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La dannazione eterna: una pena ingiusta?

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Se la pena dell’Inferno è eterna, non è un’ingiustizia che stride con il Dio misericordioso? chiede un nostro lettore. Risponde don Gianni Cioli, docente di Teologia morale alla Facoltà teologica dell’Italia centrale.

Nel catechismo tradizionale si spiegava che il Paradiso era l’eterno godimento della luce e della visione di Dio, il Purgatorio era uno stadio transitorio in cui, appunto, si purgavano i peccati meno gravi, mentre i tormenti eterni dell’Inferno erano riservati per chi moriva in peccato mortale. Questa tripartizione del mondo ultraterreno – che è quella di Dante – non mi ha mai convinto, almeno per quanto concerne l’Inferno, soprattutto per la sproporzione tra peccato e pena. Il peccato dell’uomo potrà anche essere grave, gravissimo, mostruoso. Ma non è mai infinito, perché è comunque umano. Invece la pena dell’Inferno è infinita, perché è eterna. Non c’è qui una sproporzione, cioè una ingiustizia? E come si concilia una pena eterna con l’antica (salmo 135: «Lodate il Signore perché è buono: perché eterna è la sua misericordia») e la nuova (Papa Francesco) dottrina della misericordia di Dio?

Mario Sica

La questione posta dal lettore non è affatto banale. Non scaturisce semplicemente dalla considerazione delle ragioni della misericordia che possono contrastare, come spesso si ritiene, con quelle della giustizia. Il lettore si chiede invece se non debbano essere proprio le ragioni della giustizia ad escludere la prospettiva di una pena infinita, dato che l’atto umano non può, proprio perché umano, avere un valore infinito. La questione posta in questi termini suona suggestiva ma la risposta a cui sembrerebbe condurci non è tuttavia ovvia.

Anselmo di Aosta (1033-1109), ad esempio, nel Cur Deus homo (1098), fonda la sua teologia della redenzione sul presupposto diametralmente contrario che, pur essendo posto da una creatura finita, il peccato riveste un peso infinito perché costituisce una offesa fatta a Dio che è infinto. Si potrebbe obiettare che il presupposto del ragionamento di Anselmo – l’offesa assume un peso diverso a seconda di chi ne è vittima – è condizionato da una visione del diritto e della giustizia tipicamente medievale. Ma come non prendere atto, allora, che anche la nostra visione di diritto e di giustizia, a cui si appella implicitamente il lettore, è condizionata e condizionante.

D’altra parte la filosofia, anche nella modernità, non ha cessato di indagare sul possibile significato infinito dell’azione posta dall’essere umano nella sua finitudine (cf. M. Blondel, L’Action. Essai d’une critique de la vie et d’une science de la pratique, 1893).

Nell’affrontare queste problematiche – come mette in rilievo Hans Urs von Balthasar, uno dei più grandi teologi cattolici del novecento, in un appassionato saggio che mi permetto di raccomandare al nostro lettore: Sperare per tutti (Milano 1988) – è necessario assumere una disposizione di grande umiltà e cautela derivante dalla consapevolezza di stare al di sotto del giudizio di Dio e non al di sopra di esso. È necessario inoltre tener conto delle delimitazioni invalicabili tracciate dal magistero della Chiesa che insegna l’esistenza dell’inferno e condanna la dottrina dell’Apocatastasi, ovvero della restituzione finale dell’intera creazione, inclusi i peccatori, i dannati e i demoni, a uno stato di beatitudine perfetta (Denz 411). Insomma, se si vuole aderire alla dottrina cattolica, non si può escludere la possibilità di una pena eterna.

Questo non significa che non sia legittimo sperare per tutti, per riprendere il titolo italiano del saggio di von Balthasar che abbiamo ricordato (che nella versione originale suona però Was düfren wir hoffen? Che cosa possiamo sperare?). Ma semplicemente significa che non possiamo presumere, per un essere umano, l’assoluta impossibilità di chiudersi alla misericordia di Dio con un «no!» ostinato. Come ricorda anche il Catechismo degli adulti della Conferenza episcopale tedesca (1985): «Né nella sacra Scrittura, né nella Tradizione di fede è detto con certezza di alcun uomo che egli si trovi effettivamente nell’inferno. È vero invece che l’inferno viene sempre tenuto davanti agli occhi come una possibilità reale, legata all’esigenza di conversione». Insomma posso sperare per tutti. Ovvero posso sperare che nessun essere umano si ostini nel rifiuto della misericordia di Dio e quindi si autocondanni all’inferno. Ma dovrò al contempo anche sinceramente temere per me, e vigilare sull’autenticità della mia vita, perché non posso affatto presumere che per me una simile ostinazione sia impossibile.

D’altronde, come ha efficacemente messo in evidenza Josef Pieper, un grande filosofo cattolico del secolo scorso, timore di Dio e virtù della speranza, sono intimamente e strutturalmente connessi ed entrambi si ricollegano alla carità, ossia alla amicizia con Dio, concretamente vissuta: il timore filiale cresce nella stessa misura con cui si realizza l’amicizia con Dio. In ciò sta qualcosa che a prima vista può sorprendere, ma che si svela ad una più profonda comprensione: «Da un lato per l’homo viator non si può escludere la reale possibilità della colpa neanche ai più alti gradi del suo amore per Dio. […].  Dall’altro lato il senso del peccato riferito al nulla e all’annientamento, diventa visibile nella sua propria negatività solo allo sguardo dell’amico di Dio; solo l’amore soprannaturale verso Dio […] pone l’uomo nella condizione e nella necessità di temere la possibilità del peccato tanto quanto si conviene alla sua reale terribilità» (J. Pieper, Sulla speranza, Brescia 1953, 57).

Per una più chiara illustrazione della problematica dell’inferno e dell’eternità della pena mi permetto di riportare la parte conclusiva di una interessante, benché impegnativa, sintesi di Karl Rahner, un altro fra i massimi teologi del XX secolo: «Se e in quale proporzione si realizzi di fatto negli uomini questa possibilità di perdizione eterna, Gesù, anche nel suo discorso sul giudizio, non lo ha rivelato con certezza, se prendiamo l’essenza vera e propria di quel discorso come un appello alla conversione. In dipendenza da ciò, non esiste nemmeno alcuna definizione del magistero della chiesa, le cui dichiarazioni sono da leggere allo stesso modo dei discorsi di Gesù sul giudizio, essendone una ripetizione. La predicazione perciò su quest’argomento non dovrebbe richiamarsi a visioni dei santi e a rivelazioni private, oppure a opinioni teologiche. Una presa di posizione ’positiva o negativa su questo problema, la quale si collocasse fuori dal contesto di quest’appello alla conversione, contraddirebbe in partenza il senso dell’affermazione dell’inferno. Noi dobbiamo mantenere le enunciazioni sulla potenza dell’universale volontà salvifica di Dio, sulla redenzione di tutti per opera di Cristo, sul dovere di sperare la salvezza per tutti, e la proposizione sulla vera possibilità di una dannazione eterna, senza poter ordinare tra loro concretamente queste asserzioni. Pertanto un impiego semplicistico del dogma dell’inferno (per esempio nella predicazione sul peccato) è da respingere, tanto più che provoca solo un timore servile, che non dà la giustificazione, ed oggi suona incredibile. La predicazione sull’inferno deve perciò comunicare all’uomo d’oggi il senso della gravità dell’incombente pericolo di perdere la salvezza eterna, possibilità cui deve mettersi di fronte senza contare, in certo modo di sbieco, su di un’apocatastasi. Accanto alla chiara messa in risalto dell’inferno come possibilità di un indurimento permanente della coscienza, deve però esser presente in ugual misura l’esortazione ad abbandonarsi con piena speranza e fiducia all’infinita misericordia di Dio.  […] L’eternità dell’inferno può (in accordo con Tommaso d’Aquino) e dovrebbe oggi esser spiegata come conseguenza, non come causa, o entità indipendente, dell’ostinazione interiore dell’uomo (come rifiuto della grazia data per agire in modo salvifico), ostinazione che a sua volta proviene dall’essenza della libertà e non contraddice ad essa. […]. L’inferno non è da intendere come la radicale ed estrinseca misura punitiva inflitta da un Dio vendicatore, che punisce uno che col condono di questa pena potrebbe migliorarsi. Dio, che è giusto, è ’attivo’ nel punire con l’inferno solo in quanto non scioglie l’uomo dalla realtà della sua definitività, dall’uomo stesso realizzata, e dalla sua posizione di contraddizione rispetto al mondo come creatura di Dio. Il modello di una pena vendicativa propria della società civile, la quale si difende contro i trasgressori del suo ordine, è perciò poco appropriato come aiuto per comprendere la dottrina dell’inferno» (K. Rahner, Inferno, in Enciclopedia teologica Sacramentum mundi, IV, Brescia 1975, 555-556).

Insomma, per citare il Siracide, che abbiamo ascoltato nella liturgia della parola della VI domenica del tempo ordinario «a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà» (Sir 15,17).

Gianni Cioli

– See more at: http://www.toscanaoggi.it/Rubriche/Risponde-il-teologo/La-dannazione-eterna-una-pena-ingiusta#sthash.dPbURyib.dpuf

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La dannazione eterna: una pena ingiusta?

  

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Se la pena dell’Inferno è eterna, non è un’ingiustizia che stride con il Dio misericordioso? chiede un nostro lettore. Risponde don Gianni Cioli, docente di Teologia morale alla Facoltà teologica dell’Italia centrale.

Nel catechismo tradizionale si spiegava che il Paradiso era l’eterno godimento della luce e della visione di Dio, il Purgatorio era uno stadio transitorio in cui, appunto, si purgavano i peccati meno gravi, mentre i tormenti eterni dell’Inferno erano riservati per chi moriva in peccato mortale. Questa tripartizione del mondo ultraterreno – che è quella di Dante – non mi ha mai convinto, almeno per quanto concerne l’Inferno, soprattutto per la sproporzione tra peccato e pena. Il peccato dell’uomo potrà anche essere grave, gravissimo, mostruoso. Ma non è mai infinito, perché è comunque umano. Invece la pena dell’Inferno è infinita, perché è eterna. Non c’è qui una sproporzione, cioè una ingiustizia? E come si concilia una pena eterna con l’antica (salmo 135: «Lodate il Signore perché è buono: perché eterna è la sua misericordia») e la nuova (Papa Francesco) dottrina della misericordia di Dio?

Mario Sica

La questione posta dal lettore non è affatto banale. Non scaturisce semplicemente dalla considerazione delle ragioni della misericordia che possono contrastare, come spesso si ritiene, con quelle della giustizia. Il lettore si chiede invece se non debbano essere proprio le ragioni della giustizia ad escludere la prospettiva di una pena infinita, dato che l’atto umano non può, proprio perché umano, avere un valore infinito. La questione posta in questi termini suona suggestiva ma la risposta a cui sembrerebbe condurci non è tuttavia ovvia.

Anselmo di Aosta (1033-1109), ad esempio, nel Cur Deus homo (1098), fonda la sua teologia della redenzione sul presupposto diametralmente contrario che, pur essendo posto da una creatura finita, il peccato riveste un peso infinito perché costituisce una offesa fatta a Dio che è infinto. Si potrebbe obiettare che il presupposto del ragionamento di Anselmo – l’offesa assume un peso diverso a seconda di chi ne è vittima – è condizionato da una visione del diritto e della giustizia tipicamente medievale. Ma come non prendere atto, allora, che anche la nostra visione di diritto e di giustizia, a cui si appella implicitamente il lettore, è condizionata e condizionante.

D’altra parte la filosofia, anche nella modernità, non ha cessato di indagare sul possibile significato infinito dell’azione posta dall’essere umano nella sua finitudine (cf. M. Blondel, L’Action. Essai d’une critique de la vie et d’une science de la pratique, 1893).

Nell’affrontare queste problematiche – come mette in rilievo Hans Urs von Balthasar, uno dei più grandi teologi cattolici del novecento, in un appassionato saggio che mi permetto di raccomandare al nostro lettore: Sperare per tutti (Milano 1988) – è necessario assumere una disposizione di grande umiltà e cautela derivante dalla consapevolezza di stare al di sotto del giudizio di Dio e non al di sopra di esso. È necessario inoltre tener conto delle delimitazioni invalicabili tracciate dal magistero della Chiesa che insegna l’esistenza dell’inferno e condanna la dottrina dell’Apocatastasi, ovvero della restituzione finale dell’intera creazione, inclusi i peccatori, i dannati e i demoni, a uno stato di beatitudine perfetta (Denz 411). Insomma, se si vuole aderire alla dottrina cattolica, non si può escludere la possibilità di una pena eterna.

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Questo non significa che non sia legittimo sperare per tutti, per riprendere il titolo italiano del saggio di von Balthasar che abbiamo ricordato (che nella versione originale suona però Was düfren wir hoffen? Che cosa possiamo sperare?). Ma semplicemente significa che non possiamo presumere, per un essere umano, l’assoluta impossibilità di chiudersi alla misericordia di Dio con un «no!» ostinato. Come ricorda anche il Catechismo degli adulti della Conferenza episcopale tedesca (1985): «Né nella sacra Scrittura, né nella Tradizione di fede è detto con certezza di alcun uomo che egli si trovi effettivamente nell’inferno. È vero invece che l’inferno viene sempre tenuto davanti agli occhi come una possibilità reale, legata all’esigenza di conversione». Insomma posso sperare per tutti. Ovvero posso sperare che nessun essere umano si ostini nel rifiuto della misericordia di Dio e quindi si autocondanni all’inferno. Ma dovrò al contempo anche sinceramente temere per me, e vigilare sull’autenticità della mia vita, perché non posso affatto presumere che per me una simile ostinazione sia impossibile.

D’altronde, come ha efficacemente messo in evidenza Josef Pieper, un grande filosofo cattolico del secolo scorso, timore di Dio e virtù della speranza, sono intimamente e strutturalmente connessi ed entrambi si ricollegano alla carità, ossia alla amicizia con Dio, concretamente vissuta: il timore filiale cresce nella stessa misura con cui si realizza l’amicizia con Dio. In ciò sta qualcosa che a prima vista può sorprendere, ma che si svela ad una più profonda comprensione: «Da un lato per l’homo viator non si può escludere la reale possibilità della colpa neanche ai più alti gradi del suo amore per Dio. […].  Dall’altro lato il senso del peccato riferito al nulla e all’annientamento, diventa visibile nella sua propria negatività solo allo sguardo dell’amico di Dio; solo l’amore soprannaturale verso Dio […] pone l’uomo nella condizione e nella necessità di temere la possibilità del peccato tanto quanto si conviene alla sua reale terribilità» (J. Pieper, Sulla speranza, Brescia 1953, 57).

Per una più chiara illustrazione della problematica dell’inferno e dell’eternità della pena mi permetto di riportare la parte conclusiva di una interessante, benché impegnativa, sintesi di Karl Rahner, un altro fra i massimi teologi del XX secolo: «Se e in quale proporzione si realizzi di fatto negli uomini questa possibilità di perdizione eterna, Gesù, anche nel suo discorso sul giudizio, non lo ha rivelato con certezza, se prendiamo l’essenza vera e propria di quel discorso come un appello alla conversione. In dipendenza da ciò, non esiste nemmeno alcuna definizione del magistero della chiesa, le cui dichiarazioni sono da leggere allo stesso modo dei discorsi di Gesù sul giudizio, essendone una ripetizione. La predicazione perciò su quest’argomento non dovrebbe richiamarsi a visioni dei santi e a rivelazioni private, oppure a opinioni teologiche. Una presa di posizione ’positiva o negativa su questo problema, la quale si collocasse fuori dal contesto di quest’appello alla conversione, contraddirebbe in partenza il senso dell’affermazione dell’inferno. Noi dobbiamo mantenere le enunciazioni sulla potenza dell’universale volontà salvifica di Dio, sulla redenzione di tutti per opera di Cristo, sul dovere di sperare la salvezza per tutti, e la proposizione sulla vera possibilità di una dannazione eterna, senza poter ordinare tra loro concretamente queste asserzioni. Pertanto un impiego semplicistico del dogma dell’inferno (per esempio nella predicazione sul peccato) è da respingere, tanto più che provoca solo un timore servile, che non dà la giustificazione, ed oggi suona incredibile. La predicazione sull’inferno deve perciò comunicare all’uomo d’oggi il senso della gravità dell’incombente pericolo di perdere la salvezza eterna, possibilità cui deve mettersi di fronte senza contare, in certo modo di sbieco, su di un’apocatastasi. Accanto alla chiara messa in risalto dell’inferno come possibilità di un indurimento permanente della coscienza, deve però esser presente in ugual misura l’esortazione ad abbandonarsi con piena speranza e fiducia all’infinita misericordia di Dio.  […] L’eternità dell’inferno può (in accordo con Tommaso d’Aquino) e dovrebbe oggi esser spiegata come conseguenza, non come causa, o entità indipendente, dell’ostinazione interiore dell’uomo (come rifiuto della grazia data per agire in modo salvifico), ostinazione che a sua volta proviene dall’essenza della libertà e non contraddice ad essa. […]. L’inferno non è da intendere come la radicale ed estrinseca misura punitiva inflitta da un Dio vendicatore, che punisce uno che col condono di questa pena potrebbe migliorarsi. Dio, che è giusto, è ’attivo’ nel punire con l’inferno solo in quanto non scioglie l’uomo dalla realtà della sua definitività, dall’uomo stesso realizzata, e dalla sua posizione di contraddizione rispetto al mondo come creatura di Dio. Il modello di una pena vendicativa propria della società civile, la quale si difende contro i trasgressori del suo ordine, è perciò poco appropriato come aiuto per comprendere la dottrina dell’inferno» (K. Rahner, Inferno, in Enciclopedia teologica Sacramentum mundi, IV, Brescia 1975, 555-556).

Insomma, per citare il Siracide, che abbiamo ascoltato nella liturgia della parola della VI domenica del tempo ordinario «a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà» (Sir 15,17).

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