12.6 C
Roma
Ven, 4 Dicembre 2020

ROTATE FOR FULL CONTENT

MOBILE THEME

Home Rubriche Recensioni Libri La dignità della donna: la questione femminile negli scritti di Giovanni Paolo...

La dignità della donna: la questione femminile negli scritti di Giovanni Paolo II.

- Advertisement -

a

Durante il Giubileo del 2000, papa Giovanni Paolo II fece pubblica ammenda per i peccati commessi nel passato dagli ecclesiastici: tra le sette categorie di peccati menzionati, vennero anche nominati i peccati contro la dignità delle donne e delle minoranze. Inoltre, il 10 luglio 1995 inviò una lettera destinata «ad ogni donna» in cui chiedeva perdono per le ingiustizie compiute verso le donne nel nome di Cristo, la violazione dei diritti femminili e per la denigrazione storica delle donne.

Questo libro è una preziosa raccolta del pensiero e degli scritti di questo straordinario Padre, il Pontefice che miliardi di persone nel mondo non dimenticheranno mai.

Questo testo è un libro che ogni donna dovrebbe avere in casa; è come un testamento, è come un terapeuta sempre a portata di mano, è come un consulente spirituale collegato direttamente con l’interfono all’autorità massima cioè il disegno originario di Dio su entrambi i generi, è come un prontuario legale da mettere in borsetta e tirare fuori quando ci troviamo a dover tuttora sopportare l’ottusità o addirittura la denigrazione ancora molto diffusa tra molti uomini di chiesa.

Molte sono le risposte dirette ed indirette che le lettrici e i lettori possono rinvenire all’interno di questo trattato. Ad esempio chi ritiene che fin dagli inizi la Chiesa sia stata un po’ troppo “maschilista”. Mentre Gesù è stato attento alle donne, come attestano i vangeli, e che ci sono dei passi nelle Lettere del NT abbastanza ambigue.
Una p.e. è questa: “le donne nelle assemblee tacciano perché non è loro permesso parlare; stiano invece sottomesse” (1Cor 14,34). Il Santo Padre fa notare il diverso approccio che ha l’antropologia di ispirazione ebraico-cristiana, basata sulla rilevanza teologica del “maschile” e del “femminile”, rispetto ai movimenti femministi che si basano sulle antropologie culturali di genere, nelle quali la differenza sessuale perde la sua rilevanza simbolica nel determinare anche i ruoli non solo naturali ma anche sociali dell’uomo e della donna. Alla base sta la determinazione del fondamentale concetto di “uguaglianza” tra i due. Per l’antropologia biblica, uguaglianza non significa “uniformità”, affermata fino all’azzeramento delle differenze considerate frutto delle semplici influenze culturali. Per l’antropologia biblica c’è assoluta pari dignità.
Le donne, impegnate in casa, sul lavoro, con i figli, per non contare il marito. Sono spesso sole e non sanno più a che santo votarsi. La vita delle donne è più faticosa di quella degli uomini, poiché richiede impegno su più fronti e non solo su quello lavorativo. Alle donne però sono riservati anche i privilegi più grandi, innanzi tutto la maternità, ma, più profondamente, finché uomini e donne rivendicheranno il loro apporto, senza realmente riconoscere e valorizzare anche quello dell’altro, difficilmente si potrà vivere meglio insieme. Ciò di cui abbiamo bisogno in famiglia è una grande alleanza che riconosce all’altro gli stessi sforzi che facciamo noi e che non teme di dichiarare il proprio limite: a chi serve una persona che arriva dappertutto, ma arrabbiata è  rancorosa verso gli altri componenti della famiglia che non l’aiutano quanto dovrebbero? Molto importante sarebbe intanto cercare di capire quali sono i pesi che il marito porta (es. competizione sul lavoro, timore di perderlo, frustrazione…) e sostenerlo, poi ammettere con lui e con i figli la propria fatica che potrebbe essere identica, il mobbing e le molestie sessuali sono per tutti.
Forse poco cambierà concretamente (almeno nel breve periodo), ma sarà un’occasione vera per rinnovare l’alleanza del matrimonio nella vita quotidiana, un matrimonio che abbiamo promesso di custodire in tutte le situazioni della vita e non solo nelle più tragiche (malattia, povertà) ma soprattutto in quelle normali, che sono la quasi totalità.
La speranza che Gesù offre alle donne non è solo una promessa di salvezza futura: è invito a ridefinire i ruoli sociali, a ripensare le strutture di potere, a sollecitare il cambiamento. Il Vangelo non può essere brandito come arma di un femminismo confessionale, perché supera di molto le pur giuste rivendicazioni delle donne e ci interpella tutti, maschi e femmine, chiamandoci alla conversione del cuore.
Il mondo di Gesù è abitato da numerose figure femminili. Chi sfoglia il Nuovo Testamento, e in particolare la narrazione evangelica, ne sentirà le voci, le scorgerà protagoniste.Il Gesù dei vangeli, pur presentato come colui che costituisce i dodici, non concepisce la sua comunità come una cerchia separata di soli uomini. Le donne fanno parte del gruppo a pieno titolo e i poveri discepoli rimangono spesso interdetti di fronte all’atteggiamento anticonformista del Maestro. Sarà proprio alle donne che, alla fine, verrà consegnato l’evangelo della risurrezione. Esse, come apostole designate in linea diretta da Dio, saranno mandate ad annunciare ai discepoli dispersi e al mondo che l’avventura evangelica continua. E che non si tratti di un recupero tardivo, in conclusione di racconto, lo dice l’intera vicenda pubblica di Gesù. Egli non ha mai discriminato le donne; le ha rese partecipi della sua missione e della sua vita. Ha condiviso con loro l’amicizia. Ha trattato le donne come persone rifiutando di definirle attraverso il loro status matrimoniale, il loro ruolo subordinato. Le donne per Gesù non sono solo le figlie o le mogli di qualcuno: sono individui, figlie di Dio, proprio come ogni essere umano.
Gesù, dunque, accoglie le donne, le ascolta, le ammaestra, le perdona, le guarisce e le manda in missione. Ha dato loro tanto: ha infiammato i loro cuori, le ha fatte sentire importanti, ha fatto conoscere un Dio materno, vicino, che le ama e non le considera cittadine di seconda classe nel suo regno. Più concretamente, si potrebbe dire che Gesù abbia offerto alle donne qualcosa di cui difficilmente gli uomini necessitano: le ha aiutate ad uscire dall’invisibilità, dall’anonimato, dal chiuso delle case, aprendo loro prospettive più ampie. La speranza che egli dona non è solo una promessa di salvezza futura. Essa provoca necessariamente una ridefinizione dei ruoli sociali, interroga le strutture e sollecita il cambiamento. Egli annuncia loro che il mondo può essere più ampio dei confini patriarcali, delle mura di casa. Gesù incontra le donne e le aiuta a diventare visibili, ad uscire dall’anonimato, guarendo le loro ferite fisiche e sociali, come con la donna dal flusso di sangue, l’adultera, o Maria di Magdala. Le donne aderiscono con gioia a quella fede che le chiama a libertà e trovano nella chiesa primitiva lo spazio e la possibilità di condividere i doni dello Spirito: profetesse, diaconesse, apostole e missionarie. La chiesa si presenta, da subito, con una pluralità di carismi, come la comunità di uguali.
Se pensiamo al silenzio e all’invisibilità delle donne nelle società del tempo, la novità evangelica appare in tutta la sua forza.
La cultura patriarcale non riuscirà a mettere a tacere la novità di un messaggio che rialza le donne, le solleva dalla sottomissione, dalla subordinazione culturale per dare loro la dignità di apostole, annunciatrici del Regno.
La “differenza” di quella narrazione emerge, pure, se raffrontata con il seguito della storia della cristianità: la società alternativa voluta da Gesù ha lasciato il posto, perlopiù, a chiese gerarchiche e patriarcali, incapaci di far risuonare per le donne il lieto annuncio.
Nel corso dei secoli le chiese hanno reinserito le donne nell’ordine patriarcale. La novità evangelica è stata emendata. L’annuncio della fede affidato alle donne è diventato nucleo di una testimonianza apostolica tutta al maschile. E così Maria di Magdala si è trovata di nuovo posseduta dai demoni del patriarcato; mentre alla samaritana è stato chiesto di tornare indietro a riprendersi la brocca! Esiste, dunque, tra evangelo e storia un evidente scarto che le lettrici credenti continuamente denunciano. Le donne di questa generazione sono chiamate a vigilare e lottare contro gli abusi del patriarcato e, contemporaneamente, a mantenere aperte le tensioni evangeliche. Come coniugare la spinta emancipatoria con il cuore del messaggio evangelico che chiede di rinnegare se stesse?
Come fare i conti con un Gesù amico ma singolare, che ci interpella con lieti annunci dalla insopportabile forza d’urto? C’è un’eccedenza dell’evangelo rispetto al nostro desiderio di essere valorizzate da Gesù. Eccedenza non vuol dire che l’evangelo rema contro, ma che va oltre: anche oltre il riconoscimento del ruolo delle donne.
Riscoprire la presenza femminile nelle Scritture cristiane è solo il primo tempo della partita, poiché l’evangelo pretende di essere, anche per le donne, parola che stupisce e spiazza, mentre conferma e consola.
Le donne devono essere messe in grado di mettere a frutto il loro “genio femminile” per influire concretamente sulle politiche delle nazioni e promuovere soluzioni originali ai problemi economici e sociali. L’essere donna e madre non deve assolutamente causare alcuna discriminazione, soprattutto nel mondo del lavoro. Sono purtroppo diffuse ancora oggi, sia tra i credenti che tra i non credenti, alcune interpretazioni distorte di ciò che in realtà la Chiesa afferma sulla donna, specialmente se sposata e madre. Tali interpretazioni comportano il rischio (che spesso si concretizza) di dedurre che la Chiesa, in tutti i suoi livelli, sia un’istituzione maschilista, affermi la differente dignità dei due sessi e disincentivi implicitamente la partecipazione attiva della donna, e specialmente della madre, alla vita pubblica e alle decisioni che riguardano la collettività. Questa deduzione, che ha comportato una forte critica ai testi sacri del cattolicesimo, specialmente da parte di molte donne, non è corretta.

Sono stati scritti due fondamentali documenti sulla dignità della donna e sul suo ruolo nella società in senso ampio: la Lettera Apostolica “Mulieris dignitatem” di Papa Giovanni Paolo II (1988), e soprattutto la “Lettera alle Donne”, sempre di Giovanni Paolo II, scritta nel 1995 in vista della IV Conferenza Mondiale sulla Donna di Pechino. La Chiesa, ha condannato e condanna tuttora duramente ogni forma di maschilismo, di discriminazione e di violenza sulle donne. Giovanni Paolo II esalta le qualità femminili dell’intuizione, della sensibilità per ciò che è essenzialmente umano, della generosità, della costanza e della capacità di comprendere i reali problemi del mondo e sottolinea l’importanza della donna in tutte le sue “versioni”: madre, sposa, figlia, sorella, lavoratrice, consacrata. Si nota che, mentre l’elogio della donna madre, sposa, consacrata ha sempre rappresentato una costante nel pensiero della Chiesa e dei Papi, l’elogio della donna lavoratrice costituisce una fondamentale novità. Giovanni Paolo II è grato alla donna-lavoratrice per il vitale apporto di umanità che da all’economia, alla politica e a qualsiasi altro ambito della vita sociale.

E. Simonetti
Ha conseguito il Baccalaureato in S. Teologia presso l'Istituto Teologico Abruzzese-Molisano di Chieti affiliato alla Pontificia Università Lateranense - Roma.
Iscriviti
Notificami
guest
0 Commenti
Feedback in linea
Vedi tutti i commenti

La dignità della donna: la questione femminile negli scritti di Giovanni Paolo II.

- Advertisement -

a

Durante il Giubileo del 2000, papa Giovanni Paolo II fece pubblica ammenda per i peccati commessi nel passato dagli ecclesiastici: tra le sette categorie di peccati menzionati, vennero anche nominati i peccati contro la dignità delle donne e delle minoranze. Inoltre, il 10 luglio 1995 inviò una lettera destinata «ad ogni donna» in cui chiedeva perdono per le ingiustizie compiute verso le donne nel nome di Cristo, la violazione dei diritti femminili e per la denigrazione storica delle donne.

Questo libro è una preziosa raccolta del pensiero e degli scritti di questo straordinario Padre, il Pontefice che miliardi di persone nel mondo non dimenticheranno mai.

Questo testo è un libro che ogni donna dovrebbe avere in casa; è come un testamento, è come un terapeuta sempre a portata di mano, è come un consulente spirituale collegato direttamente con l’interfono all’autorità massima cioè il disegno originario di Dio su entrambi i generi, è come un prontuario legale da mettere in borsetta e tirare fuori quando ci troviamo a dover tuttora sopportare l’ottusità o addirittura la denigrazione ancora molto diffusa tra molti uomini di chiesa.

Molte sono le risposte dirette ed indirette che le lettrici e i lettori possono rinvenire all’interno di questo trattato. Ad esempio chi ritiene che fin dagli inizi la Chiesa sia stata un po’ troppo “maschilista”. Mentre Gesù è stato attento alle donne, come attestano i vangeli, e che ci sono dei passi nelle Lettere del NT abbastanza ambigue.
Una p.e. è questa: “le donne nelle assemblee tacciano perché non è loro permesso parlare; stiano invece sottomesse” (1Cor 14,34). Il Santo Padre fa notare il diverso approccio che ha l’antropologia di ispirazione ebraico-cristiana, basata sulla rilevanza teologica del “maschile” e del “femminile”, rispetto ai movimenti femministi che si basano sulle antropologie culturali di genere, nelle quali la differenza sessuale perde la sua rilevanza simbolica nel determinare anche i ruoli non solo naturali ma anche sociali dell’uomo e della donna. Alla base sta la determinazione del fondamentale concetto di “uguaglianza” tra i due. Per l’antropologia biblica, uguaglianza non significa “uniformità”, affermata fino all’azzeramento delle differenze considerate frutto delle semplici influenze culturali. Per l’antropologia biblica c’è assoluta pari dignità.
Le donne, impegnate in casa, sul lavoro, con i figli, per non contare il marito. Sono spesso sole e non sanno più a che santo votarsi. La vita delle donne è più faticosa di quella degli uomini, poiché richiede impegno su più fronti e non solo su quello lavorativo. Alle donne però sono riservati anche i privilegi più grandi, innanzi tutto la maternità, ma, più profondamente, finché uomini e donne rivendicheranno il loro apporto, senza realmente riconoscere e valorizzare anche quello dell’altro, difficilmente si potrà vivere meglio insieme. Ciò di cui abbiamo bisogno in famiglia è una grande alleanza che riconosce all’altro gli stessi sforzi che facciamo noi e che non teme di dichiarare il proprio limite: a chi serve una persona che arriva dappertutto, ma arrabbiata è  rancorosa verso gli altri componenti della famiglia che non l’aiutano quanto dovrebbero? Molto importante sarebbe intanto cercare di capire quali sono i pesi che il marito porta (es. competizione sul lavoro, timore di perderlo, frustrazione…) e sostenerlo, poi ammettere con lui e con i figli la propria fatica che potrebbe essere identica, il mobbing e le molestie sessuali sono per tutti.
Forse poco cambierà concretamente (almeno nel breve periodo), ma sarà un’occasione vera per rinnovare l’alleanza del matrimonio nella vita quotidiana, un matrimonio che abbiamo promesso di custodire in tutte le situazioni della vita e non solo nelle più tragiche (malattia, povertà) ma soprattutto in quelle normali, che sono la quasi totalità.
La speranza che Gesù offre alle donne non è solo una promessa di salvezza futura: è invito a ridefinire i ruoli sociali, a ripensare le strutture di potere, a sollecitare il cambiamento. Il Vangelo non può essere brandito come arma di un femminismo confessionale, perché supera di molto le pur giuste rivendicazioni delle donne e ci interpella tutti, maschi e femmine, chiamandoci alla conversione del cuore.
Il mondo di Gesù è abitato da numerose figure femminili. Chi sfoglia il Nuovo Testamento, e in particolare la narrazione evangelica, ne sentirà le voci, le scorgerà protagoniste.Il Gesù dei vangeli, pur presentato come colui che costituisce i dodici, non concepisce la sua comunità come una cerchia separata di soli uomini. Le donne fanno parte del gruppo a pieno titolo e i poveri discepoli rimangono spesso interdetti di fronte all’atteggiamento anticonformista del Maestro. Sarà proprio alle donne che, alla fine, verrà consegnato l’evangelo della risurrezione. Esse, come apostole designate in linea diretta da Dio, saranno mandate ad annunciare ai discepoli dispersi e al mondo che l’avventura evangelica continua. E che non si tratti di un recupero tardivo, in conclusione di racconto, lo dice l’intera vicenda pubblica di Gesù. Egli non ha mai discriminato le donne; le ha rese partecipi della sua missione e della sua vita. Ha condiviso con loro l’amicizia. Ha trattato le donne come persone rifiutando di definirle attraverso il loro status matrimoniale, il loro ruolo subordinato. Le donne per Gesù non sono solo le figlie o le mogli di qualcuno: sono individui, figlie di Dio, proprio come ogni essere umano.
Gesù, dunque, accoglie le donne, le ascolta, le ammaestra, le perdona, le guarisce e le manda in missione. Ha dato loro tanto: ha infiammato i loro cuori, le ha fatte sentire importanti, ha fatto conoscere un Dio materno, vicino, che le ama e non le considera cittadine di seconda classe nel suo regno. Più concretamente, si potrebbe dire che Gesù abbia offerto alle donne qualcosa di cui difficilmente gli uomini necessitano: le ha aiutate ad uscire dall’invisibilità, dall’anonimato, dal chiuso delle case, aprendo loro prospettive più ampie. La speranza che egli dona non è solo una promessa di salvezza futura. Essa provoca necessariamente una ridefinizione dei ruoli sociali, interroga le strutture e sollecita il cambiamento. Egli annuncia loro che il mondo può essere più ampio dei confini patriarcali, delle mura di casa. Gesù incontra le donne e le aiuta a diventare visibili, ad uscire dall’anonimato, guarendo le loro ferite fisiche e sociali, come con la donna dal flusso di sangue, l’adultera, o Maria di Magdala. Le donne aderiscono con gioia a quella fede che le chiama a libertà e trovano nella chiesa primitiva lo spazio e la possibilità di condividere i doni dello Spirito: profetesse, diaconesse, apostole e missionarie. La chiesa si presenta, da subito, con una pluralità di carismi, come la comunità di uguali.
Se pensiamo al silenzio e all’invisibilità delle donne nelle società del tempo, la novità evangelica appare in tutta la sua forza.
La cultura patriarcale non riuscirà a mettere a tacere la novità di un messaggio che rialza le donne, le solleva dalla sottomissione, dalla subordinazione culturale per dare loro la dignità di apostole, annunciatrici del Regno.
La “differenza” di quella narrazione emerge, pure, se raffrontata con il seguito della storia della cristianità: la società alternativa voluta da Gesù ha lasciato il posto, perlopiù, a chiese gerarchiche e patriarcali, incapaci di far risuonare per le donne il lieto annuncio.
Nel corso dei secoli le chiese hanno reinserito le donne nell’ordine patriarcale. La novità evangelica è stata emendata. L’annuncio della fede affidato alle donne è diventato nucleo di una testimonianza apostolica tutta al maschile. E così Maria di Magdala si è trovata di nuovo posseduta dai demoni del patriarcato; mentre alla samaritana è stato chiesto di tornare indietro a riprendersi la brocca! Esiste, dunque, tra evangelo e storia un evidente scarto che le lettrici credenti continuamente denunciano. Le donne di questa generazione sono chiamate a vigilare e lottare contro gli abusi del patriarcato e, contemporaneamente, a mantenere aperte le tensioni evangeliche. Come coniugare la spinta emancipatoria con il cuore del messaggio evangelico che chiede di rinnegare se stesse?
Come fare i conti con un Gesù amico ma singolare, che ci interpella con lieti annunci dalla insopportabile forza d’urto? C’è un’eccedenza dell’evangelo rispetto al nostro desiderio di essere valorizzate da Gesù. Eccedenza non vuol dire che l’evangelo rema contro, ma che va oltre: anche oltre il riconoscimento del ruolo delle donne.
Riscoprire la presenza femminile nelle Scritture cristiane è solo il primo tempo della partita, poiché l’evangelo pretende di essere, anche per le donne, parola che stupisce e spiazza, mentre conferma e consola.
Le donne devono essere messe in grado di mettere a frutto il loro “genio femminile” per influire concretamente sulle politiche delle nazioni e promuovere soluzioni originali ai problemi economici e sociali. L’essere donna e madre non deve assolutamente causare alcuna discriminazione, soprattutto nel mondo del lavoro. Sono purtroppo diffuse ancora oggi, sia tra i credenti che tra i non credenti, alcune interpretazioni distorte di ciò che in realtà la Chiesa afferma sulla donna, specialmente se sposata e madre. Tali interpretazioni comportano il rischio (che spesso si concretizza) di dedurre che la Chiesa, in tutti i suoi livelli, sia un’istituzione maschilista, affermi la differente dignità dei due sessi e disincentivi implicitamente la partecipazione attiva della donna, e specialmente della madre, alla vita pubblica e alle decisioni che riguardano la collettività. Questa deduzione, che ha comportato una forte critica ai testi sacri del cattolicesimo, specialmente da parte di molte donne, non è corretta.

- Advertisement -

Sono stati scritti due fondamentali documenti sulla dignità della donna e sul suo ruolo nella società in senso ampio: la Lettera Apostolica “Mulieris dignitatem” di Papa Giovanni Paolo II (1988), e soprattutto la “Lettera alle Donne”, sempre di Giovanni Paolo II, scritta nel 1995 in vista della IV Conferenza Mondiale sulla Donna di Pechino. La Chiesa, ha condannato e condanna tuttora duramente ogni forma di maschilismo, di discriminazione e di violenza sulle donne. Giovanni Paolo II esalta le qualità femminili dell’intuizione, della sensibilità per ciò che è essenzialmente umano, della generosità, della costanza e della capacità di comprendere i reali problemi del mondo e sottolinea l’importanza della donna in tutte le sue “versioni”: madre, sposa, figlia, sorella, lavoratrice, consacrata. Si nota che, mentre l’elogio della donna madre, sposa, consacrata ha sempre rappresentato una costante nel pensiero della Chiesa e dei Papi, l’elogio della donna lavoratrice costituisce una fondamentale novità. Giovanni Paolo II è grato alla donna-lavoratrice per il vitale apporto di umanità che da all’economia, alla politica e a qualsiasi altro ambito della vita sociale.

- Advertisement -

Leggi qui il disclaimer sul materiale pubblicato da SpeSalvi.it

E. Simonetti
Ha conseguito il Baccalaureato in S. Teologia presso l'Istituto Teologico Abruzzese-Molisano di Chieti affiliato alla Pontificia Università Lateranense - Roma.
Iscriviti
Notificami
guest
0 Commenti
Feedback in linea
Vedi tutti i commenti
291FansMi piace
985FollowerSegui
13,000FollowerSegui
641FollowerSegui
141IscrittiIscriviti

Top News

Top Video

Ultimi Articoli

Articoli Popolari

Che differenza c’è tra “padre” e “don”?

E quale titolo si utilizza per monaci e frati? Gentile direttore, forse la mia le sembrerà una domanda banale. Può però spiegarmi la differenza tra...

X Domenica del Tempo Ordinario – Anno C – 5 giungo 2016

IL VANGELO STRABICO X Domenica del tempo Ordinario   - C A  cura di Benito Giorgetta (1Re 17,17-24; Galati 1,11-19; Luca 7,11-17) Imparare a suonare lo spartito della compassione Ascoltiamo...

Francesco in Armenia, preghiera con Karekin II

Dopo quattro ore di volo comincia il viaggio di Francesco in Armenia. L'aereo con a bordo il Pontefice è partito questa mattina alle 9.20...

Mamma Natuzza parlava proprio con Gesù. Ecco un suo colloquio con il Re dei...

Io ero inquieta, turbata… Gesù: Alzati e piglia il ritmo dei vecchi tempi. Natuzza: Come parlate, Gesù? Cosa devo fare? Gesù: Ci sono tante cose che puoi...

XXX Domenica del Tempo Ordinario – Anno B – 25 ottobre 2015

La 95° puntata del ciclo “Dalla vita alla Parola viva” – “Costruire comunità vive, aperte e accoglienti”. XXX Domenica del Tempo Ordinario – Anno B Colore...

Libri consigliati

“Beati” nel nostro tempo

Il Cristo dell’Apocalisse

Lo scandalo della tenerezza

Perché le suore indossano il velo?

Per una riconciliazione liturgica

Seguici su Instagram

Seguici su Facebook

Seguici su Twitter

Accessibility
0
Dicci il tuo pensiero, per favore commenta.x
()
x