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IX Domenica Per Annum, Corpo e Sangue di C. – Anno C – 2 giugno 2013

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Il pane, certo, è un interrogativo di giustizia sociale, di distribuzione più equa delle risorse del pianeta: è il debito ascritto ai “poveri” che andrebbe in qualche modo condonato. Tuttavia, è certamente un problema di fede; l’uomo senza Dio, si percepirà perennemente fragile e angosciato, senza speranza e affamato. Non basta avere accesso alle tavole imbandite dagli uomini per sfamarsi, è necessario invece, accedere alla mensa di Dio per non aver mai più fame.
Il pane, certo, è un interrogativo di giustizia sociale, di distribuzione più equa delle risorse del pianeta: è il debito ascritto ai “poveri” che andrebbe in qualche modo condonato. Tuttavia, è certamente un problema di fede; l’uomo senza Dio, si percepirà perennemente fragile e angosciato, senza speranza e affamato. Non basta avere accesso alle tavole imbandite dagli uomini per sfamarsi, è necessario invece, accedere alla mensa di Dio per non aver mai più fame.

Con la forza di quel cibo…

 

Gen 14, 18-20

1Cor 11, 23-26

Lc 9, 11b-17

«Con la forza datagli da quel cibo camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l’Oreb» (1Re 19, 8). L’umanità oggi, come lo è stato in tutti i tempi, patisce la precarietà della propria esistenza: la mancanza di un lavoro, una sofferenza pungente, l’angoscia che avanza e il peccato che sembra far da padrone! Chi sazierà questa fame di vivere?

Il pane, certo, è un interrogativo di giustizia sociale, di distribuzione più equa delle risorse del pianeta: è il debito ascritto ai “poveri” che andrebbe in qualche modo condonato. Tuttavia, è certamente un problema di fede; l’uomo senza Dio, si percepirà perennemente fragile e angosciato, senza speranza e affamato. Non basta avere accesso alle tavole imbandite dagli uomini per sfamarsi, è necessario invece, accedere alla mensa di Dio per non aver mai più fame.

La parola di Dio odierna, per questo, ci invita a riconoscere il pane come dono di Dio, come dono del Padre: chi non è capace di sedersi a tavola con gli amici, faticherà ad accostarsi alla mensa dell’altare e ricevere il dono dell’amicizia di Gesù e della Chiesa. Sedendosi a mangiare, il credente ringrazia Dio del pane «frutto della terra e del lavoro dell’uomo» (Cfr. Liturgia); sappiamo infatti, che la nostra vita dipende da Dio latore di ogni cosa. Ogni banchetto è preparato dalle mani di un uomo o di una donna, ma anche approntato dalla provvidenza del Padre che «sa ciò di cui abbiamo bisogno […] e nutre gli uccelli del cielo e fa crescere i gigli del campo» (Cfr. Mt 6).

Oltre i nostri banchetti festosi in cui gustiamo cibi prelibati e vini succulenti, esiste un pasto in cui Gesù ha dato se stesso come cibo: la cena pasquale. Che cosa significa mangiare il suo corpo e bere il suo sangue? Non è un rituale magico, è la condivisione della sua stessa vita. Durante una cena – segno per se stessa di condivisione e di amicizia – Gesù esprime il desiderio che i discepoli diventino una cosa sola con lui, uniti a lui dai medesimi sentimenti, dal medesimo stile di vita, dal medesimo orientamento al Padre. Mangiare questo pane che è Gesù stesso, significa condividere la sua morte e risurrezione per passare da questo mondo al Padre.

È necessario operare questo passaggio per vivere. Il pane terreno ci aiuta a vivere e a risolvere il problema della sopravvivenza quotidiana, donandoci la buona salute e la gioia di vivere; ma il pane di Gesù ci aiuta a raggiungere lo scopo per cui esistiamo: ritornare a Dio. Il ritorno a Dio non si può realizzare senza credere in Gesù, senza seguirlo nel dono della propria vita al Padre, nell’amore condiviso verso i fratelli.

Pertanto, partecipare alla Messa e non partecipare della “comunione” significa rifiutarsi di condividere la vita stessa di Gesù.

Giuseppe Gravante

G. Gravante
Teologo della Liturgia. È docente di Liturgia presso l'Istituto di Musica Sacra e presso l'Istituto per la formazione laicale "J. Ratzinger" della Diocesi di Termoli-Larino. Nell'Arcidiocesi di Chieti-Vasto, è docente di Religione Cattolica. Ha studiato Filosofia e Teologia presso la Pontificia Università Lateranense; Archivistica Storica e Biblioteconomia presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e ha approfondito la propria formazione liturgica (attraverso seminari e corsi) presso i Pontifici Istituti Liturgici di "S. Anselmo" in Roma e di "S. Giustina" in Padova. È direttore del sito web di cultura e informazione cattolica SpeSalvi.it; collabora con diverse testate online di natura filosofico-teologico e con testate giornalistiche locali. Per Tau Editrice (febbraio 2016): Culmine e Fonte. L’evoluzione della Messa dal Concilio di Trento alla riforma del Vaticano II.

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IX Domenica Per Annum, Corpo e Sangue di C. – Anno C – 2 giugno 2013

  

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Il pane, certo, è un interrogativo di giustizia sociale, di distribuzione più equa delle risorse del pianeta: è il debito ascritto ai “poveri” che andrebbe in qualche modo condonato. Tuttavia, è certamente un problema di fede; l’uomo senza Dio, si percepirà perennemente fragile e angosciato, senza speranza e affamato. Non basta avere accesso alle tavole imbandite dagli uomini per sfamarsi, è necessario invece, accedere alla mensa di Dio per non aver mai più fame.

Con la forza di quel cibo…

 

Gen 14, 18-20

1Cor 11, 23-26

Lc 9, 11b-17

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«Con la forza datagli da quel cibo camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l’Oreb» (1Re 19, 8). L’umanità oggi, come lo è stato in tutti i tempi, patisce la precarietà della propria esistenza: la mancanza di un lavoro, una sofferenza pungente, l’angoscia che avanza e il peccato che sembra far da padrone! Chi sazierà questa fame di vivere?

Il pane, certo, è un interrogativo di giustizia sociale, di distribuzione più equa delle risorse del pianeta: è il debito ascritto ai “poveri” che andrebbe in qualche modo condonato. Tuttavia, è certamente un problema di fede; l’uomo senza Dio, si percepirà perennemente fragile e angosciato, senza speranza e affamato. Non basta avere accesso alle tavole imbandite dagli uomini per sfamarsi, è necessario invece, accedere alla mensa di Dio per non aver mai più fame.

La parola di Dio odierna, per questo, ci invita a riconoscere il pane come dono di Dio, come dono del Padre: chi non è capace di sedersi a tavola con gli amici, faticherà ad accostarsi alla mensa dell’altare e ricevere il dono dell’amicizia di Gesù e della Chiesa. Sedendosi a mangiare, il credente ringrazia Dio del pane «frutto della terra e del lavoro dell’uomo» (Cfr. Liturgia); sappiamo infatti, che la nostra vita dipende da Dio latore di ogni cosa. Ogni banchetto è preparato dalle mani di un uomo o di una donna, ma anche approntato dalla provvidenza del Padre che «sa ciò di cui abbiamo bisogno […] e nutre gli uccelli del cielo e fa crescere i gigli del campo» (Cfr. Mt 6).

Oltre i nostri banchetti festosi in cui gustiamo cibi prelibati e vini succulenti, esiste un pasto in cui Gesù ha dato se stesso come cibo: la cena pasquale. Che cosa significa mangiare il suo corpo e bere il suo sangue? Non è un rituale magico, è la condivisione della sua stessa vita. Durante una cena – segno per se stessa di condivisione e di amicizia – Gesù esprime il desiderio che i discepoli diventino una cosa sola con lui, uniti a lui dai medesimi sentimenti, dal medesimo stile di vita, dal medesimo orientamento al Padre. Mangiare questo pane che è Gesù stesso, significa condividere la sua morte e risurrezione per passare da questo mondo al Padre.

È necessario operare questo passaggio per vivere. Il pane terreno ci aiuta a vivere e a risolvere il problema della sopravvivenza quotidiana, donandoci la buona salute e la gioia di vivere; ma il pane di Gesù ci aiuta a raggiungere lo scopo per cui esistiamo: ritornare a Dio. Il ritorno a Dio non si può realizzare senza credere in Gesù, senza seguirlo nel dono della propria vita al Padre, nell’amore condiviso verso i fratelli.

Pertanto, partecipare alla Messa e non partecipare della “comunione” significa rifiutarsi di condividere la vita stessa di Gesù.

Giuseppe Gravante

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G. Gravante
Teologo della Liturgia. È docente di Liturgia presso l'Istituto di Musica Sacra e presso l'Istituto per la formazione laicale "J. Ratzinger" della Diocesi di Termoli-Larino. Nell'Arcidiocesi di Chieti-Vasto, è docente di Religione Cattolica. Ha studiato Filosofia e Teologia presso la Pontificia Università Lateranense; Archivistica Storica e Biblioteconomia presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e ha approfondito la propria formazione liturgica (attraverso seminari e corsi) presso i Pontifici Istituti Liturgici di "S. Anselmo" in Roma e di "S. Giustina" in Padova. È direttore del sito web di cultura e informazione cattolica SpeSalvi.it; collabora con diverse testate online di natura filosofico-teologico e con testate giornalistiche locali. Per Tau Editrice (febbraio 2016): Culmine e Fonte. L’evoluzione della Messa dal Concilio di Trento alla riforma del Vaticano II.

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