l Papa: non privatizziamo la salvezza come fanno le élites


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Omelia a casa Santa Marta: Dio salva gli uomini uno per uno, «con nome e cognome», ma tutti inseriti in un «popolo», e fa uno «sbaglio grande» chi pensa solo al proprio «gruppetto», alle «élites ecclesiali»

IACOPO SCARAMUZZI
CITTÀ DEL VATICANO

Gli uomini vengono salvati da Dio singolarmente, non individualmente, ognuno «con nome e cognome» ma inserito «in un popolo», in una «parrocchia», in una «comunità». Per questo motivo compie «uno sbaglio molto grande» il cristiano che crede che la salvezza sia per sé e per il proprio «gruppetto», composto da persone che «pensano di essere buoni cristiani» ma hanno «privatizzato la salvezza» come avviene per certe «élites ecclesiali». E’ questo il tema dell’omelia mattutina del Papa a casa Santa Marta.

 

Commentando la lettera di San Paolo agli ebrei, Francesco, a quanto riportato dalla Radio vaticana, ha affermato che Gesù è «la via nuova e viva» che dobbiamo seguire «secondo la forma che lui vuole». Ci sono, invece, forme sbagliate di vita cristiana, «modelli sbagliati» che non bisogna seguire come, ad esempio, «privatizzare la salvezza».

«E’ vero, Gesù ci ha salvati tutti, ma non genericamente. Tutti, ma ognuno, con nome e cognome», ha proseguito Jorge Mario Bergoglio. «E questa è la salvezza personale. Davvero io sono salvato, il Signore mi ha guardato, ha dato la sua vita per me, ha aperto questa porta, questa via nuova per me, e ognuno di noi può dire “per me”. Ma c’è il pericolo di dimenticare che lui ci ha salvato singolarmente, ma in un popolo. In un popolo. Sempre il Signore salva nel popolo. Dal momento che chiama Abramo, gli promette di fare un popolo. E il Signore ci salva in un popolo. Per questo l’autore di questa lettera ci dice: “Prestiamo attenzione gli uni agli altri”. Non c’è una salvezza soltanto per me. Se io capisco la salvezza così, sbaglio; sbaglio strada. La privatizzazione della salvezza è una strada sbagliata».

Tre, secondo il Pontefice argentino, i criteri per non privatizzare la salvezza: «La fede in Gesù che ci purifica», la speranza che «ci fa guardare le promesse e andare avanti» e «la carità: cioè prestiamo attenzione gli uni agli altri, per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone». Ad esempio, «quando io sono in una parrocchia, in una comunità – qualsiasi sia – io sono lì, io posso privatizzare la salvezza ed essere lì un po’ socialmente soltanto. Ma per non privatizzarla devo chiedere a me stesso se io parlo, comunico la fede; parlo, comunico la speranza; parlo, faccio e comunico la carità. Se in una comunità non si parla, non ci si dà animo l’uno all’altro in queste tre virtù, i componenti di quella comunità hanno privatizzato la fede. Ognuno cerca la sua propria salvezza, non la salvezza di tutti, la salvezza del popolo. E Gesù ha salvato ognuno, ma in un popolo, in una Chiesa». San Paolo, in questo senso, dà un consiglio «pratico» molto importante: «Non disertiamo le nostre riunioni, come alcuni hanno l’abitudine di fare». Questo accade «quando noi siamo in una riunione – nella parrocchia, nel gruppo – e giudichiamo gli altri», «c’è una sorta di disprezzo verso gli altri. E questa non è la porta, la via nuova e vivente che il Signore ha aperto, ha inaugurato». Costoro «disprezzano gli altri; disertano dalla comunità totale; disertano dal popolo di Dio; hanno privatizzato la salvezza: la salvezza è per me e per il mio gruppetto, ma non per tutto il popolo di Dio. E questo è uno sbaglio molto grande. E’ quello che chiamiamo e che vediamo: le élites ecclesiali. Quando nel popolo di Dio si creano questi gruppetti, pensano di essere buoni cristiani, anche – forse – hanno buona volontà, ma sono gruppetti che hanno privatizzato la salvezza».

Dio, invece, «ci salva in un popolo, non nelle élites, che noi con le nostre filosofie o il nostro modo di capire la fede abbiamo fatto. E queste non sono le grazie di Dio». Da qui l’invito di Francesco a porsi una domanda: «Io ho la tendenza a privatizzare la salvezza per me, per il mio gruppetto, per la mia élite o non diserto da tutto il popolo di Dio, non mi allontano dal popolo di Dio e sempre sono in comunità, in famiglia, con il linguaggio della fede, della speranza e il linguaggio delle opere di carità? Che il Signore – è la conclusione – ci dia la grazia di sentirci sempre popolo di Dio, salvati personalmente. Quello è vero: lui ci salva con nome e cognome, ma salvati in un popolo, non nel gruppetto che io faccio per me».

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