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La Chiesa coreana tra i martiri e le tensioni del presente

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Un’esposizione nei Musei Vaticani racconta come il Vangelo è fiorito nella penisola dell’estremo Oriente, «generando un profondo appello alla pace e alla riconciliazione»
 
PAOLO AFFATATO
CITTÀ DEL VATICANO
 
La Madonna e il bambino che porta in braccio hanno i tratti somatici coreani. Così anche il piccolo Giovanni Battista, dolcemente tenuto per mano dalla Vergine. Come questo dipinto di Chang Woo-sung del 1949, sono molte le immagini che danno la cifra della fede cristiana incarnata e vissuta in estremo Oriente, che si possono ammirare alla mostra titolata “Come in Cielo Così in terra”, aperta nel Braccio Carlo Magno dei Musei Vaticani fino al 17 novembre. L’esposizione, con 188 pezzi di pregio storico e artistico, racconta oltre due secoli di vita di una delle Chiese, quella coreana, tra le più vivaci e fertili dell’Asia orientale.  La mostra si è aperta il 9 settembre, giorno che ricopre un significato particolare per la Chiesa cattolica coreana: è il giorno in cui il Papa Gregorio XVI, nel 1831, annunciò la creazione del Vicariato apostolico di Joseon, prima circoscrizione ecclesiastica ufficiale sul suolo coreano.   Ma non è solo il pur profondo significato culturale e religioso a tenere banco: il delicato momento storico che vive la Corea e la crisi che tocca l’intera comunità internazionale non sono escluse da un progetto che vede la stretta e feconda collaborazione tra Chiesa coreana e Santa Sede. «Oggi un’iniziativa come questa – spiega a Vatican Insider il cardinale Yeom Soo-jung, arcivescovo di Seul e promotore dell’esposizione – non può che avere un lungimirante significato di pace e riconciliazione. La vita della Chiesa coreana, in oltre due secoli, segnata da sacrifici, persecuzioni, forte desiderio di gettare il seme e far germogliare il Vangelo nella nostra penisola, genera oggi una rinnovata consapevolezza sul proprio essere strumento di pace. E contiene un appello all’umanità perché scelga sempre la via del dialogo e della pacificazione. Grata a Dio per la sua storia, la Chiesa coreana riconosce la sua missione di contribuire ad annunciare e portare il Vangelo in tutte le nazioni dell’Asia». Non è slegata da questa esperienza nemmeno la vicenda dei martiri coreani. Una delle curatrici della mostra è una religiosa esperta di storia e di arte, Elisabeth Soo-ran Park, dell’ordine delle Suore dei Beati Martiri Coreani, congregazione locale fondata sul peculiare carisma di diffondere la spiritualità dei martiri. Interpellata da Vatican Insider, la suora spiega: «La lezione che oggi insegnano i martiri coreani è quella di recuperare il valore fondamentale dell’umanità. Libertà, giustizia, e dignità e diritti umani: sono questi i valori di Dio e dell’uomo. Questo significa promuovere un approccio di comprensione e riconciliazione tra Nord e Sud Corea alla luce della comune fratellanza in umanità». E questo è un compito che in Corea «passa attraverso i laici cattolici, che possono essere lievito evangelico nella società, nella politica, nell’economia, i ogni ambito dell’agire umano», rimarca a Vatican Insider il vescovo Igino Kim Hee-jung, presidente della Conferenza episcopale coreana. Quei laici che sono anche al cuore dell’esposizione storica in Vaticano: sono loro che, nel 18° secolo, conosciuti i fondamenti della fede cristiana da alcuni testi in lingua cinese, scrissero un’accorata lettera al Papa chiedendo di inviare un sacerdote in quella penisola dell’estremo Oriente. Quella missiva ci mise tre anni e varie peripezie per attraversare l’immenso continente asiatico prima di giungere a Roma. Oggi il prezioso manoscritto si può ammirare nella mostra che racconta gli avventurosi primordi di una comunità che «ha desiderato ardentemente mangiare il pane eucaristico», ricorda Igino Kim Hee-jung.  Finalmente, nel 1794, Chu Mun-mo, sacerdote della diocesi di Pechino, divenne il primo missionario in Corea e nel 1795 celebrò la prima messa su suolo coreano. Da quel momento la popolazione cattolica aumentò velocemente, raggiungendo ben presto il numero di 4mila fedeli. Nonostante le persecuzioni subite nel secolo successivo, (nel 1866 oltre diecimila fedeli furono massacrati, la metà di tutti quelli esistenti nel paese), la fede in Cristo non è stata estirpata e oggi i cattolici in Corea costituiscono oltre il 10% della popolazione. Una parte del paese che, grazie alla sua storia, si è resa protagonista, nel periodo moderno, dell’opera di formazione delle coscienze e dell’elaborazione dell’identità nazionale, con la partecipazione attiva a quei movimenti che hanno tutelato e promosso la dignità umana, la democrazia e la pace.   Tutto questo, però, trova le sue origini proprio in quel seme evangelico che ha trovato terreno fertile, ha messo radici ed è fiorito, come raccontano i preziosi reperti (manoscritti, dipinti, oggetti rari) che, chiosa il vescovo Igino Kim Hee-jung, raccontano «230 anni di storia di salvezza, testimonianza della benevola opera di Dio in Corea».
Redazionehttps://www.spesalvi.it
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PAOLO AFFATATO
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La Madonna e il bambino che porta in braccio hanno i tratti somatici coreani. Così anche il piccolo Giovanni Battista, dolcemente tenuto per mano dalla Vergine. Come questo dipinto di Chang Woo-sung del 1949, sono molte le immagini che danno la cifra della fede cristiana incarnata e vissuta in estremo Oriente, che si possono ammirare alla mostra titolata “Come in Cielo Così in terra”, aperta nel Braccio Carlo Magno dei Musei Vaticani fino al 17 novembre. L’esposizione, con 188 pezzi di pregio storico e artistico, racconta oltre due secoli di vita di una delle Chiese, quella coreana, tra le più vivaci e fertili dell’Asia orientale.  La mostra si è aperta il 9 settembre, giorno che ricopre un significato particolare per la Chiesa cattolica coreana: è il giorno in cui il Papa Gregorio XVI, nel 1831, annunciò la creazione del Vicariato apostolico di Joseon, prima circoscrizione ecclesiastica ufficiale sul suolo coreano.   Ma non è solo il pur profondo significato culturale e religioso a tenere banco: il delicato momento storico che vive la Corea e la crisi che tocca l’intera comunità internazionale non sono escluse da un progetto che vede la stretta e feconda collaborazione tra Chiesa coreana e Santa Sede. «Oggi un’iniziativa come questa – spiega a Vatican Insider il cardinale Yeom Soo-jung, arcivescovo di Seul e promotore dell’esposizione – non può che avere un lungimirante significato di pace e riconciliazione. La vita della Chiesa coreana, in oltre due secoli, segnata da sacrifici, persecuzioni, forte desiderio di gettare il seme e far germogliare il Vangelo nella nostra penisola, genera oggi una rinnovata consapevolezza sul proprio essere strumento di pace. E contiene un appello all’umanità perché scelga sempre la via del dialogo e della pacificazione. Grata a Dio per la sua storia, la Chiesa coreana riconosce la sua missione di contribuire ad annunciare e portare il Vangelo in tutte le nazioni dell’Asia». Non è slegata da questa esperienza nemmeno la vicenda dei martiri coreani. Una delle curatrici della mostra è una religiosa esperta di storia e di arte, Elisabeth Soo-ran Park, dell’ordine delle Suore dei Beati Martiri Coreani, congregazione locale fondata sul peculiare carisma di diffondere la spiritualità dei martiri. Interpellata da Vatican Insider, la suora spiega: «La lezione che oggi insegnano i martiri coreani è quella di recuperare il valore fondamentale dell’umanità. Libertà, giustizia, e dignità e diritti umani: sono questi i valori di Dio e dell’uomo. Questo significa promuovere un approccio di comprensione e riconciliazione tra Nord e Sud Corea alla luce della comune fratellanza in umanità». E questo è un compito che in Corea «passa attraverso i laici cattolici, che possono essere lievito evangelico nella società, nella politica, nell’economia, i ogni ambito dell’agire umano», rimarca a Vatican Insider il vescovo Igino Kim Hee-jung, presidente della Conferenza episcopale coreana. Quei laici che sono anche al cuore dell’esposizione storica in Vaticano: sono loro che, nel 18° secolo, conosciuti i fondamenti della fede cristiana da alcuni testi in lingua cinese, scrissero un’accorata lettera al Papa chiedendo di inviare un sacerdote in quella penisola dell’estremo Oriente. Quella missiva ci mise tre anni e varie peripezie per attraversare l’immenso continente asiatico prima di giungere a Roma. Oggi il prezioso manoscritto si può ammirare nella mostra che racconta gli avventurosi primordi di una comunità che «ha desiderato ardentemente mangiare il pane eucaristico», ricorda Igino Kim Hee-jung.  Finalmente, nel 1794, Chu Mun-mo, sacerdote della diocesi di Pechino, divenne il primo missionario in Corea e nel 1795 celebrò la prima messa su suolo coreano. Da quel momento la popolazione cattolica aumentò velocemente, raggiungendo ben presto il numero di 4mila fedeli. Nonostante le persecuzioni subite nel secolo successivo, (nel 1866 oltre diecimila fedeli furono massacrati, la metà di tutti quelli esistenti nel paese), la fede in Cristo non è stata estirpata e oggi i cattolici in Corea costituiscono oltre il 10% della popolazione. Una parte del paese che, grazie alla sua storia, si è resa protagonista, nel periodo moderno, dell’opera di formazione delle coscienze e dell’elaborazione dell’identità nazionale, con la partecipazione attiva a quei movimenti che hanno tutelato e promosso la dignità umana, la democrazia e la pace.   Tutto questo, però, trova le sue origini proprio in quel seme evangelico che ha trovato terreno fertile, ha messo radici ed è fiorito, come raccontano i preziosi reperti (manoscritti, dipinti, oggetti rari) che, chiosa il vescovo Igino Kim Hee-jung, raccontano «230 anni di storia di salvezza, testimonianza della benevola opera di Dio in Corea».
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