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La gioia del prete attira tutti, a cominciare dai lontani.

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Francesco nella messa del crisma prosegue l’identikit del pastore. «Anch’io sono passato attraverso quei momenti di apatia e noia che a volte ci colgono nella vita sacerdotale»

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ANDREA TORNIELLI
CITTÀ DEL VATICANO

Un anno fa aveva chiesto ai preti di essere pastori «con l’odore delle pecore», e oggi, celebrando la messa del crisma, la liturgia che nel Giovedì Santo ogni vescovo celebra con tutto il suo clero benedicendo gli oli che serviranno per amministrare i sacramenti, Papa Francesco ha continuato a tracciare l’identikit del prete a partire dalla gioia che caratterizza chi è fedele alla sua missione sacerdotale. E ha confidato di essere passato anche lui attraverso momenti di apatia e noia nella sua vita di prete.

«La gioia del sacerdote è un bene prezioso – ha detto il Papa – non solo per lui ma anche per tutto il popolo fedele di Dio». Francesco ha ricordato che il prete «è una persona molto piccola: l’incommensurabile grandezza del dono che ci è dato per il ministero ci relega tra i più piccoli degli uomini». Il sacerdote è dunque «il più povero degli uomini se Gesù non lo arricchisce con la sua povertà, è il più inutile servo se Gesù non lo chiama amico, il più stolto degli uomini se Gesù non lo istruisce pazientemente come Pietro, il più indifeso dei cristiani se il Buon Pastore non lo fortifica in mezzo al gregge». E dunque «nessuno è più piccolo di un sacerdote lasciato alle sue sole forze».
Francesco ha quindi indicato tre caratteristiche della gioia sacerdotale: «È una gioia che ci unge (non che ci rende untuosi, sontuosi e presuntuosi), è una gioia incorruttibile», che può essere «addormentata o soffocata dal peccato o dalle preoccupazioni della vita» ma nel profondo rimane intatta come la brace sotto la cenere e può essere ravvivata. E infine «è una gioia missionaria che si irradia a tutti e attira tutti, cominciando alla rovescia: dai più lontani».
Bergoglio ha sottolineato come la gioia del prete sia «in intima relazione con il santo popolo fedele di Dio perché si tratta di una gioia eminentemente missionaria» e ha detto che il sacerdote è in mezzo alle sue pecore anche quando adora Dio nel silenzio della preghiera. Quindi ha ricordato: «Anche nei momenti di tristezza, in cui tutto sembra oscurarsi e la vertigine dell’isolamento ci seduce, quei momenti apatici e noiosi che a volte ci colgono nella vita sacerdotale (e attraverso i quali anch’io sono passato), persino in questi momenti il popolo di Dio è capace di custodire la gioia, è capace di proteggerti, di abbracciarti, di aiutarti ad aprire il cuore e ritrovare una gioia rinnovata».

Francesco ha quindi indicato «tre sorelle» che proteggono la gioia sacerdotale: «sorella povertà, sorella fedeltà e sorella obbedienza». Il prete è «povero di gioia meramente umana: ha rinunciato a tanto! E poiché è povero, lui, che dà tante cose agli altri, la sua gioia deve chiederla al Signore e al popolo fedele di Dio. Non deve procurarsela da sé». Molti, ha continuato il Papa, «parlando della crisi di identità sacerdotale, non tengono conto che l’identità presuppone appartenenza. Non c’è identità – e pertanto gioia di vivere – senza appartenenza attiva e impegnata al popolo fedele di Dio».
Il prete che «pretende di trovare l’identità sacerdotale indagando introspettivamente nella propria interiorità forse non trova altro che segnali che dicono “uscita”: esci da te stesso, esci in cerca di Dio nell’adorazione, esci e dai al tuo popolo ciò che ti è stato affidato, e il tuo popolo avrà cura di farti sentire e gustare chi sei, come ti chiami, qual è la tua identità e ti farà gioire». Ma se il sacerdote non esce da se stesso, «l’olio diventa rancido e l’unzione non può essere feconda. Uscire da sé stessi richiede spogliarsi di sé, comporta povertà».

«La gioia sacerdotale – ha spiegato Bergoglio – è una gioia che ha come sorella la fedeltà. Non tanto nel senso che saremmo tutti “immacolati” (magari con la grazia di Dio lo fossimo!) perché siamo peccatori, ma piuttosto nel senso di una sempre nuova fedeltà all’unica Sposa, la Chiesa». E la «sposa» a cui il prete deve essere fedele sono «quelli che ha battezzato, le famiglie che ha benedetto e aiutato a camminare, i malati che sostiene, i giovani con cui condivide la catechesi e la formazione, i poveri che soccorre». È la Chiesa «viva, con nome e cognome, di cui il sacerdote si prende cura nella sua parrocchia o nella missione affidatagli».
Quanto all’obbedienza, il Papa ha citato non solo quella alla gerarchia, ma anche «alla Chiesa nel servizio: disponibilità e prontezza per servire tutti, sempre e nel modo migliore». La disponibilità del sacerdote fa dunque della «Chiesa la casa dalle porte aperte, rifugio per i peccatori, focolare per quanti vivono per strada, casa di cura per i malati, campeggio per i giovani, aula di catechesi per i piccoli della prima comunione… Dove il popolo di Dio ha un desiderio o una necessità, là c’è il sacerdote che sa ascoltare (ob-audire)».

Infine, Francesco ha pregato perché ai preti giovani «Gesù conservi il brillare gioioso negli occhi dei nuovi ordinati, che partono per “mangiarsi” il mondo, per consumarsi in mezzo al popolo fedele di Dio» e «la gioia della partenza». Ha pregato perché ai preti che hanno parecchi anni di sacerdozio «quella gioia che, senza scomparire dagli occhi, si posa sulle spalle di quanti sopportano il peso del ministero, quei preti che già hanno tastato il polso al lavoro, raccolgono le loro forze e si riarmano: “cambiano aria”, come dicono gli sportivi». E per i preti anziani ha chiesto «la gioia della croce, che promana dalla consapevolezza di avere un tesoro incorruttibile in un vaso di creta che si va disfacendo. Sappiano stare bene in qualunque posto… Sentano la gioia di passare la fiaccola, la gioia di veder crescere i figli dei figli e di salutare, sorridendo e con mitezza, le promesse, in quella speranza che non delude».

Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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La gioia del prete attira tutti, a cominciare dai lontani.

  

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Francesco nella messa del crisma prosegue l’identikit del pastore. «Anch’io sono passato attraverso quei momenti di apatia e noia che a volte ci colgono nella vita sacerdotale»

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ANDREA TORNIELLI
CITTÀ DEL VATICANO

Un anno fa aveva chiesto ai preti di essere pastori «con l’odore delle pecore», e oggi, celebrando la messa del crisma, la liturgia che nel Giovedì Santo ogni vescovo celebra con tutto il suo clero benedicendo gli oli che serviranno per amministrare i sacramenti, Papa Francesco ha continuato a tracciare l’identikit del prete a partire dalla gioia che caratterizza chi è fedele alla sua missione sacerdotale. E ha confidato di essere passato anche lui attraverso momenti di apatia e noia nella sua vita di prete.

«La gioia del sacerdote è un bene prezioso – ha detto il Papa – non solo per lui ma anche per tutto il popolo fedele di Dio». Francesco ha ricordato che il prete «è una persona molto piccola: l’incommensurabile grandezza del dono che ci è dato per il ministero ci relega tra i più piccoli degli uomini». Il sacerdote è dunque «il più povero degli uomini se Gesù non lo arricchisce con la sua povertà, è il più inutile servo se Gesù non lo chiama amico, il più stolto degli uomini se Gesù non lo istruisce pazientemente come Pietro, il più indifeso dei cristiani se il Buon Pastore non lo fortifica in mezzo al gregge». E dunque «nessuno è più piccolo di un sacerdote lasciato alle sue sole forze».
Francesco ha quindi indicato tre caratteristiche della gioia sacerdotale: «È una gioia che ci unge (non che ci rende untuosi, sontuosi e presuntuosi), è una gioia incorruttibile», che può essere «addormentata o soffocata dal peccato o dalle preoccupazioni della vita» ma nel profondo rimane intatta come la brace sotto la cenere e può essere ravvivata. E infine «è una gioia missionaria che si irradia a tutti e attira tutti, cominciando alla rovescia: dai più lontani».
Bergoglio ha sottolineato come la gioia del prete sia «in intima relazione con il santo popolo fedele di Dio perché si tratta di una gioia eminentemente missionaria» e ha detto che il sacerdote è in mezzo alle sue pecore anche quando adora Dio nel silenzio della preghiera. Quindi ha ricordato: «Anche nei momenti di tristezza, in cui tutto sembra oscurarsi e la vertigine dell’isolamento ci seduce, quei momenti apatici e noiosi che a volte ci colgono nella vita sacerdotale (e attraverso i quali anch’io sono passato), persino in questi momenti il popolo di Dio è capace di custodire la gioia, è capace di proteggerti, di abbracciarti, di aiutarti ad aprire il cuore e ritrovare una gioia rinnovata».

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Francesco ha quindi indicato «tre sorelle» che proteggono la gioia sacerdotale: «sorella povertà, sorella fedeltà e sorella obbedienza». Il prete è «povero di gioia meramente umana: ha rinunciato a tanto! E poiché è povero, lui, che dà tante cose agli altri, la sua gioia deve chiederla al Signore e al popolo fedele di Dio. Non deve procurarsela da sé». Molti, ha continuato il Papa, «parlando della crisi di identità sacerdotale, non tengono conto che l’identità presuppone appartenenza. Non c’è identità – e pertanto gioia di vivere – senza appartenenza attiva e impegnata al popolo fedele di Dio».
Il prete che «pretende di trovare l’identità sacerdotale indagando introspettivamente nella propria interiorità forse non trova altro che segnali che dicono “uscita”: esci da te stesso, esci in cerca di Dio nell’adorazione, esci e dai al tuo popolo ciò che ti è stato affidato, e il tuo popolo avrà cura di farti sentire e gustare chi sei, come ti chiami, qual è la tua identità e ti farà gioire». Ma se il sacerdote non esce da se stesso, «l’olio diventa rancido e l’unzione non può essere feconda. Uscire da sé stessi richiede spogliarsi di sé, comporta povertà».

«La gioia sacerdotale – ha spiegato Bergoglio – è una gioia che ha come sorella la fedeltà. Non tanto nel senso che saremmo tutti “immacolati” (magari con la grazia di Dio lo fossimo!) perché siamo peccatori, ma piuttosto nel senso di una sempre nuova fedeltà all’unica Sposa, la Chiesa». E la «sposa» a cui il prete deve essere fedele sono «quelli che ha battezzato, le famiglie che ha benedetto e aiutato a camminare, i malati che sostiene, i giovani con cui condivide la catechesi e la formazione, i poveri che soccorre». È la Chiesa «viva, con nome e cognome, di cui il sacerdote si prende cura nella sua parrocchia o nella missione affidatagli».
Quanto all’obbedienza, il Papa ha citato non solo quella alla gerarchia, ma anche «alla Chiesa nel servizio: disponibilità e prontezza per servire tutti, sempre e nel modo migliore». La disponibilità del sacerdote fa dunque della «Chiesa la casa dalle porte aperte, rifugio per i peccatori, focolare per quanti vivono per strada, casa di cura per i malati, campeggio per i giovani, aula di catechesi per i piccoli della prima comunione… Dove il popolo di Dio ha un desiderio o una necessità, là c’è il sacerdote che sa ascoltare (ob-audire)».

Infine, Francesco ha pregato perché ai preti giovani «Gesù conservi il brillare gioioso negli occhi dei nuovi ordinati, che partono per “mangiarsi” il mondo, per consumarsi in mezzo al popolo fedele di Dio» e «la gioia della partenza». Ha pregato perché ai preti che hanno parecchi anni di sacerdozio «quella gioia che, senza scomparire dagli occhi, si posa sulle spalle di quanti sopportano il peso del ministero, quei preti che già hanno tastato il polso al lavoro, raccolgono le loro forze e si riarmano: “cambiano aria”, come dicono gli sportivi». E per i preti anziani ha chiesto «la gioia della croce, che promana dalla consapevolezza di avere un tesoro incorruttibile in un vaso di creta che si va disfacendo. Sappiano stare bene in qualunque posto… Sentano la gioia di passare la fiaccola, la gioia di veder crescere i figli dei figli e di salutare, sorridendo e con mitezza, le promesse, in quella speranza che non delude».

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