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l terrazzino dei gerani timidi (Rizzoli 2011)

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il terrazzino dei gerani timidiSul suo sito www.annamarchesini.it Anna Marchesini afferma rispetto al libro:
“Dedico il libro a chi lo leggerà, uno per uno di voi che ringrazio per l’emozione che ne riceverà. Vi abbraccio tutti”.
Ritengo che, dopo aver meditato alcuni giorni dopo la fine della lettura, piuttosto dobbiamo essere noi a ringraziare Anna. Le emozioni ricevute da questo libro sono inesprimibili. Profondamente fusa con un’acuta capacità di pervadere la realtà c’è una magia del tutto individuale; fermando con la fugacità dell’istante ogni ricordo; di donarci l’esperienza di gesti , persone, luoghi, sentimenti, pensieri avvolti fin dalla prima pagina da una tenera bellezza e una struggente sensibilità.
Certo, asserisce sempre Anna, nel suo sito: “Dice di me, ma chiunque può infilarsi nella storia, parla di cose accadute o che sarebbero potute accadere, ma soprattutto di come ho imparato a guardare le cose e a scrutarle anche in ogni loro minuta parte sensibile e invisibile e poi parla dei sogni, della forza mitica e rivoluzionaria che esercitano nella mia vita, parla dell’infelicità e della sua straordinaria bellezza e poi parla del silenzio dentro il quale soltanto si possono ascoltare, si possono vedere le voci piccole, le voci che non contano, un silenzio denso e immobile, muto e assordante. A guardarci dentro puoi trovarci l’universo”.
Ed è per questa ragione che il dono che Anna ci fa attraverso il suo libro non è uno dei tanti fenomeni letterari ben riusciti ma è un piccolo angolo di universo che può offrirci un’apertura, una via di accesso verso dinamiche ed ottiche di vita più sane in quanto meno autoreferenziali. L’ironia, la capacità e la portata della nostra vita e soprattutto la valenza dei nostri sogni, e di scherzare – infine – con tutto questo, proprio per non perderlo. Per questa bambina, alla quale la mamma ha insegnato a camminare sul dolore, la vita scoppia dentro la sua minuscola esistenza, ma l’entusiasmo della vita insito nell’animo della bambina la rende capace di ricamarvi intorno e di rendere immortale ogni attimo attraverso il lampo dell’ironia e il tuono della risata.
Imparare a evidenziare il lati buffi della vita, del nostro modo di essere, scherzare con il nostro io, rappresentare in modo giocoso i nostri difetti, prima che lo facciano gli altri in modo non sempre bonario, da di noi un’immagine simpatica, accattivante ma soprattutto rassicurante. Mettere da parte gli atteggiamenti tronfi che spesso si ostentano per apparire, mettere da parte gli stereotipi imperanti, sdrammatizzare anche le situazioni di disagio in cui uno ci si può trovare, renderebbe la vita più serena. L’autoironia per chi sa farne un buon uso, è un gioco che aiuta ad esorcizzare le negatività, che anticipa le mosse e rappresenta una valvola di sfogo anche per le tensioni che si accumulano nel vivere quotidiano affollato da problemi e stress. Chi riesce a sorridere sempre e a trovare aspetti divertenti in ogni contesto del quotidiano vivrà senza dubbio una vita all’insegna dell’ottimismo e dello stare piacevolmente insieme agli altri. Riuscire in questo non è facile e dipende dalla capacità dell’individuo di ragionare a livelli diversi: è necessario sia prestare attenzione alla situazione sia al suo aspetto comico. Inoltre chi sa bene quali siano le proprie virtù e le proprie debolezze e le accetta entrambe è anche colui che sa prendersi non troppo sul serio riuscendo a ironizzare su di sé.
La risata che suscitiamo a nostre spese è un’allegria che fa buon sangue: e in questo differisce dallo spirito, che è spesso caustico. Confrontandoli Mark Twain ricordava la differenza che passa tra la luce di un lampo e quella della lampadina elettrica: l’una vivida, che può lasciare il segno e l’altra quieta e gradevole, amica dell’uomo. Un esempio di causticità sono certe velenose frecciate che Wiston Churchill lanciò verso un suo contradditore alla Camera, che urlava con tanta veemenza da riuscire indecifrabile: “Il mio onorevole amico non dovrebbe nutrire più indignazione di quanta ne possa contenere”. Molto divertente; tranne per la vittima. Tra gli altri, Thomas More, un grande umanista, anch’egli inglese, affermava che per vivere beati si rendeva senz’altro necessario almeno il saper distinguere un sassolino da una montagna.
Esattamente, sempre Anna nel suo Sito ci dice: ”La comicità nasce da un modo di guardare le cose, dalla visione fortunata e miracolosa anche dell’ombra delle cose stesse e del loro contrario; perciò considero la comicità una forma molto alta di espressione soprattutto quando scaturisce dal rovesciamento di esperienze che ti conoscono profondamente, ciò vale per la malinconia, per la tristezza, per l’infelicità la cui risata è il salto mortale dell’acrobazia!”.
Ed è questa la cifra, il grande dono che Anna ci consegna. Non voglio scendere nei particolari della trama, ma con quanta sincera, realistica trepidazione narra le vicende dello svolgimento della confessione con il Vescovo: “Di essere rassicurata avevo bisogno, avevo bisogno di un adulto sereno e leggero che si accorgesse che ero spaventata e con pazienza e con allegria, disfacesse, davanti a me e insieme a me, quel castello di carta che avevo costruito e popolato di fantasmi, che si erano così bene accomodati dentro, così facilmente confusi, da quando le ombre si erano addensate.” (pag.182); con quanto incanto lei ci trasmette le sensazioni del suo primo incontro con l’arte, in teatro (pagg. 214-219) e come attraverso di esso abbia scoperto di non essere più una bambina e col tempo ebbe inizio una seconda vita più ampia. “non erano persone di carte quelle che leggevo, erano piuttosto le parti immateriali delle persone, come fossero state sbucciate di quella fisicità, che prima o poi cerchiamo di oltrepassare […] un amore esterno che specchiava quello interno immenso, di me che leggevo. Avrei letto cinquemila, diecimila libri nella mia vita, feci un rapido calcolo […] decisi che avrei potuto farcela. La letteratura era il mio grande amore. [Ogni grande scrittore aveva una sorte di musica.]” (pagg.221-222) “Avrei scritto un libro che traesse dal silenzio, era stato il silenzio all’origine di tutto, quel silenzio che poi confinava con il mio […] il silenzio mi offriva la contemplazione innocente.” (pag.230).
“Ecco – mi dissi – questo preciso attimo, è gioia. Il silenzio là fuori era così dolce che mi pareva sentirne il canto; da qualche parte avevo letto che tutto è armonia se solo riusciamo a sentirla, così rimasi in ascolto ed ebbi cura di muovermi, senza spostarlo. Il silenzio”. (Fine)

Se cerchi la felicità
preparati a far piovere
felicità su chiunque incontri.
Il mondo è solo un’eco:
qualsiasi cosa fai ti torna indietro.
Non aspettarti mai amore
da coloro a cui tiri le pietre,
e se conficchi spine negli altri
non aspettarti niente di più
che una ricca messe di ortiche.
È un’eterna legge,
che l’odio genera l’odio
e l’amore genera l’amore.

Osho

La risata è il fenomeno più sacro sulla terra, perché esso è la vetta più alta della consapevolezza.  (Osho)
Grazie a te Anna.

E. Simonetti
Ha conseguito il Baccalaureato in S. Teologia presso l'Istituto Teologico Abruzzese-Molisano di Chieti affiliato alla Pontificia Università Lateranense - Roma.

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il terrazzino dei gerani timidiSul suo sito www.annamarchesini.it Anna Marchesini afferma rispetto al libro:
“Dedico il libro a chi lo leggerà, uno per uno di voi che ringrazio per l’emozione che ne riceverà. Vi abbraccio tutti”.
Ritengo che, dopo aver meditato alcuni giorni dopo la fine della lettura, piuttosto dobbiamo essere noi a ringraziare Anna. Le emozioni ricevute da questo libro sono inesprimibili. Profondamente fusa con un’acuta capacità di pervadere la realtà c’è una magia del tutto individuale; fermando con la fugacità dell’istante ogni ricordo; di donarci l’esperienza di gesti , persone, luoghi, sentimenti, pensieri avvolti fin dalla prima pagina da una tenera bellezza e una struggente sensibilità.
Certo, asserisce sempre Anna, nel suo sito: “Dice di me, ma chiunque può infilarsi nella storia, parla di cose accadute o che sarebbero potute accadere, ma soprattutto di come ho imparato a guardare le cose e a scrutarle anche in ogni loro minuta parte sensibile e invisibile e poi parla dei sogni, della forza mitica e rivoluzionaria che esercitano nella mia vita, parla dell’infelicità e della sua straordinaria bellezza e poi parla del silenzio dentro il quale soltanto si possono ascoltare, si possono vedere le voci piccole, le voci che non contano, un silenzio denso e immobile, muto e assordante. A guardarci dentro puoi trovarci l’universo”.
Ed è per questa ragione che il dono che Anna ci fa attraverso il suo libro non è uno dei tanti fenomeni letterari ben riusciti ma è un piccolo angolo di universo che può offrirci un’apertura, una via di accesso verso dinamiche ed ottiche di vita più sane in quanto meno autoreferenziali. L’ironia, la capacità e la portata della nostra vita e soprattutto la valenza dei nostri sogni, e di scherzare – infine – con tutto questo, proprio per non perderlo. Per questa bambina, alla quale la mamma ha insegnato a camminare sul dolore, la vita scoppia dentro la sua minuscola esistenza, ma l’entusiasmo della vita insito nell’animo della bambina la rende capace di ricamarvi intorno e di rendere immortale ogni attimo attraverso il lampo dell’ironia e il tuono della risata.
Imparare a evidenziare il lati buffi della vita, del nostro modo di essere, scherzare con il nostro io, rappresentare in modo giocoso i nostri difetti, prima che lo facciano gli altri in modo non sempre bonario, da di noi un’immagine simpatica, accattivante ma soprattutto rassicurante. Mettere da parte gli atteggiamenti tronfi che spesso si ostentano per apparire, mettere da parte gli stereotipi imperanti, sdrammatizzare anche le situazioni di disagio in cui uno ci si può trovare, renderebbe la vita più serena. L’autoironia per chi sa farne un buon uso, è un gioco che aiuta ad esorcizzare le negatività, che anticipa le mosse e rappresenta una valvola di sfogo anche per le tensioni che si accumulano nel vivere quotidiano affollato da problemi e stress. Chi riesce a sorridere sempre e a trovare aspetti divertenti in ogni contesto del quotidiano vivrà senza dubbio una vita all’insegna dell’ottimismo e dello stare piacevolmente insieme agli altri. Riuscire in questo non è facile e dipende dalla capacità dell’individuo di ragionare a livelli diversi: è necessario sia prestare attenzione alla situazione sia al suo aspetto comico. Inoltre chi sa bene quali siano le proprie virtù e le proprie debolezze e le accetta entrambe è anche colui che sa prendersi non troppo sul serio riuscendo a ironizzare su di sé.
La risata che suscitiamo a nostre spese è un’allegria che fa buon sangue: e in questo differisce dallo spirito, che è spesso caustico. Confrontandoli Mark Twain ricordava la differenza che passa tra la luce di un lampo e quella della lampadina elettrica: l’una vivida, che può lasciare il segno e l’altra quieta e gradevole, amica dell’uomo. Un esempio di causticità sono certe velenose frecciate che Wiston Churchill lanciò verso un suo contradditore alla Camera, che urlava con tanta veemenza da riuscire indecifrabile: “Il mio onorevole amico non dovrebbe nutrire più indignazione di quanta ne possa contenere”. Molto divertente; tranne per la vittima. Tra gli altri, Thomas More, un grande umanista, anch’egli inglese, affermava che per vivere beati si rendeva senz’altro necessario almeno il saper distinguere un sassolino da una montagna.
Esattamente, sempre Anna nel suo Sito ci dice: ”La comicità nasce da un modo di guardare le cose, dalla visione fortunata e miracolosa anche dell’ombra delle cose stesse e del loro contrario; perciò considero la comicità una forma molto alta di espressione soprattutto quando scaturisce dal rovesciamento di esperienze che ti conoscono profondamente, ciò vale per la malinconia, per la tristezza, per l’infelicità la cui risata è il salto mortale dell’acrobazia!”.
Ed è questa la cifra, il grande dono che Anna ci consegna. Non voglio scendere nei particolari della trama, ma con quanta sincera, realistica trepidazione narra le vicende dello svolgimento della confessione con il Vescovo: “Di essere rassicurata avevo bisogno, avevo bisogno di un adulto sereno e leggero che si accorgesse che ero spaventata e con pazienza e con allegria, disfacesse, davanti a me e insieme a me, quel castello di carta che avevo costruito e popolato di fantasmi, che si erano così bene accomodati dentro, così facilmente confusi, da quando le ombre si erano addensate.” (pag.182); con quanto incanto lei ci trasmette le sensazioni del suo primo incontro con l’arte, in teatro (pagg. 214-219) e come attraverso di esso abbia scoperto di non essere più una bambina e col tempo ebbe inizio una seconda vita più ampia. “non erano persone di carte quelle che leggevo, erano piuttosto le parti immateriali delle persone, come fossero state sbucciate di quella fisicità, che prima o poi cerchiamo di oltrepassare […] un amore esterno che specchiava quello interno immenso, di me che leggevo. Avrei letto cinquemila, diecimila libri nella mia vita, feci un rapido calcolo […] decisi che avrei potuto farcela. La letteratura era il mio grande amore. [Ogni grande scrittore aveva una sorte di musica.]” (pagg.221-222) “Avrei scritto un libro che traesse dal silenzio, era stato il silenzio all’origine di tutto, quel silenzio che poi confinava con il mio […] il silenzio mi offriva la contemplazione innocente.” (pag.230).
“Ecco – mi dissi – questo preciso attimo, è gioia. Il silenzio là fuori era così dolce che mi pareva sentirne il canto; da qualche parte avevo letto che tutto è armonia se solo riusciamo a sentirla, così rimasi in ascolto ed ebbi cura di muovermi, senza spostarlo. Il silenzio”. (Fine)

Se cerchi la felicità
preparati a far piovere
felicità su chiunque incontri.
Il mondo è solo un’eco:
qualsiasi cosa fai ti torna indietro.
Non aspettarti mai amore
da coloro a cui tiri le pietre,
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che una ricca messe di ortiche.
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