso Papa Francesco ai giornalisti, di appena cinque giorni fa: «I giornali non puntino a emozionare e stupire». Parole al vento, pare…

Perché a ben leggere il lungo e articolato discorso di Francesco, il passaggio dedicato a “traditori e approfittatori” è non solo brevissimo, ma collocato in un contesto che aiuta a capirlo per bene. Il Papa insomma non incontra i curiali per levarsi qualche sassolino dalle scarpe al riparo di una copertura mediatica atta a far passare la Curia per il luogo del male e il Pontefice per il romantico eroe senza macchia e senza paura (sarebbe un atteggiamento a dir poco vile, e se fosse vero risulterebbero giustificate le amarezze di alcuni cattolici, in realtà alimentate solo dalla superficialità della stampa): si parla della Riforma. Quella che Benedetto additava nel 2005 e che Francesco (non senza i limiti di ogni cosa umana) sta cercando di attuare.

[…] mi viene in mente l’espressione simpatica e significativa di Mons. Frédéric-François-Xavier De Mérode: «Fare le riforme a Roma è come pulire la Sfinge d’Egitto con uno spazzolino da denti»[1]. Ciò evidenzia quanta pazienza, dedizione e delicatezza occorrano per raggiungere tale obbiettivo, in quanto la Curia è un’istituzione antica, complessa, venerabile, composta da uomini provenienti da diverse culture, lingue e costruzioni mentali e che, strutturalmente e da sempre, è legata alla funzione primaziale del Vescovo di Roma nella Chiesa, ossia all’ufficio “sacro” voluto dallo stesso Cristo Signore per il bene dell’intero corpo della Chiesa, (ad bonum totius corporis)[2].

In realtà, come vediamo Francesco ha svolto una lectio magistralis sulla natura e sulle finalità della Curia romana (per la quale ha avuto parole a dir poco lusinghiere): la nota dominante del discorso è stata la definizione di sinodalità (parola che torna 2 volte nel testo, escluse le note) come sussidio del ministero primaziale (parola che nel testo, escluse le note, torna 6 volte). Rifuggendo dalla trita contrapposizione che ancora molti, perfino tra gli stretti collaboratori del Santo Padre, individuano tra i due poli fondamentali della dialettica cattolica, Papa Francesco ha detto chiaramente:

La comunione con Pietro rafforza e rinvigorisce la comunionetra tutti i membri.

Il Papa non ha poi mancato di ricordare che le entità primaziali, ultimamente culminanti nella cattedra romana e petrina, partecipano in differenti modi e gradi di quel principio d’unità«voluto dallo stesso Cristo Signore per il bene dell’intero corpo della Chiesa».

Proprio pensando a questa finalità ministeriale, petrina e curiale, ossia di servizio, salutando di recente i Padri e Capi delle Chiese Orientali Cattoliche[3], ho fatto ricorso all’espressione di un “primato diaconale”, rimandando subito all’immagine diletta di San Gregorio Magno del Servus servorum Dei. Questa definizione, nella sua dimensione cristologica, è anzitutto espressione della ferma volontà di imitare Cristo, il quale assunse la forma di servo (cfr Fil 2,7). Benedetto XVI, quando ne parlò, disse che sulle labbra di Gregorio questa frase non era «una pia formula, ma la vera manifestazione del suo modo di vivere e di agire. Egli era intimamente colpito dall’umiltà di Dio, che in Cristo si è fatto nostro servo, ci ha lavato e ci lava i piedi sporchi»[4].

La bella espressione di “primato diaconale”, con cui Papa Francesco ha formalizzato l’espressione di Gregorio Magno – forse il Papa del primo millennio che più ha dovuto e meglio ha saputo conciliare primato e sinodalità nella Chiesa –, ricorda che nella Chiesa tutti devono servire, se vogliono servire, perché Cristo servì – e Cristo usò l’immagine del “servo inutile” in una sua parabola escatologica per stigmatizzare la sterilità di quanti si servono della Chiesa invece di servirla.

Dopo aver così fermamente ribadito il primato petrino, Francesco ha definito “analogo” l’atteggiamento con cui tutti «quanti, a vario titolo, operano nell’ambito della Curia romana»: “analogo” non è una parola qualunque, in teologia, ma significa proprio ciò che dice il diritto canonico quando ricorda che la Curia agisce «nel nome e con l’autorità del Sommo Pontefice».

Leggi anche: Che cos’è il libro che Papa Francesco ha regalato alla Curia?

Da buon figlio di sant’Ignazio, poi, Papa Francesco ha riletto alcuni bei testi antichi sul ministero diaconale, che sceglievano plastiche immagini sensoriali per dire l’unità d’intenti e d’azione tra il vescovo monarchico (come ad esempio il Papa stesso) e l’ente diaconale che della sua autorità partecipa (nella fattispecie, la Curia): i testi patristici sono quindi stati contaminati con l’istruzione ignaziana del n. 121 degli Esercizi spirituali (richiamato alla nota 9) – «La quinta contemplazione sarà applicare i cinque sensi sulla prima e sulla seconda contemplazione».

Un testo culturalmente impegnato e teologicamente raffinato, come si vede. E puntualmente, in chiusura, Francesco ha precisato:

In realtà, una fede soltanto intellettuale o tiepida è solo una proposta di fede, che potrebbe realizzarsi quando arriverà a coinvolgere il cuore, l’anima, lo spirito e tutto il nostro essere, quando si permette a Dio di nascere e rinascere nella mangiatoia del cuore, quando permettiamo alla stella di Betlemme di guidarci verso il luogo dove giace il Figlio di Dio, non tra i re e il lusso, ma tra i poveri e gli umili.

Sì, perché – come aveva detto subito prima –:

[…] una fede che non ci mette in crisi è una fede in crisi; una fede che non ci fa crescere è una fede che deve crescereuna fede che non ci interroga è una fede sulla quale dobbiamo interrogarci; una fede che non ci anima è una fede che deve essere animata; una fede che non ci sconvolge è una fede che deve essere sconvolta.

La docilità nel lasciarsi guidare dai superiori è segno esistenziale e mistico di vera povertà in spirito, è marchio di genuina disposizione ad accogliere il Signore che viene. E a quel punto trovano forza e significato le immagini delle “fedeli antenne emittenti e riceventi” che avviano ad alcune note di dettaglio. Ne sottolineo una per tutte, quella sul cammino ecumenico, che nel suo richiamo ai “tempi che non conosciamo” (peraltro una citazione di concetti già espressi da Papa Bergoglioappare un forte freno a quanti vagheggiano di forzare le marce della riunificazione visibile dei cristiani:

L’unità si fa camminando, per ricordare che quando camminiamo insieme, cioè ci incontriamo come fratelli, preghiamo insieme, collaboriamo insieme nell’annuncio del Vangelo e nel servizio agli ultimi siamo già uniti. Tutte le divergenze teologiche ed ecclesiologiche che ancora dividono i cristiani saranno superate soltanto lungo questa via, senza che noi oggi sappiamo come e quando, ma ciò avverrà secondo quello che lo Spirito Santo vorrà suggerire per il bene della Chiesa.

Come si vede, dunque, il Papa non è andato in sala Clementina a sbraitare a casaccio, come un padrone iracondo che aspetta gli ospiti per rimproverare quelli di casa. Leggendo con calma il suo discorso di capisce chiaramente a chi si riferisca quando allude a

quella squilibrata e degenere logica dei complotti o delle piccole cerchie che in realtà rappresentano – nonostante tutte le loro giustificazioni e buone intenzioni – un cancro che porta all’autoreferenzialità, che si infiltra anche negli organismi ecclesiastici in quanto tali, e in particolare nelle persone che vi operano.

Il dialogo si deve praticare per davvero, per vivere nella comunione ecclesiale: tutti e sul serio. E la marca del vero dialogo ecclesiale, conforme all’obbedienza e alla povertà di Cristo, è la docilità. Ecco cosa voleva dire la colta citazione del Pellegrino cherubico del Silesio:

Dipende solo da te: Ah, potesse il tuo cuore diventare una mangiatoia! Dio nascerebbe bambino di nuovo sulla terra.

Originale: Aleteia.org
Redazionehttps://www.spesalvi.it
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Di per sé gli auguri alla Curia romana erano un incontro privato del Papa con i suoi collaboratori in senso medio-lato, un momento di ritrovo a metà tra l’intimo e il formale. Fu Benedetto XVI, nel 2005, a trasformarli in un genere letterario a sé, atteso soprattutto da teologi e vaticanisti: in quell’occasione, infatti, Papa Ratzinger intervenne col peso della propria competenza e autorità nella querelle sulla ricezione del Concilio Vaticano II. Veniva apertamente stroncata l’ermeneutica della discontinuità e della rottura – incarnata in Italia principalmente dalla “scuola di Bologna” – e si promuoveva l’ermeneutica della continuità nella riforma (l’unica che la viva Tradizione della Chiesa attesti da sempre, peraltro).

Con l’avvio del Pontificato argentino si è avuta l’impressione che all’improvviso le questioni ecclesiologiche fossero assurte a pubblico interesse: negli ultimi anni, infatti, le testate laiche si sono compiaciute nel mostrare il Papa che si rivolgeva alla Curia in “versione castigamatti”, pronunciando prognosi e terapie per le ormai famigerate “malattie curiali”. Il discorso di quest’anno ha avuto, tra molti altri, il pregio di ricollocare chiaramente i precedenti interventi nel solco del genere letterario avviato dodici anni fa; in effetti Papa Francesco ha spiegato di voler passare, alla descrizione dei funzionamenti della curia ad extra, dopo aver indicato le dinamiche (sane e malsane) sviluppate ad intra:

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avendo parlato in precedenza della Curia romana ad intra, desidero quest’anno condividere con voi alcune riflessioni sulla realtà della Curia ad extra, ossia il rapporto della Curia con le Nazioni, con le Chiese particolari, con le Chiese Orientali, con il dialogo ecumenico, con l’ebraismo, con l’Islam e le altre religioni, cioè con il mondo esterno.

Le mie riflessioni si basano certamente sui principi basilari e canonici della Curia, sulla stessa storia della Curia, ma anche sulla visione personale che ho cercato di condividere con voi nei discorsi degli ultimi anni, nel contesto dell’attuale riforma in corso.

“Riforma”. Ecco il punto. Francesco richiama alla lezione di Benedetto XVI: le riforme avvengono nella continuità, non nella rottura.

Leggi anche: 13 “consigli” per una corretta riforma della Curia vaticana

A fronte di tale principio, apertamente dichiarato in apertura, dispiace non poco vedere che i titolisti di certe note testate d’ispirazione cattolica si siano conformati al trend del “giornalista collettivo” con questi shout: «Il Papa: anche nella Curia traditori e approfittatori».

Ma davvero si può pensare che il Papa aspetti il 21 dicembre per andare in Sala Clementina col sacco pieno di carbone a rimbrottare quanti per tutto l’anno hanno lavorato con faticosa fedeltà al difficillimo compito di assistere il Papa nel governo universale della Chiesa? E che senso avrebbe farlo in un discorso che già in anticipo si sa destinato a finire sulle testate di tutto il mondo? Ne risulterebbero a malapena dei rimproveri particolari pronunciati a mezza bocca e generalizzati da un titolo acchiappa-click. E sì che anche le suddette testate hanno riportato l’invito dello stesso Papa Francesco ai giornalisti, di appena cinque giorni fa: «I giornali non puntino a emozionare e stupire». Parole al vento, pare…

Perché a ben leggere il lungo e articolato discorso di Francesco, il passaggio dedicato a “traditori e approfittatori” è non solo brevissimo, ma collocato in un contesto che aiuta a capirlo per bene. Il Papa insomma non incontra i curiali per levarsi qualche sassolino dalle scarpe al riparo di una copertura mediatica atta a far passare la Curia per il luogo del male e il Pontefice per il romantico eroe senza macchia e senza paura (sarebbe un atteggiamento a dir poco vile, e se fosse vero risulterebbero giustificate le amarezze di alcuni cattolici, in realtà alimentate solo dalla superficialità della stampa): si parla della Riforma. Quella che Benedetto additava nel 2005 e che Francesco (non senza i limiti di ogni cosa umana) sta cercando di attuare.

[…] mi viene in mente l’espressione simpatica e significativa di Mons. Frédéric-François-Xavier De Mérode: «Fare le riforme a Roma è come pulire la Sfinge d’Egitto con uno spazzolino da denti»[1]. Ciò evidenzia quanta pazienza, dedizione e delicatezza occorrano per raggiungere tale obbiettivo, in quanto la Curia è un’istituzione antica, complessa, venerabile, composta da uomini provenienti da diverse culture, lingue e costruzioni mentali e che, strutturalmente e da sempre, è legata alla funzione primaziale del Vescovo di Roma nella Chiesa, ossia all’ufficio “sacro” voluto dallo stesso Cristo Signore per il bene dell’intero corpo della Chiesa, (ad bonum totius corporis)[2].

In realtà, come vediamo Francesco ha svolto una lectio magistralis sulla natura e sulle finalità della Curia romana (per la quale ha avuto parole a dir poco lusinghiere): la nota dominante del discorso è stata la definizione di sinodalità (parola che torna 2 volte nel testo, escluse le note) come sussidio del ministero primaziale (parola che nel testo, escluse le note, torna 6 volte). Rifuggendo dalla trita contrapposizione che ancora molti, perfino tra gli stretti collaboratori del Santo Padre, individuano tra i due poli fondamentali della dialettica cattolica, Papa Francesco ha detto chiaramente:

La comunione con Pietro rafforza e rinvigorisce la comunionetra tutti i membri.

Il Papa non ha poi mancato di ricordare che le entità primaziali, ultimamente culminanti nella cattedra romana e petrina, partecipano in differenti modi e gradi di quel principio d’unità«voluto dallo stesso Cristo Signore per il bene dell’intero corpo della Chiesa».

Proprio pensando a questa finalità ministeriale, petrina e curiale, ossia di servizio, salutando di recente i Padri e Capi delle Chiese Orientali Cattoliche[3], ho fatto ricorso all’espressione di un “primato diaconale”, rimandando subito all’immagine diletta di San Gregorio Magno del Servus servorum Dei. Questa definizione, nella sua dimensione cristologica, è anzitutto espressione della ferma volontà di imitare Cristo, il quale assunse la forma di servo (cfr Fil 2,7). Benedetto XVI, quando ne parlò, disse che sulle labbra di Gregorio questa frase non era «una pia formula, ma la vera manifestazione del suo modo di vivere e di agire. Egli era intimamente colpito dall’umiltà di Dio, che in Cristo si è fatto nostro servo, ci ha lavato e ci lava i piedi sporchi»[4].

La bella espressione di “primato diaconale”, con cui Papa Francesco ha formalizzato l’espressione di Gregorio Magno – forse il Papa del primo millennio che più ha dovuto e meglio ha saputo conciliare primato e sinodalità nella Chiesa –, ricorda che nella Chiesa tutti devono servire, se vogliono servire, perché Cristo servì – e Cristo usò l’immagine del “servo inutile” in una sua parabola escatologica per stigmatizzare la sterilità di quanti si servono della Chiesa invece di servirla.

Dopo aver così fermamente ribadito il primato petrino, Francesco ha definito “analogo” l’atteggiamento con cui tutti «quanti, a vario titolo, operano nell’ambito della Curia romana»: “analogo” non è una parola qualunque, in teologia, ma significa proprio ciò che dice il diritto canonico quando ricorda che la Curia agisce «nel nome e con l’autorità del Sommo Pontefice».

Leggi anche: Che cos’è il libro che Papa Francesco ha regalato alla Curia?

Da buon figlio di sant’Ignazio, poi, Papa Francesco ha riletto alcuni bei testi antichi sul ministero diaconale, che sceglievano plastiche immagini sensoriali per dire l’unità d’intenti e d’azione tra il vescovo monarchico (come ad esempio il Papa stesso) e l’ente diaconale che della sua autorità partecipa (nella fattispecie, la Curia): i testi patristici sono quindi stati contaminati con l’istruzione ignaziana del n. 121 degli Esercizi spirituali (richiamato alla nota 9) – «La quinta contemplazione sarà applicare i cinque sensi sulla prima e sulla seconda contemplazione».

Un testo culturalmente impegnato e teologicamente raffinato, come si vede. E puntualmente, in chiusura, Francesco ha precisato:

In realtà, una fede soltanto intellettuale o tiepida è solo una proposta di fede, che potrebbe realizzarsi quando arriverà a coinvolgere il cuore, l’anima, lo spirito e tutto il nostro essere, quando si permette a Dio di nascere e rinascere nella mangiatoia del cuore, quando permettiamo alla stella di Betlemme di guidarci verso il luogo dove giace il Figlio di Dio, non tra i re e il lusso, ma tra i poveri e gli umili.

Sì, perché – come aveva detto subito prima –:

[…] una fede che non ci mette in crisi è una fede in crisi; una fede che non ci fa crescere è una fede che deve crescereuna fede che non ci interroga è una fede sulla quale dobbiamo interrogarci; una fede che non ci anima è una fede che deve essere animata; una fede che non ci sconvolge è una fede che deve essere sconvolta.

La docilità nel lasciarsi guidare dai superiori è segno esistenziale e mistico di vera povertà in spirito, è marchio di genuina disposizione ad accogliere il Signore che viene. E a quel punto trovano forza e significato le immagini delle “fedeli antenne emittenti e riceventi” che avviano ad alcune note di dettaglio. Ne sottolineo una per tutte, quella sul cammino ecumenico, che nel suo richiamo ai “tempi che non conosciamo” (peraltro una citazione di concetti già espressi da Papa Bergoglioappare un forte freno a quanti vagheggiano di forzare le marce della riunificazione visibile dei cristiani:

L’unità si fa camminando, per ricordare che quando camminiamo insieme, cioè ci incontriamo come fratelli, preghiamo insieme, collaboriamo insieme nell’annuncio del Vangelo e nel servizio agli ultimi siamo già uniti. Tutte le divergenze teologiche ed ecclesiologiche che ancora dividono i cristiani saranno superate soltanto lungo questa via, senza che noi oggi sappiamo come e quando, ma ciò avverrà secondo quello che lo Spirito Santo vorrà suggerire per il bene della Chiesa.

Come si vede, dunque, il Papa non è andato in sala Clementina a sbraitare a casaccio, come un padrone iracondo che aspetta gli ospiti per rimproverare quelli di casa. Leggendo con calma il suo discorso di capisce chiaramente a chi si riferisca quando allude a

quella squilibrata e degenere logica dei complotti o delle piccole cerchie che in realtà rappresentano – nonostante tutte le loro giustificazioni e buone intenzioni – un cancro che porta all’autoreferenzialità, che si infiltra anche negli organismi ecclesiastici in quanto tali, e in particolare nelle persone che vi operano.

Il dialogo si deve praticare per davvero, per vivere nella comunione ecclesiale: tutti e sul serio. E la marca del vero dialogo ecclesiale, conforme all’obbedienza e alla povertà di Cristo, è la docilità. Ecco cosa voleva dire la colta citazione del Pellegrino cherubico del Silesio:

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