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«La carne è debole», dice Gesù. Perché Dio ci ha dato questa debolezza?

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Una lettrice chiede perché Dio ha permesso le nostre «debolezze», frutto di istinti naturali. Risponde padre Athos Turchi, docente di filosofia alla Facoltà teologica dell’Italia centrale.

A volte mi chiedo: perché Dio ci ha dato certi istinti, se poi dobbiamo frenarli o mortificarli? Il fatto di avere un corpo ci obbliga ad avere bisogno di mangiare, bere, vestirsi, dormire, riprodursi… e l’istinto ci spinge a ricercare queste cose anche oltre quello che sarebbe necessario: non ci basta mangiare ma vogliamo farlo in maniera da soddisfare il gusto, e spesso esagerando nella quantità. E lo stesso vale per le altre necessità corporali. «Lo spirito è pronto ma la carne è debole», dice anche Gesù. Questa debolezza è un dono o un peso? A volte io la sento più come un peso…

Donatella Rigoli

La domanda può avere tre soluzioni. La prima è accettare il dato di fatto come si presenta, e allora – dicono i moderni saggi – non c’è necessità di frenare o mortificare nulla: così siamo e così s’agisce! La seconda fa capo a un principio naturale, nel quale converge una unitarietà comportamentistica che deriva dalla ragione e allora sarà necessario mortificare e frenare ciò che è contrario alla ragione. La terza è una soluzione teologica alla quale si riferisce la domanda della lettrice, e a questa rispondo.

Dio non ci ha fatto istinti, pulsioni e quant’altro, ma, quando ci ha creato, ha voluto realizzare un essere a immagine e somiglianza sua: uomo e donna lo creò. Dio stesso è il principio e il criterio per capire l’«essere umano». È necessario tornare all’inizio del Libro della Genesi. Dio è Uno e Trino, creando l’uomo lo fa uno e duale: uno nella natura due nelle persone maschile e femminile. Le due persone umane nel loro modo di essere sono capaci pienamente di attuare per analogia (=a somiglianza) il Dio Trino. Nei loro corpi e tramite essi possono esprimere l’amore vicendevole che è la vera immagine di Dio.

Dunque ciò che determina l’essere umano è la Natura divina, la sua imitazione e in particolare la «comunione» che Adamo ed Eva avevano con Dio stesso. La comunione che intercorreva tra Dio e l’«uomo» era il fondamento della vita e dell’essere umano. Lo dice Gesù: voi siete i tralci, Io la vite. La forza vitale, che permeava l’uomo e la donna originari, correva nella comunione reciproca con la Trinità. In quel momento tutto l’essere umano, sia maschile che femminile, faceva capo e aveva una unità esistenziale, in ragione di una comunione tra le due persone umane e Dio.

In questo momento corpo, anima, istinti e passioni, affetti e sentimenti, emozioni e ragionamenti, conoscenze e pensieri, e quant’altro, tutto – dico tutto – era ordinato e convergente verso l’amore di Dio e di conseguenza verso un amore reciproco tra uomo e donna che imitava esattamente la vita trinitaria di Dio. Dio disse all’uomo e alla donna: attenzione, se mangiate dell’albero morirete! In altri termini: se alterate col peccato di disobbedienza il rapporto d’amore tra Me e voi, cesserà la comunione vitale e voi, abbandonati a voi stessi, morirete. Morire significa proprio questo: disarticolazione e disintegrazione dell’essere umano.

A questo punto è possibile rispondere a quanto la lettrice chiede. Una volta «distrutta» l’unità dell’essere umano, ogni parte di esso rivendica i suoi «diritti»: il corpo i suoi, le membra i suoi, la psiche i suoi, lo spirito i suoi e così via. Abbiamo modo allora di parlare di istinti, pulsioni, sentimenti, emozioni, passioni… in modo autonomo e contrastante che dilaniamo l’essere umano sia in se stesso, sia in rapporto all’altra persona umana, sia in rapporto a Dio. Dato poi che l’uomo è immerso nel mondo materiale, il corpo con i suoi istinti, le sue passioni e pulsioni, la fa da padrone, per cui Gesù dice: lo spirito è forte, ma la carne è debole, nel senso che le «ragioni» della carne sono più forti e violente dello spirito che ha ragioni e motivi validi, ma contro le passioni e gli istinti del corpo nulla può fare senza una adeguata esercitazione e allenamento.

In conclusione. La carne-corporeità è stata data da Dio perché l’essere umano potesse viverci e attuare quell’amore sponsale che è l’essenza stessa dell’essere umano, ma tolto l’amore sponsale e divino, non rimane che un corpo assetato di passioni e di concupiscenza. Questo Dio non lo aveva voluto, ma è un retaggio del peccato d’origine derivato appunto dalla disarticolazione dell’essere umano, cioè dalla sua «morte».

È vero questo discorso? Penso di sì, perché il Cristo venendo per la nostra salvezza, ci riporta alla vita grazie all’amore verso il prossimo e verso Dio, perché senza questa linfa non possiamo pensare di ricostruire un organismo umano unitario e in comunione.

Quando infine si parla di mortificazioni e freni da porre ai nostri istinti è come fare una riparazione di una macchina sgangherata, se vogliamo superare quella fase dobbiamo tornare ad essere, come all’origine, figli di Dio. L’uomo che è in piena comunione con Dio non ha necessità di vincere gli istinti, perché di essi ha bisogno per amare, e in questo caso vengono naturalmente incanalati verso il bene della persona quando esprime se stessa nell’amore, in tutta la sua pienezza e bellezza, sia per l’altro sia per Dio.

Athos Turchi

Redazionehttps://www.spesalvi.it
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«La carne è debole», dice Gesù. Perché Dio ci ha dato questa debolezza?

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Una lettrice chiede perché Dio ha permesso le nostre «debolezze», frutto di istinti naturali. Risponde padre Athos Turchi, docente di filosofia alla Facoltà teologica dell’Italia centrale.

A volte mi chiedo: perché Dio ci ha dato certi istinti, se poi dobbiamo frenarli o mortificarli? Il fatto di avere un corpo ci obbliga ad avere bisogno di mangiare, bere, vestirsi, dormire, riprodursi… e l’istinto ci spinge a ricercare queste cose anche oltre quello che sarebbe necessario: non ci basta mangiare ma vogliamo farlo in maniera da soddisfare il gusto, e spesso esagerando nella quantità. E lo stesso vale per le altre necessità corporali. «Lo spirito è pronto ma la carne è debole», dice anche Gesù. Questa debolezza è un dono o un peso? A volte io la sento più come un peso…

Donatella Rigoli

La domanda può avere tre soluzioni. La prima è accettare il dato di fatto come si presenta, e allora – dicono i moderni saggi – non c’è necessità di frenare o mortificare nulla: così siamo e così s’agisce! La seconda fa capo a un principio naturale, nel quale converge una unitarietà comportamentistica che deriva dalla ragione e allora sarà necessario mortificare e frenare ciò che è contrario alla ragione. La terza è una soluzione teologica alla quale si riferisce la domanda della lettrice, e a questa rispondo.

Dio non ci ha fatto istinti, pulsioni e quant’altro, ma, quando ci ha creato, ha voluto realizzare un essere a immagine e somiglianza sua: uomo e donna lo creò. Dio stesso è il principio e il criterio per capire l’«essere umano». È necessario tornare all’inizio del Libro della Genesi. Dio è Uno e Trino, creando l’uomo lo fa uno e duale: uno nella natura due nelle persone maschile e femminile. Le due persone umane nel loro modo di essere sono capaci pienamente di attuare per analogia (=a somiglianza) il Dio Trino. Nei loro corpi e tramite essi possono esprimere l’amore vicendevole che è la vera immagine di Dio.

Dunque ciò che determina l’essere umano è la Natura divina, la sua imitazione e in particolare la «comunione» che Adamo ed Eva avevano con Dio stesso. La comunione che intercorreva tra Dio e l’«uomo» era il fondamento della vita e dell’essere umano. Lo dice Gesù: voi siete i tralci, Io la vite. La forza vitale, che permeava l’uomo e la donna originari, correva nella comunione reciproca con la Trinità. In quel momento tutto l’essere umano, sia maschile che femminile, faceva capo e aveva una unità esistenziale, in ragione di una comunione tra le due persone umane e Dio.

In questo momento corpo, anima, istinti e passioni, affetti e sentimenti, emozioni e ragionamenti, conoscenze e pensieri, e quant’altro, tutto – dico tutto – era ordinato e convergente verso l’amore di Dio e di conseguenza verso un amore reciproco tra uomo e donna che imitava esattamente la vita trinitaria di Dio. Dio disse all’uomo e alla donna: attenzione, se mangiate dell’albero morirete! In altri termini: se alterate col peccato di disobbedienza il rapporto d’amore tra Me e voi, cesserà la comunione vitale e voi, abbandonati a voi stessi, morirete. Morire significa proprio questo: disarticolazione e disintegrazione dell’essere umano.

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A questo punto è possibile rispondere a quanto la lettrice chiede. Una volta «distrutta» l’unità dell’essere umano, ogni parte di esso rivendica i suoi «diritti»: il corpo i suoi, le membra i suoi, la psiche i suoi, lo spirito i suoi e così via. Abbiamo modo allora di parlare di istinti, pulsioni, sentimenti, emozioni, passioni… in modo autonomo e contrastante che dilaniamo l’essere umano sia in se stesso, sia in rapporto all’altra persona umana, sia in rapporto a Dio. Dato poi che l’uomo è immerso nel mondo materiale, il corpo con i suoi istinti, le sue passioni e pulsioni, la fa da padrone, per cui Gesù dice: lo spirito è forte, ma la carne è debole, nel senso che le «ragioni» della carne sono più forti e violente dello spirito che ha ragioni e motivi validi, ma contro le passioni e gli istinti del corpo nulla può fare senza una adeguata esercitazione e allenamento.

In conclusione. La carne-corporeità è stata data da Dio perché l’essere umano potesse viverci e attuare quell’amore sponsale che è l’essenza stessa dell’essere umano, ma tolto l’amore sponsale e divino, non rimane che un corpo assetato di passioni e di concupiscenza. Questo Dio non lo aveva voluto, ma è un retaggio del peccato d’origine derivato appunto dalla disarticolazione dell’essere umano, cioè dalla sua «morte».

È vero questo discorso? Penso di sì, perché il Cristo venendo per la nostra salvezza, ci riporta alla vita grazie all’amore verso il prossimo e verso Dio, perché senza questa linfa non possiamo pensare di ricostruire un organismo umano unitario e in comunione.

Quando infine si parla di mortificazioni e freni da porre ai nostri istinti è come fare una riparazione di una macchina sgangherata, se vogliamo superare quella fase dobbiamo tornare ad essere, come all’origine, figli di Dio. L’uomo che è in piena comunione con Dio non ha necessità di vincere gli istinti, perché di essi ha bisogno per amare, e in questo caso vengono naturalmente incanalati verso il bene della persona quando esprime se stessa nell’amore, in tutta la sua pienezza e bellezza, sia per l’altro sia per Dio.

Athos Turchi

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