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L’ Alfabeto ebraico, Paolo De Benedetti

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«Rabbi Uri diceva: Le miriadi di lettere della Torà corrispondono alle miriadi di anime di Israele;
se nel rotolo della Torà manca una lettera, esso non è valido; se manca un’anima nella lega di Israele, la Shekhinà non posa su di essa.
Come le lettere, anche le anime devono collegarsi e diventare una lega. Ma perché è proibito che una lettera nella Torà tocchi la sua vicina? Ogni anima d’Israele deve avere ore in cui è sola con il suo Creatore»

“Concederò nella mia casa e dentro le mie mura un memoriale e un nome … darò loro un nome eterno che non sarà mai cancellato”. Basterebbe questo verso del profeta Isaia (56: 5) per comprendere la centralità della parola nella tradizione ebraica. Una centralità del linguaggio riaffermata da questo bel dialogo fra Paolo De Benedetti, tra i massimi esperti italiani di giudaistica e singolare figura di intersezione fra cultura ebraica e cristiana, e Gabriella Caramore, ideatrice e conduttrice della celebre trasmissione radiofonica Uomini e profeti. “Del resto, – scrive la curatrice – in nessun’altra lingua, forse, come nell’ebraico, un alfabeto è così intriso di storia, di senso, di materia dell’uomo e di presenza di Dio. In nessun’altra lingua, credo, il codice espressivo è così denso di carne e di sangue, di interrogazione filosofica e di pensiero teologico.” (p. 5).

Fra le diverse anime dell’identità ebraica, quella che più ha valorizzato la parola è la qabbalà, dove è facile ricordare le pratiche estatiche di Abraham Abulafia descritte dagli studi di Moshé Idel. Ma, la mistica non è l’unico ambito dove la parola ha assunto una centralità: nella tradizione ebraica, la parola è un principio ordinatore, ciò che fa compiere il passaggio dal caos all’ordine. De Benedetti, ricordando un midrash che immagina il ciclo della creazione completo solo dopo l’invenzione dell’alfabeto, vede una relazione fra parola e pentimento: “[…] il pentimento ristabilisce un ordine interno o esterno a me e le lettere dell’alfabeto costituiscono un ordine, anzi sono la condizione di ogni ordine. Se le lettere dell’alfabeto si scompigliassero, succederebbe qualche cosa di analogo a quello che produce il peccato quando scompagina l’ordine.” (p. 19). Aggiungiamo che ogni lettera ha un valore numerico, incrementando esponenzialmente le possibilità interpretative e l’attenzione che bisogna riservare alla presenza dell’una piuttosto dell’altra. C’è, ad esempio, un commento che si interroga sul perché la Torah inizi con la seconda lettera dell’alfabeto, la bet, piuttosto che con la alef, ossia la prima. Come mai si inizia col due e non con l’uno, da cui tutto emana? E, perché la prima lettera delle tavole dei comandamenti è, invece, la alef? De Benedetti risponde con un passo del Sefer ha Zohar, testo chiave della mistica ebraica: “Lo Zohar narra che, quando ancora tutto era caos, ogni lettera si presentò davanti a Dio per chiedergli d’essere impiegata a realizzare la creazione. Per prima si presentò l’ultima lettera la tau, poi la penultima, la sin, e così via degradando sino alla seconda lettera, la bet, che disse: «Se io verrò usata per creare il mondo, tutti gli esseri umani mi useranno per benedire Dio»: infatti la parola berakhà, «benedizione», inizia con una bet. Dio glielo concesse e poi si volse all’alef, che era rimasta completamente in disparte, e le chiese perché non si era presentata. L’alef rispose: «In un mondo in cui tutto è dualità e pluralità, non v’è posto per il numero uno». Al che Dio disse: «Non temere, io sono uno, come tu sei uno. Io voglio creare il mondo per porvi il mio spirito tramite la Torah e le mitzwòt, in cui il comandamento ̀Io sono il tuo Dio ́comincerà con la alef” (p. 24). Le lettere della lingua di Israele hanno, dunque, un valore alfabetico, uno numerico, ma sono anche dei segni grafici.

Nell’antico alfabeto consonantico ebraico, ogni lettera rinvia ad un oggetto “in cui la raffigurazione simbolica ha il suono della lettera iniziale”: la alef 2 significa toro e, non a caso, la sua immagine è quella di una testa di toro con le corna (il legame è riscontrabile soprattutto nella vecchia scrittura paleo ebraica). La bet, con il suo lato aperto, rappresenta la casa, e così via fino alla tau, che originariamente ricordava una croce, acquisendo il significato di suggello, di ciò che sancisce. Ogni lettera conserva, quindi, una stratificazione di significati, favorendo quel lavoro di esegesi infinita, che sembra essere l’anima più propria dell’ebraismo. Un principio antidogmatico, che si pone, ancora oggi, come un monito verso ogni forma di fanatismo e che rappresenta il contributo più grande dell’ebraismo al sapere universale.

Questo piccolo testo come anche altri di De Benedetti sono una ricchezza incalcolabile non solo per gli addetti ai lavori ma per chiunque abbia animo e mente aperta per incontrare la cultura di un popolo, fra tutti i popoli civili viventi sulla terra, tanto noto e al tempo stesso il più sconosciuto  quello ebreo.

Ma chi sono dunque gli ebrei? Una religione? Una cultura? Un popolo? Una razza?

Ancor oggi nelle pagine di storia dei testi scolastici troviamo scritto “Gli Ebrei erano…”, ma l’uso del verbo al passato, esatto per altri popoli coevi quali i Fenici, gli Assiri, i Babilonesi.., non lo è per gli ebrei in quanto ancora “sono”: e questo, è il mistero del popolo ebreo.

Più facile è rispondere alla domanda “chi è Ebreo ?”: per l’Halakhà (la legislazione rabbinica) è ebreo chi nasce da madre ebrea o chi si converte all’ebraismo. Va detto a tale proposito che il tribunale rabbinico tende ad ostacolare le conversioni soprattutto perché il convertito sarebbe poi tenuto, come chi è nato ebreo, all’osservanza di numerosissimi precetti, sacrificio questo del tutto inutile dal momento che per l’ebraismo la salvezza non si raggiunge necessariamente essendo ebrei, ma piuttosto amando il prossimo che ama Dio (Salmo 15, 4) e seguendo i Suoi Comandamenti.

Certo la vita quotidiana è scandita da pratiche religiose, ma anche chi, nel corso degli anni, si fosse allontanato da queste, resta ugualmente ebreo.

Certamente hanno dato origine ad una forte spinta culturale, il loro testo sacro la Bibbia è il libro più letto nel mondo, ma altre antiche civiltà scomparse non furono da meno. In quanto ad essere un popolo è certamente restato idealmente unito dalla comune fede e dalle stesse pratiche ritualistiche, ma sparso, spesso in gruppi esigui, in ogni parte del mondo, ha sempre contribuito allo sviluppo sociale, artistico, culturale, economico e soprattutto scientifico della nazione in cui vive al pari di qualsiasi altro cittadino, ciascuno secondo le proprie possibilità e capacità.

Nello stesso stato di Israele poi, ricostituito solo nel 1948 dopo essere stato annientato dai romani nel 70 d.C., la popolazione israeliana è composta da cittadini di tutte le religioni, compresi musulmani e cristiani.

In quanto alla razza, premesso che all’interno della specie umana il concetto di razza è di difficile e controversa applicazione poiché non esistono criteri fisiologici, morfologici né psicologici in grado di dare solida base ad una suddivisione, gli ebrei presentano caratteristiche somatiche così diverse tra loro che è impossibile inquadrarli in qualche modo.

Esistono infatti ebrei Yemeniti dalla pelle scura, capelli appena ondulati e lineamenti sottili, avevano conservato tradizione e lingua ebraica nonché la certezza che un giorno sarebbero tornati dall’esilio “su ali di aquila”. Ritennero pertanto avverata la profezia quando aerei israeliani giunsero a salvarli con l’operazione detta “Tappeto Magico”.

Assolutamente neri di pelle anche se del tutto privi dei caratteri negroidi, sono i “falascià”, ebrei etiopi, individuati nella seconda metà dell’ottocento, discendenti dal figlio nato dalla regina di Saba e re Salomone, vagavano scalzi e seminudi, ma avevano nella capanna-sinagoga il sefer-Torà (libro della Legge).

Con uno spettacolare intervento aereo denominato “operazione Salomone” fu completato il loro trasferimento in Israele iniziato con “l’operazione Moses”.

Esistono gruppi ebraici dalla pelle gialla ed occhi a mandorla nella lontana Kaifeng in Cina ed anche in Giappone.

Nella stessa Europa, pur essendo di pelle bianca, hanno caratteristiche somatiche diverse: quelli cosiddetti sefarditi (originari della Spagna, in ebraico Sefarad), con la pelle bruno-dorata, occhi neri e capelli castani, fautori con gli arabi della famosa scuola dei traduttori (sec. XIII), inclini indifferentemente tanto agli studi di mistica ebraica quanto a quelli delle letteratura romantica.

Ben diversi gli ebrei aschenaziti (dall’ebraico Aschenazi, Germania), presenti in tutto l’Est d’Europa, dediti all’approfondimento degli studi biblici cui nessuno, modesto ciabattino o ricco mercante che fosse, si sarebbe mai sottratto per lunghe ore al termine di una giornata di lavoro. Hanno per lo più capelli rossi e occhi verdi, altri sono biondi con pelle chiarissima. Forse è abbastanza curioso il fatto che questi sono gli unici veri ariani in quanto discendenti in gran parte dai Khazari. (Il loro impero, potentissimo nel VI secolo dell’era volgare, si estendeva dalle steppe del Caucaso al basso Volga, ed era considerato la culla della più pura stirpe di Ario. Proprio questo popolo, verso la fine dell’ VIII secolo lascia il paganesimo per convertirsi, re Bulan in testa con tutta la sua corte, all’ebraismo ritenendosi discendente di una delle tribù disperse d’Israele). Paradossalmente i nazisti, ritenendosi una razza superiore, quella ariana appunto, sterminarono in massima parte proprio quegli ebrei che erano ormai gli ultimi veri discendenti di Ario.

In quanto agli ebrei presenti in Italia (oggi circa 35.000) essi sono per lo più di “rito italiano”, cioé i più vicini al rito originario essendo qui giunti direttamente da Gerusalemme, la maggior parte ancor prima dell’era volgare e poi al seguito dei Romani. Infatti quando nel 70 Tito distrusse il sacro Tempio, portò a Roma 5.000 ebrei come schiavi, questi furono riscattati dalla comunità ebraica già presente nell’Urbe. Costoro non presentano alcuna caratteristica fisica comune.

Pertanto se proprio si vuole dare una risposta alla domanda Chi sono gli ebrei? potremmo dire che sono i discendenti di quelle famiglie patriarcali, incontrate nella Bibbia, che continuano a vivere secondo regole che lo stesso popolo ebreo si è dato derivandole direttamente dalla Torà (termine tradotto erroneamente con Legge, ma con il vero significato di insegnamento. Essa è composta dal Pentateuco cioè i primi cinque libri della Bibbia: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio).

Con queste breve ricapitolazioni diventa ancora più comprensibile e prezioso il testo sull’alfabeto ebraico perché ci dona la misura della profonda spiritualità di questo popolo e di come sia legata alla parola di dio e alla parola della parola ebraica.

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E. Simonetti
Ha conseguito il Baccalaureato in S. Teologia presso l'Istituto Teologico Abruzzese-Molisano di Chieti affiliato alla Pontificia Università Lateranense - Roma.

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L’ Alfabeto ebraico, Paolo De Benedetti

  

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«Rabbi Uri diceva: Le miriadi di lettere della Torà corrispondono alle miriadi di anime di Israele;
se nel rotolo della Torà manca una lettera, esso non è valido; se manca un’anima nella lega di Israele, la Shekhinà non posa su di essa.
Come le lettere, anche le anime devono collegarsi e diventare una lega. Ma perché è proibito che una lettera nella Torà tocchi la sua vicina? Ogni anima d’Israele deve avere ore in cui è sola con il suo Creatore»

“Concederò nella mia casa e dentro le mie mura un memoriale e un nome … darò loro un nome eterno che non sarà mai cancellato”. Basterebbe questo verso del profeta Isaia (56: 5) per comprendere la centralità della parola nella tradizione ebraica. Una centralità del linguaggio riaffermata da questo bel dialogo fra Paolo De Benedetti, tra i massimi esperti italiani di giudaistica e singolare figura di intersezione fra cultura ebraica e cristiana, e Gabriella Caramore, ideatrice e conduttrice della celebre trasmissione radiofonica Uomini e profeti. “Del resto, – scrive la curatrice – in nessun’altra lingua, forse, come nell’ebraico, un alfabeto è così intriso di storia, di senso, di materia dell’uomo e di presenza di Dio. In nessun’altra lingua, credo, il codice espressivo è così denso di carne e di sangue, di interrogazione filosofica e di pensiero teologico.” (p. 5).

Fra le diverse anime dell’identità ebraica, quella che più ha valorizzato la parola è la qabbalà, dove è facile ricordare le pratiche estatiche di Abraham Abulafia descritte dagli studi di Moshé Idel. Ma, la mistica non è l’unico ambito dove la parola ha assunto una centralità: nella tradizione ebraica, la parola è un principio ordinatore, ciò che fa compiere il passaggio dal caos all’ordine. De Benedetti, ricordando un midrash che immagina il ciclo della creazione completo solo dopo l’invenzione dell’alfabeto, vede una relazione fra parola e pentimento: “[…] il pentimento ristabilisce un ordine interno o esterno a me e le lettere dell’alfabeto costituiscono un ordine, anzi sono la condizione di ogni ordine. Se le lettere dell’alfabeto si scompigliassero, succederebbe qualche cosa di analogo a quello che produce il peccato quando scompagina l’ordine.” (p. 19). Aggiungiamo che ogni lettera ha un valore numerico, incrementando esponenzialmente le possibilità interpretative e l’attenzione che bisogna riservare alla presenza dell’una piuttosto dell’altra. C’è, ad esempio, un commento che si interroga sul perché la Torah inizi con la seconda lettera dell’alfabeto, la bet, piuttosto che con la alef, ossia la prima. Come mai si inizia col due e non con l’uno, da cui tutto emana? E, perché la prima lettera delle tavole dei comandamenti è, invece, la alef? De Benedetti risponde con un passo del Sefer ha Zohar, testo chiave della mistica ebraica: “Lo Zohar narra che, quando ancora tutto era caos, ogni lettera si presentò davanti a Dio per chiedergli d’essere impiegata a realizzare la creazione. Per prima si presentò l’ultima lettera la tau, poi la penultima, la sin, e così via degradando sino alla seconda lettera, la bet, che disse: «Se io verrò usata per creare il mondo, tutti gli esseri umani mi useranno per benedire Dio»: infatti la parola berakhà, «benedizione», inizia con una bet. Dio glielo concesse e poi si volse all’alef, che era rimasta completamente in disparte, e le chiese perché non si era presentata. L’alef rispose: «In un mondo in cui tutto è dualità e pluralità, non v’è posto per il numero uno». Al che Dio disse: «Non temere, io sono uno, come tu sei uno. Io voglio creare il mondo per porvi il mio spirito tramite la Torah e le mitzwòt, in cui il comandamento ̀Io sono il tuo Dio ́comincerà con la alef” (p. 24). Le lettere della lingua di Israele hanno, dunque, un valore alfabetico, uno numerico, ma sono anche dei segni grafici.

Nell’antico alfabeto consonantico ebraico, ogni lettera rinvia ad un oggetto “in cui la raffigurazione simbolica ha il suono della lettera iniziale”: la alef 2 significa toro e, non a caso, la sua immagine è quella di una testa di toro con le corna (il legame è riscontrabile soprattutto nella vecchia scrittura paleo ebraica). La bet, con il suo lato aperto, rappresenta la casa, e così via fino alla tau, che originariamente ricordava una croce, acquisendo il significato di suggello, di ciò che sancisce. Ogni lettera conserva, quindi, una stratificazione di significati, favorendo quel lavoro di esegesi infinita, che sembra essere l’anima più propria dell’ebraismo. Un principio antidogmatico, che si pone, ancora oggi, come un monito verso ogni forma di fanatismo e che rappresenta il contributo più grande dell’ebraismo al sapere universale.

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Questo piccolo testo come anche altri di De Benedetti sono una ricchezza incalcolabile non solo per gli addetti ai lavori ma per chiunque abbia animo e mente aperta per incontrare la cultura di un popolo, fra tutti i popoli civili viventi sulla terra, tanto noto e al tempo stesso il più sconosciuto  quello ebreo.

Ma chi sono dunque gli ebrei? Una religione? Una cultura? Un popolo? Una razza?

Ancor oggi nelle pagine di storia dei testi scolastici troviamo scritto “Gli Ebrei erano…”, ma l’uso del verbo al passato, esatto per altri popoli coevi quali i Fenici, gli Assiri, i Babilonesi.., non lo è per gli ebrei in quanto ancora “sono”: e questo, è il mistero del popolo ebreo.

Più facile è rispondere alla domanda “chi è Ebreo ?”: per l’Halakhà (la legislazione rabbinica) è ebreo chi nasce da madre ebrea o chi si converte all’ebraismo. Va detto a tale proposito che il tribunale rabbinico tende ad ostacolare le conversioni soprattutto perché il convertito sarebbe poi tenuto, come chi è nato ebreo, all’osservanza di numerosissimi precetti, sacrificio questo del tutto inutile dal momento che per l’ebraismo la salvezza non si raggiunge necessariamente essendo ebrei, ma piuttosto amando il prossimo che ama Dio (Salmo 15, 4) e seguendo i Suoi Comandamenti.

Certo la vita quotidiana è scandita da pratiche religiose, ma anche chi, nel corso degli anni, si fosse allontanato da queste, resta ugualmente ebreo.

Certamente hanno dato origine ad una forte spinta culturale, il loro testo sacro la Bibbia è il libro più letto nel mondo, ma altre antiche civiltà scomparse non furono da meno. In quanto ad essere un popolo è certamente restato idealmente unito dalla comune fede e dalle stesse pratiche ritualistiche, ma sparso, spesso in gruppi esigui, in ogni parte del mondo, ha sempre contribuito allo sviluppo sociale, artistico, culturale, economico e soprattutto scientifico della nazione in cui vive al pari di qualsiasi altro cittadino, ciascuno secondo le proprie possibilità e capacità.

Nello stesso stato di Israele poi, ricostituito solo nel 1948 dopo essere stato annientato dai romani nel 70 d.C., la popolazione israeliana è composta da cittadini di tutte le religioni, compresi musulmani e cristiani.

In quanto alla razza, premesso che all’interno della specie umana il concetto di razza è di difficile e controversa applicazione poiché non esistono criteri fisiologici, morfologici né psicologici in grado di dare solida base ad una suddivisione, gli ebrei presentano caratteristiche somatiche così diverse tra loro che è impossibile inquadrarli in qualche modo.

Esistono infatti ebrei Yemeniti dalla pelle scura, capelli appena ondulati e lineamenti sottili, avevano conservato tradizione e lingua ebraica nonché la certezza che un giorno sarebbero tornati dall’esilio “su ali di aquila”. Ritennero pertanto avverata la profezia quando aerei israeliani giunsero a salvarli con l’operazione detta “Tappeto Magico”.

Assolutamente neri di pelle anche se del tutto privi dei caratteri negroidi, sono i “falascià”, ebrei etiopi, individuati nella seconda metà dell’ottocento, discendenti dal figlio nato dalla regina di Saba e re Salomone, vagavano scalzi e seminudi, ma avevano nella capanna-sinagoga il sefer-Torà (libro della Legge).

Con uno spettacolare intervento aereo denominato “operazione Salomone” fu completato il loro trasferimento in Israele iniziato con “l’operazione Moses”.

Esistono gruppi ebraici dalla pelle gialla ed occhi a mandorla nella lontana Kaifeng in Cina ed anche in Giappone.

Nella stessa Europa, pur essendo di pelle bianca, hanno caratteristiche somatiche diverse: quelli cosiddetti sefarditi (originari della Spagna, in ebraico Sefarad), con la pelle bruno-dorata, occhi neri e capelli castani, fautori con gli arabi della famosa scuola dei traduttori (sec. XIII), inclini indifferentemente tanto agli studi di mistica ebraica quanto a quelli delle letteratura romantica.

Ben diversi gli ebrei aschenaziti (dall’ebraico Aschenazi, Germania), presenti in tutto l’Est d’Europa, dediti all’approfondimento degli studi biblici cui nessuno, modesto ciabattino o ricco mercante che fosse, si sarebbe mai sottratto per lunghe ore al termine di una giornata di lavoro. Hanno per lo più capelli rossi e occhi verdi, altri sono biondi con pelle chiarissima. Forse è abbastanza curioso il fatto che questi sono gli unici veri ariani in quanto discendenti in gran parte dai Khazari. (Il loro impero, potentissimo nel VI secolo dell’era volgare, si estendeva dalle steppe del Caucaso al basso Volga, ed era considerato la culla della più pura stirpe di Ario. Proprio questo popolo, verso la fine dell’ VIII secolo lascia il paganesimo per convertirsi, re Bulan in testa con tutta la sua corte, all’ebraismo ritenendosi discendente di una delle tribù disperse d’Israele). Paradossalmente i nazisti, ritenendosi una razza superiore, quella ariana appunto, sterminarono in massima parte proprio quegli ebrei che erano ormai gli ultimi veri discendenti di Ario.

In quanto agli ebrei presenti in Italia (oggi circa 35.000) essi sono per lo più di “rito italiano”, cioé i più vicini al rito originario essendo qui giunti direttamente da Gerusalemme, la maggior parte ancor prima dell’era volgare e poi al seguito dei Romani. Infatti quando nel 70 Tito distrusse il sacro Tempio, portò a Roma 5.000 ebrei come schiavi, questi furono riscattati dalla comunità ebraica già presente nell’Urbe. Costoro non presentano alcuna caratteristica fisica comune.

Pertanto se proprio si vuole dare una risposta alla domanda Chi sono gli ebrei? potremmo dire che sono i discendenti di quelle famiglie patriarcali, incontrate nella Bibbia, che continuano a vivere secondo regole che lo stesso popolo ebreo si è dato derivandole direttamente dalla Torà (termine tradotto erroneamente con Legge, ma con il vero significato di insegnamento. Essa è composta dal Pentateuco cioè i primi cinque libri della Bibbia: Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio).

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