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Home Argomenti Cultura ed Educazione La Bibbia era vietata ai cristiani?

La Bibbia era vietata ai cristiani?

Sacra scrittura

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Anche la diffusione di traduzioni dai testi originali fu merito soprattutto della Chiesa cattolica.

libri deuterocanonici furono gradualmente sradicati dalle Sacre Scritture perché conservati solo nella Versione greca dei Settanta, perché non accettati dagli ebrei e perché favorevoli ad alcuni insegnamenti cattolici (opere buone, elemosine, digiuno, preghiera per i defunti, …), non compatibili con i dogmi protestanti della “predestinazione” e della “salvezza per sola fede”. La Bibbia tedesca di Lutero (1522), pur riconoscendone l’utilità ed il carattere edificante, li pose in appendice. Anche la prima versione della Bibbia di Re Giacomo (1611) inserì i libri deuterocanonici in appendice, salvo poi stralciarli definitivamente dopo la confessione di fede di Westminster (1647). Nella dichiarazione di fede della Rochelle (1559) gli ugonotti francesi dichiararono che tali libri “benché utili, non possono essere usati per fondare alcun articolo di fede”, incoraggiando così la progressiva espulsione dei libri deuterocanonici dalle bibbie protestanti francesi. Nel 1826, su pressione dei presbiteriani e dei calvinisti, anche la Società Biblica Britannica e Forestiera cessò di stampare bibbie contenenti i libri deuterocanonici, favorendo inevitabili critiche, sospetti, rifiuti e condanne da parte della chiesa cattolica.

Fu comunque Papa Clemente XI che, nell’enciclica Unigenitus del 1713, per primo considerò sospette di eresia alcune categoriche affermazioni dei giansenisti (movimento cattolico fortemente affascinato dalla speculazione filosofica, dalle versioni protestanti della bibbia, dalla teoria del libero esame e dalle dottrine calviniste sulla predestinazione) riguardanti l’indiscriminata libertà di lettura e di interpretazione delle Sacre Scritture.
Nel 1820 Pio VII vietò la lettura della Bibbia del Martini. Laici, liberali, protestanti e massoni da quasi due secoli continuano sdegnati a denunciare il fatto, marchiandolo come momento infame di grave intolleranza religiosa. Da un’analisi accurata dei fatti emerge che l’iniziativa nacque dalla diffusione, da parte di alcuni predicatori protestanti, di un Nuovo Testamento del Martini, realizzato senza note e introduzioni da alcuni editori forse solo interessati ad abbatterne il prezzo è il caso di ricordare soprattutto la versione prodotta a Londra dalla stamperia “Bensley e Figli” nel 1818). Alcuni missionari colportori si presentavano francamente proponendo la lettura della Bibbia del Diodati, mentre altri più ingegnosi aggiravano il rifiuto dei cattolici di leggere la Diodati, offrendo una Bibbia cattolica famosa e regolarmente autorizzata. A questa erano poi combinate ad arte pubblicazioni anticattoliche polemiche ed intolleranti ma infarcite di riferimenti corretti tratti dall’autorevole testo del Martini. In pratica la Martini senza note era diventata in non pochi casi il cavallo di Troia con cui i più spregiudicati apostoli anticattolici tentavano aggirare le difese di larghe parti della popolazione, quasi sempre impreparata al confronto ed alla discussione. Dopo pochi anni, la lettura della Bibbia del Martini venne comunque nuovamente autorizzata (e fu ripubblicata con imprimatur a Venezia nel 1822 e nel 1830, a Prato nel 1832 e a Firenze nel 1836 e a Milano nel 1840), grazie all’azione di alcune case editrici che, comprimendo i margini di profitto, la ripresentarono sul mercato arricchita delle note, delle introduzioni e delle appendici originali. Nel 1870 le note, le introduzioni e le appendici della Bibbia del Martini furono tagliate, ridotte, rivedute e compattate dall’opera di G. Ippolito e L. Nazari. I cattolici del nuovo regno d’Italia ebbero così a disposizione la Parola di Dio in soli sette volumi e ad un costo relativamente contenuto ma molte informazioni storiche, teologiche e testuali andarono perdute. Andarono perdute soprattutto le preziose lezioni (contenenti numerosi paragoni tra la Volgata ed i testi originali greco ed ebraico) poste in fondo ai vari libri della Sacra Scrittura, rendendo impossibile ogni confronto testuale critico.

Nell’enciclica Inter praecipuas del 1844, il Papa Gregorio XVI mise poi in guardia vescovi e fedeli dalle Società Bibliche protestanti, dall’attendibilità delle molteplici versioni in lingua volgare e dagli effetti della propaganda biblica anticattolica sugli infedeli, sugli ignoranti e sulle anime instabili. Permise invece la lettura della Bibbia in lingua volgare a tutte le persone in grado di trarre benefici in termini di “aumento della fede e della pietà“, purché si trattasse di “traduzioni approvate dall’autorità ecclesiastica e corredate da note esplicative di Padri della Chiesa o di altri dotti e cattolici studiosi“. Le Società Bibliche protestanti furono quindi condannate ripetutamente da Papa Pio IX che, nell’enciclica Qui pluribus (1846), mostrò di temerle almeno quanto le società carbonare, liberali e massoniche, evidentemente terrorizzato dagli attacchi sferrati contro l’autorità civile e religiosa della chiesa cattolica.

In tempi più recenti la lettura e la ricerca biblica furono comunque promosse soprattutto da:

Leone XIII che, nel 1893 con l’enciclica Providentissimus Deus, incoraggiò lo studio delle lingue orientali e l’impiego della critica testuale e, con decreto del 13/12/1898, offrì ai cattolici devoti ben 500 giorni d’indulgenza per 15 minuti giornalieri di lettura del Vangelo e l’indulgenza plenaria per una lettura regolare di tutta la Sacra Scrittura;

  • Pio X che, nel 1907, commissionò ai monaci benedettini l’incarico di fare ricerche e preparativi per una edizione riveduta della Volgata;
  • Pio XII che, nel 1943, con l’enciclica Divino Affilante Spiritu caldeggiò vivamente lo studio delle lingue antiche e la preparazione di nuove traduzioni dai testi originali.

PER UN GIUDIZIO EQUILIBRATO

Molte misure adottate dalla Chiesa Cattolica possono oggi sembrare eccessive: si bollarono con parole veementi tutte le società bibliche, si vietò il possesso di bibbie protestanti e si bruciarono bibbie cattoliche ristampate senza note e libri deuterocanonici.

Originale: Aleteia.org
Redazionehttps://www.spesalvi.it
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libri deuterocanonici furono gradualmente sradicati dalle Sacre Scritture perché conservati solo nella Versione greca dei Settanta, perché non accettati dagli ebrei e perché favorevoli ad alcuni insegnamenti cattolici (opere buone, elemosine, digiuno, preghiera per i defunti, …), non compatibili con i dogmi protestanti della “predestinazione” e della “salvezza per sola fede”. La Bibbia tedesca di Lutero (1522), pur riconoscendone l’utilità ed il carattere edificante, li pose in appendice. Anche la prima versione della Bibbia di Re Giacomo (1611) inserì i libri deuterocanonici in appendice, salvo poi stralciarli definitivamente dopo la confessione di fede di Westminster (1647). Nella dichiarazione di fede della Rochelle (1559) gli ugonotti francesi dichiararono che tali libri “benché utili, non possono essere usati per fondare alcun articolo di fede”, incoraggiando così la progressiva espulsione dei libri deuterocanonici dalle bibbie protestanti francesi. Nel 1826, su pressione dei presbiteriani e dei calvinisti, anche la Società Biblica Britannica e Forestiera cessò di stampare bibbie contenenti i libri deuterocanonici, favorendo inevitabili critiche, sospetti, rifiuti e condanne da parte della chiesa cattolica.

Fu comunque Papa Clemente XI che, nell’enciclica Unigenitus del 1713, per primo considerò sospette di eresia alcune categoriche affermazioni dei giansenisti (movimento cattolico fortemente affascinato dalla speculazione filosofica, dalle versioni protestanti della bibbia, dalla teoria del libero esame e dalle dottrine calviniste sulla predestinazione) riguardanti l’indiscriminata libertà di lettura e di interpretazione delle Sacre Scritture.
Nel 1820 Pio VII vietò la lettura della Bibbia del Martini. Laici, liberali, protestanti e massoni da quasi due secoli continuano sdegnati a denunciare il fatto, marchiandolo come momento infame di grave intolleranza religiosa. Da un’analisi accurata dei fatti emerge che l’iniziativa nacque dalla diffusione, da parte di alcuni predicatori protestanti, di un Nuovo Testamento del Martini, realizzato senza note e introduzioni da alcuni editori forse solo interessati ad abbatterne il prezzo è il caso di ricordare soprattutto la versione prodotta a Londra dalla stamperia “Bensley e Figli” nel 1818). Alcuni missionari colportori si presentavano francamente proponendo la lettura della Bibbia del Diodati, mentre altri più ingegnosi aggiravano il rifiuto dei cattolici di leggere la Diodati, offrendo una Bibbia cattolica famosa e regolarmente autorizzata. A questa erano poi combinate ad arte pubblicazioni anticattoliche polemiche ed intolleranti ma infarcite di riferimenti corretti tratti dall’autorevole testo del Martini. In pratica la Martini senza note era diventata in non pochi casi il cavallo di Troia con cui i più spregiudicati apostoli anticattolici tentavano aggirare le difese di larghe parti della popolazione, quasi sempre impreparata al confronto ed alla discussione. Dopo pochi anni, la lettura della Bibbia del Martini venne comunque nuovamente autorizzata (e fu ripubblicata con imprimatur a Venezia nel 1822 e nel 1830, a Prato nel 1832 e a Firenze nel 1836 e a Milano nel 1840), grazie all’azione di alcune case editrici che, comprimendo i margini di profitto, la ripresentarono sul mercato arricchita delle note, delle introduzioni e delle appendici originali. Nel 1870 le note, le introduzioni e le appendici della Bibbia del Martini furono tagliate, ridotte, rivedute e compattate dall’opera di G. Ippolito e L. Nazari. I cattolici del nuovo regno d’Italia ebbero così a disposizione la Parola di Dio in soli sette volumi e ad un costo relativamente contenuto ma molte informazioni storiche, teologiche e testuali andarono perdute. Andarono perdute soprattutto le preziose lezioni (contenenti numerosi paragoni tra la Volgata ed i testi originali greco ed ebraico) poste in fondo ai vari libri della Sacra Scrittura, rendendo impossibile ogni confronto testuale critico.

Nell’enciclica Inter praecipuas del 1844, il Papa Gregorio XVI mise poi in guardia vescovi e fedeli dalle Società Bibliche protestanti, dall’attendibilità delle molteplici versioni in lingua volgare e dagli effetti della propaganda biblica anticattolica sugli infedeli, sugli ignoranti e sulle anime instabili. Permise invece la lettura della Bibbia in lingua volgare a tutte le persone in grado di trarre benefici in termini di “aumento della fede e della pietà“, purché si trattasse di “traduzioni approvate dall’autorità ecclesiastica e corredate da note esplicative di Padri della Chiesa o di altri dotti e cattolici studiosi“. Le Società Bibliche protestanti furono quindi condannate ripetutamente da Papa Pio IX che, nell’enciclica Qui pluribus (1846), mostrò di temerle almeno quanto le società carbonare, liberali e massoniche, evidentemente terrorizzato dagli attacchi sferrati contro l’autorità civile e religiosa della chiesa cattolica.

In tempi più recenti la lettura e la ricerca biblica furono comunque promosse soprattutto da:

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Leone XIII che, nel 1893 con l’enciclica Providentissimus Deus, incoraggiò lo studio delle lingue orientali e l’impiego della critica testuale e, con decreto del 13/12/1898, offrì ai cattolici devoti ben 500 giorni d’indulgenza per 15 minuti giornalieri di lettura del Vangelo e l’indulgenza plenaria per una lettura regolare di tutta la Sacra Scrittura;

  • Pio X che, nel 1907, commissionò ai monaci benedettini l’incarico di fare ricerche e preparativi per una edizione riveduta della Volgata;
  • Pio XII che, nel 1943, con l’enciclica Divino Affilante Spiritu caldeggiò vivamente lo studio delle lingue antiche e la preparazione di nuove traduzioni dai testi originali.

PER UN GIUDIZIO EQUILIBRATO

Molte misure adottate dalla Chiesa Cattolica possono oggi sembrare eccessive: si bollarono con parole veementi tutte le società bibliche, si vietò il possesso di bibbie protestanti e si bruciarono bibbie cattoliche ristampate senza note e libri deuterocanonici.

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