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La Cei secondo Francesco: basta distinzioni tra i “nostri” e “gli altri”.

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Nel discorso rivolto ai vescovi italiani, la road map per tornare alle sorgenti della vocazione di vescovo

12240493d2

GIANNI VALENTE
CITTÀ DEL VATICANO

Con il suo intervento in apertura dell’assemblea plenaria della Conferenza episcopale italiana papa Francesco ha dichiarato di voler «venire incontro – almeno indirettamente – a quanti si domandano quali siano le attese del vescovo di Roma sull’episcopato italiano». Disseminati nel testo – meno di dieci cartelle – ci sono passaggi chiave e suggerimenti che non configurano un banale cambio di «linea politica». In essi è disegnata la road map per tornare alle sorgenti della vocazione del vescovo. Non è in ballo un grossolano turn over di parole d’ordine da instillare in una nomenclatura di funzionari: piuttosto, in alcuni affondi del discorso rivolto da papa Francesco vibra la chiamata a riscoprire la natura propria dell’episcopato e la sua funzione nella Chiesa e nella società.

A ciascuno dei confratelli vescovi, il Papa argentino non ha esitato a sottoporre in maniera diretta la madre di tutte le domande, che poteva anche suonare poco riverente, in una assemblea di successori degli apostoli: «Chiediamoci, dunque: chi è per me Gesù Cristo? Come ha segnato la verità della mia storia? Che dice di Lui la mia vita?». Secondo Papa Bergoglio, anche i vescovi, come tutti gli altri, possono rimanere fedeli alla propria vocazione solo se vengono custoditi nella fede dalla grazia di Cristo: «Senza questa custodia, senza la preghiera assidua» riconosce il Papa, anche «il Pastore è esposto al pericolo di vergognarsi del Vangelo, finendo per stemperare lo scandalo della croce nella sapienza mondana». Un segno di questo essere custoditi nella fede sta nel riporre tutta la propria fiducia «nello Spirito del Signore» anche riguardo al proprio ministero episcopale. Fuori da questa dinamica, si finisce fatalmente per «toccare con mano soltanto la sterilità delle nostre parole e delle nostre iniziative». E si diventa facili vittime delle tentazioni che – riconosce papa Francesco – «sono “legione” nella vita del Pastore»: dalla «tiepidezza che scade nella mediocrità» alla «ricerca di un  quieto vivere che schiva rinunce e sacrificio»; dalla tentazione della «fretta pastorale» alla «presunzione di chi si illude di poter far conto solamente sulle proprie forze, sull’abbondanza di risorse e strutture, sulle strategie organizzative che sa mettere in campo».

Gli accenni al Vangelo, alla fede, alla preghiera, nella prolusione di papa Francesco non rimangono confinate nel ruolo di premesse ridondanti, formule devote e scontate di protocollo con cui introdurre la consueta, cangiante lista di giudizi e “desiderata” ecclesiastici da far valere nei confronti delle istituzioni civili. Bergoglio fa sgorgare solo da quegli accenni i suoi affondi sulle dinamiche intra-ecclesiali e il suo sguardo sulla presenza e il contributo della Chiesa nella società italiana. Negli scenari prefigurati dal Papa, l’unità della compagine ecclesiale non si aggrega intorno alle parole d’ordine di un progetto politico-culturale, o a sforzi di compromesso tra cordate clericali. Bergoglio punta lo sguardo sull’unica, efficace sorgente dell’unità nella Chiesa: essa «promana dall’unica Eucaristia, la cui forza di coesione genera fraternità, possibilità di accogliersi, perdonarsi».

Ogni appello all’unità fuori da questa dinamica si trasforma in un «serrate le file» motivato da disegni ideologici o motivi di interesse, fatalmente assediato dalle patologie della vita ecclesiale che Bergoglio ha già tante volte indicato nella sua predicazione: «Le chiacchiere, le mezze verità che diventano bugie, la litania delle lamentele» e «l’ambizione che genera correnti, consorterie e settarismi». O il «ripiegamento di chi va a cercare nelle forme del passato le sicurezze perdute» e la pretesa «di quanti vorrebbero difendere l’unità negando la diversità, umiliando così i doni con cui Dio continua a rendere giovane e bella la sua Chiesa».

Invece, nell’esperienza imparagonabile dell’unità ecclesiale, si può essere in grado di sacrificare il proprio punto di vista, quando è in gioco l’unità della Chiesa: «meglio cedere, meglio rinunciare, disposti anche a portare su di sé la prova di un’ingiustizia», ha scandito papa Francesco «piuttosto che lacerare la tunica e scandalizzare il popolo santo di Dio».

La natura sacramentale della Chiesa, imparagonabile a ogni apparato umano di potere – così ha riconosciuto papa Francesco – è l’unica sorgente a cui attingere per riconfigurare davvero, come richiesto dai tempi, i rapporti dei vescovi con i sacerdoti, i religiosi e i laici. Assicurando ai primi «vicinanza e comprensione» da parte dei propri vescovi. E invitando questi ultimi ad ascoltare il popolo di Dio affidandosi «al suo senso di fede e di Chiesa», visto che «ha il polso per individuare le strade giuste». Fino a favorire a tutti i livelli la «corresponsabilità laicale» e riconoscere «spazi di pensiero, di progettazione e di azione alle donne e ai giovani».

Il passo nuovo che Bergoglio ha in mente per la Cei si è espresso soprattutto nelle parti del discorso riguardanti il rapporto della Chiesa con la società civile. Nelle parole rivolte da papa Francesco ai membri di una Conferenza episcopale tra le più strutturate del mondo, viene meno ogni presidio di auto-refenzialità «ecclesiocentrica», ogni impulso lobbistico a concepirsi come «mondo parallelo», entità impegnata ad attestare da sé, con battaglie e interventi, la propria rilevanza nella vita sociale e nella storia. Non compare nel testo papale nessuna lista di questioni sensibili su cui contrattare accordi, garanzie e compromessi con le autorità e le istituzioni civili e politiche. Piuttosto, Francesco prende di mira «la distinzione che a volte accettiamo di fare tra “i nostri” e “gli altri”», le chiusure «di chi è convinto di averne abbastanza dei propri problemi, senza doversi pure curare dell’ingiustizia che è causa di quelli altrui». E l’auto-congestione clericale di chi «non attraversa la piazza, e rimane a sedere ai piedi del campanile, lasciando che il mondo vada per la sua strada».

Le dinamiche di una Chiesa benedetta dal Signore – suggerisce Bergoglio – si muovono lungo direttrici opposte a quelle dell’ecclesio-centrismo autosufficiente: sono quelle di una Chiesa che per la salvezza degli uomini e delle donne che vivono nel mondo si consuma e le inventa tutte pur di «accostare ognuno con carità, affiancare le persone nelle lotte delle loro solitudini, delle loro inquietudini e dei loro fallimenti». Al centro del proprio proiettarsi nel rapporto con la società non ci sono concetti astratti, questioni antropologiche, emergenze culturali, ma persone concrete e problemi concreti. Quelli delle famiglie, dei disoccupati cassintegrati e precari, e quelli dei migranti, le tre categorie umane che Papa Bergoglio suggerisce ai vescovi come destinatari di un’opzione preferenziale nel dispiegarsi delle attività pastorali e caritative. Invitando anche l’episcopato italiano a rimettere in discussione con audacia «un modello che sfrutta il creato, sacrifica le persone sull’altare del profitto e crea nuove forme di esclusione».

La sollecitazione rivolta ai vescovi italiani per il cammino e per il tempo che li separa dal Convegno ecclesiale di Firenze (novembre 2015) non si attarda in sterili sconfessioni delle precedenti stagioni ecclesiali e dei loro slogan di riferimento. Ma suggerisce a tutti che per andare avanti occorre «non soffermarsi sul piano pur nobile delle idee» e «cogliere e comprendere la realtà». Secondo quello sguardo che papa Francesco aveva espresso già nell’intervista con La Civiltà Cattolica, quando aveva messo in guardia dalla tentazione di «addomesticare le frontiere» e dai rischi di una «fede da laboratorio»: «Io temo i laboratori perché nel laboratorio si prendono i problemi e li si portano a casa propria per addomesticarli, per verniciarli, fuori dal loro contesto. Non bisogna portarsi la frontiera a casa, ma vivere in frontiera ed essere audaci».

Redazionehttps://www.spesalvi.it
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La Cei secondo Francesco: basta distinzioni tra i “nostri” e “gli altri”.

  

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GIANNI VALENTE
CITTÀ DEL VATICANO

Con il suo intervento in apertura dell’assemblea plenaria della Conferenza episcopale italiana papa Francesco ha dichiarato di voler «venire incontro – almeno indirettamente – a quanti si domandano quali siano le attese del vescovo di Roma sull’episcopato italiano». Disseminati nel testo – meno di dieci cartelle – ci sono passaggi chiave e suggerimenti che non configurano un banale cambio di «linea politica». In essi è disegnata la road map per tornare alle sorgenti della vocazione del vescovo. Non è in ballo un grossolano turn over di parole d’ordine da instillare in una nomenclatura di funzionari: piuttosto, in alcuni affondi del discorso rivolto da papa Francesco vibra la chiamata a riscoprire la natura propria dell’episcopato e la sua funzione nella Chiesa e nella società.

A ciascuno dei confratelli vescovi, il Papa argentino non ha esitato a sottoporre in maniera diretta la madre di tutte le domande, che poteva anche suonare poco riverente, in una assemblea di successori degli apostoli: «Chiediamoci, dunque: chi è per me Gesù Cristo? Come ha segnato la verità della mia storia? Che dice di Lui la mia vita?». Secondo Papa Bergoglio, anche i vescovi, come tutti gli altri, possono rimanere fedeli alla propria vocazione solo se vengono custoditi nella fede dalla grazia di Cristo: «Senza questa custodia, senza la preghiera assidua» riconosce il Papa, anche «il Pastore è esposto al pericolo di vergognarsi del Vangelo, finendo per stemperare lo scandalo della croce nella sapienza mondana». Un segno di questo essere custoditi nella fede sta nel riporre tutta la propria fiducia «nello Spirito del Signore» anche riguardo al proprio ministero episcopale. Fuori da questa dinamica, si finisce fatalmente per «toccare con mano soltanto la sterilità delle nostre parole e delle nostre iniziative». E si diventa facili vittime delle tentazioni che – riconosce papa Francesco – «sono “legione” nella vita del Pastore»: dalla «tiepidezza che scade nella mediocrità» alla «ricerca di un  quieto vivere che schiva rinunce e sacrificio»; dalla tentazione della «fretta pastorale» alla «presunzione di chi si illude di poter far conto solamente sulle proprie forze, sull’abbondanza di risorse e strutture, sulle strategie organizzative che sa mettere in campo».

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Ogni appello all’unità fuori da questa dinamica si trasforma in un «serrate le file» motivato da disegni ideologici o motivi di interesse, fatalmente assediato dalle patologie della vita ecclesiale che Bergoglio ha già tante volte indicato nella sua predicazione: «Le chiacchiere, le mezze verità che diventano bugie, la litania delle lamentele» e «l’ambizione che genera correnti, consorterie e settarismi». O il «ripiegamento di chi va a cercare nelle forme del passato le sicurezze perdute» e la pretesa «di quanti vorrebbero difendere l’unità negando la diversità, umiliando così i doni con cui Dio continua a rendere giovane e bella la sua Chiesa».

Invece, nell’esperienza imparagonabile dell’unità ecclesiale, si può essere in grado di sacrificare il proprio punto di vista, quando è in gioco l’unità della Chiesa: «meglio cedere, meglio rinunciare, disposti anche a portare su di sé la prova di un’ingiustizia», ha scandito papa Francesco «piuttosto che lacerare la tunica e scandalizzare il popolo santo di Dio».

La natura sacramentale della Chiesa, imparagonabile a ogni apparato umano di potere – così ha riconosciuto papa Francesco – è l’unica sorgente a cui attingere per riconfigurare davvero, come richiesto dai tempi, i rapporti dei vescovi con i sacerdoti, i religiosi e i laici. Assicurando ai primi «vicinanza e comprensione» da parte dei propri vescovi. E invitando questi ultimi ad ascoltare il popolo di Dio affidandosi «al suo senso di fede e di Chiesa», visto che «ha il polso per individuare le strade giuste». Fino a favorire a tutti i livelli la «corresponsabilità laicale» e riconoscere «spazi di pensiero, di progettazione e di azione alle donne e ai giovani».

Il passo nuovo che Bergoglio ha in mente per la Cei si è espresso soprattutto nelle parti del discorso riguardanti il rapporto della Chiesa con la società civile. Nelle parole rivolte da papa Francesco ai membri di una Conferenza episcopale tra le più strutturate del mondo, viene meno ogni presidio di auto-refenzialità «ecclesiocentrica», ogni impulso lobbistico a concepirsi come «mondo parallelo», entità impegnata ad attestare da sé, con battaglie e interventi, la propria rilevanza nella vita sociale e nella storia. Non compare nel testo papale nessuna lista di questioni sensibili su cui contrattare accordi, garanzie e compromessi con le autorità e le istituzioni civili e politiche. Piuttosto, Francesco prende di mira «la distinzione che a volte accettiamo di fare tra “i nostri” e “gli altri”», le chiusure «di chi è convinto di averne abbastanza dei propri problemi, senza doversi pure curare dell’ingiustizia che è causa di quelli altrui». E l’auto-congestione clericale di chi «non attraversa la piazza, e rimane a sedere ai piedi del campanile, lasciando che il mondo vada per la sua strada».

Le dinamiche di una Chiesa benedetta dal Signore – suggerisce Bergoglio – si muovono lungo direttrici opposte a quelle dell’ecclesio-centrismo autosufficiente: sono quelle di una Chiesa che per la salvezza degli uomini e delle donne che vivono nel mondo si consuma e le inventa tutte pur di «accostare ognuno con carità, affiancare le persone nelle lotte delle loro solitudini, delle loro inquietudini e dei loro fallimenti». Al centro del proprio proiettarsi nel rapporto con la società non ci sono concetti astratti, questioni antropologiche, emergenze culturali, ma persone concrete e problemi concreti. Quelli delle famiglie, dei disoccupati cassintegrati e precari, e quelli dei migranti, le tre categorie umane che Papa Bergoglio suggerisce ai vescovi come destinatari di un’opzione preferenziale nel dispiegarsi delle attività pastorali e caritative. Invitando anche l’episcopato italiano a rimettere in discussione con audacia «un modello che sfrutta il creato, sacrifica le persone sull’altare del profitto e crea nuove forme di esclusione».

La sollecitazione rivolta ai vescovi italiani per il cammino e per il tempo che li separa dal Convegno ecclesiale di Firenze (novembre 2015) non si attarda in sterili sconfessioni delle precedenti stagioni ecclesiali e dei loro slogan di riferimento. Ma suggerisce a tutti che per andare avanti occorre «non soffermarsi sul piano pur nobile delle idee» e «cogliere e comprendere la realtà». Secondo quello sguardo che papa Francesco aveva espresso già nell’intervista con La Civiltà Cattolica, quando aveva messo in guardia dalla tentazione di «addomesticare le frontiere» e dai rischi di una «fede da laboratorio»: «Io temo i laboratori perché nel laboratorio si prendono i problemi e li si portano a casa propria per addomesticarli, per verniciarli, fuori dal loro contesto. Non bisogna portarsi la frontiera a casa, ma vivere in frontiera ed essere audaci».

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