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Home Argomenti Papa La festa di una Chiesa semplice, non l'esaltazione del papato.

La festa di una Chiesa semplice, non l’esaltazione del papato.

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Il commento di Tornielli: nelle sobrie parole di Francesco la chiave di lettura per comprendere le canonizzazioni dei due predecessori

1705426e40

ANDREA TORNIELLI
CITTÀ DEL VATICANO

«Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II hanno collaborato con lo Spirito Santo per ripristinare e aggiornare la Chiesa secondo la sua fisionomia originaria, la fisionomia che le hanno dato i santi nel corso dei secoli. Non dimentichiamo che sono proprio i santi che mandano avanti e fanno crescere la Chiesa». Questo ha detto nell’omelia della messa di canonizzazione Papa Bergoglio.

Chi si aspettava l’esaltazione del ruolo storico avuto dai due predecessori elevati all’onore degli altari è stato deluso. Francesco ha legato la loro testimonianza, e dunque anche le ragioni della duplice santificazione, all’essenziale della vita cristiana di due testimoni che «non hanno avuto vergogna della carne di Cristo, non si sono scandalizzati di Lui, della sua croce; non hanno avuto vergogna della carne del fratello, perché in ogni persona sofferente vedevano Gesù. Sono stati due uomini coraggiosi, pieni della parresia dello Spirito Santo, e hanno dato testimonianza alla Chiesa e al mondo della bontà di Dio, della sua misericordia».

La bontà di Dio, la misericordia, il perdono, la vicinanza. È questo l’insegnamento che Francesco trae dai due predecessori. Ed è l’immagine di una Chiesa lontana anni luce dai progetti di egemonia culturale, dalle strategie di occupazione di spazi, dalla riaffermazione identitaria, da visioni mitizzanti dei Papi che fermano guerre o abbattono muri, dalle nostalgie sempre più autoreferenziali di chi ha ingabbiato la fede in puntigliosi schemi «law & order».

È l’immagine di una comunità in cui «si vive l’essenziale del Vangelo, vale a dire l’amore, la misericordia, in semplicità e fraternità». A questo tende e questo vorrebbe mostrare il Papa venuto dalla fine del mondo, anche come sguardo e prospettiva sui prossimi Sinodi dedicati alla famiglia. «Che entrambi – ha concluso Francesco – ci insegnino a non scandalizzarci delle piaghe di Cristo ad addentrarci nel mistero della misericordia divina che sempre spera, sempre perdona, perché sempre ama».

Redazionehttps://www.spesalvi.it
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Chi si aspettava l’esaltazione del ruolo storico avuto dai due predecessori elevati all’onore degli altari è stato deluso. Francesco ha legato la loro testimonianza, e dunque anche le ragioni della duplice santificazione, all’essenziale della vita cristiana di due testimoni che «non hanno avuto vergogna della carne di Cristo, non si sono scandalizzati di Lui, della sua croce; non hanno avuto vergogna della carne del fratello, perché in ogni persona sofferente vedevano Gesù. Sono stati due uomini coraggiosi, pieni della parresia dello Spirito Santo, e hanno dato testimonianza alla Chiesa e al mondo della bontà di Dio, della sua misericordia».

La bontà di Dio, la misericordia, il perdono, la vicinanza. È questo l’insegnamento che Francesco trae dai due predecessori. Ed è l’immagine di una Chiesa lontana anni luce dai progetti di egemonia culturale, dalle strategie di occupazione di spazi, dalla riaffermazione identitaria, da visioni mitizzanti dei Papi che fermano guerre o abbattono muri, dalle nostalgie sempre più autoreferenziali di chi ha ingabbiato la fede in puntigliosi schemi «law & order».

È l’immagine di una comunità in cui «si vive l’essenziale del Vangelo, vale a dire l’amore, la misericordia, in semplicità e fraternità». A questo tende e questo vorrebbe mostrare il Papa venuto dalla fine del mondo, anche come sguardo e prospettiva sui prossimi Sinodi dedicati alla famiglia. «Che entrambi – ha concluso Francesco – ci insegnino a non scandalizzarci delle piaghe di Cristo ad addentrarci nel mistero della misericordia divina che sempre spera, sempre perdona, perché sempre ama».

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