IV Domenica di Pasqua – Anno B – 22 aprile 2018

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IV Domenica del Tempo di Pasqua

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Gv 10, 11-18
Dal Vangelo secondo Giovanni

11Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. 12Il mercenario – che non è pastore e al quale le pecore non appartengono – vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; 13perché è un mercenario e non gli importa delle pecore. 14Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, 15così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. 16E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore. 17Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. 18Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».

C: Parola del Signore.
A: Lode a Te o Cristo.

  • 22 – 28 Aprile 2018
  • Tempo di Pasqua IV
  • Colore Bianco
  • Lezionario: Ciclo B
  • Anno: II
  • Salterio: sett. 4

CRISTO NELLA CHIESA

 

La Pasqua continua. A poche settimane dalla solenne celebrazione, il mistero centrale della nostra fede, fondamento della nostra speranza, sorgente della salvezza, ci viene richiamato con insistenza dalla parola di Dio.

«Voi l’avete crocifisso, Dio l’ha risuscitato»

Non è qui tutto il mistero della Pasqua, nella quale «morte e vita si sono affrontate in un duello prodigioso, l’autore della vita è morto, vive e regna»? Così Pietro, parlando davanti al Sinedrio, non tanto come un imputato che fa la sua difesa, ma come un testimone che compie la missione affidata dal Risorto a lui e ai suoi compagni, predica il Vangelo nel suo nucleo essenziale. Gesù, presentandosi come il «buon pastore», l’aveva predetto: «Il buon pastore offre la vita per le pecore»; e aveva aggiunto, annunziando la risurrezione: «lo offro la mia vita per poi riprenderla di nuovo». Perché? Perché è pastore, conosce le pecore, cioè è vicino a ognuna di esse con una costante sollecitudine ispirata dall’amore. Non è un pastore qualsiasi, né soltanto uno dei pastori buoni, ma «il buon pastore».

Queste pecore gli sono state affidate dal Padre (cf Gv 10,29), che ama lui, il Figlio, proprio perché egli offre la vita per le pecore. Ma lo stesso san Giovanni che riferisce queste parole ci assicura che il Padre ama anche noi, figli suoi e pecore da lui affidate al suo Figlio: «Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente! La ragione per cui il mondo non ci conosce è perché non ha conosciuto lui» (1 Gv 3,1). Proprio perché ci ama, ha mandato il Figlio per salvarci: «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16).

Mistero pasquale, mistero di amore

Sembra un luogo comune, ma è tutto il Vangelo. Se non lo crediamo, non siamo cristiani. «Molti si dicono cristiani», lamentava già s. Agostino, «ma in realtà non lo sono, perché non sono ciò che significa questo nome, non lo sono cioè nella vita, nei costumi, nella fede, nella speranza, nella carità». I cristiani sono quelli che hanno creduto all’amore che Dio ha per noi, hanno creduto che Dio è amore (1 Gv 4,8.16). Se non cerchiamo di vivere questa realtà, siamo ben poveri cristiani. Perché «le mie pecore conoscono me», della conoscenza propria del pastore, che porta all’amore.

Amare Gesù, dunque, e il Padre che l’ha mandato. Amare i fratelli. Lo dice Giovanni, poco dopo aver proclamato l’amore di Dio che ci ha fatti suoi figli: «Poiché questo è il messaggio che avete udito fin da principio: che ci amiamo gli uni gli altri» (1 Gv 3,11); «Noi sappiamo che siamo passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli. Chi non ama rimane nella morte» (1 Gv 3,14). Fino ad esigere da noi verso i fratelli la prova d’amore che ha dato il buon Pastore offrendo la vita per le sue pecore: «Da questo abbiamo conosciuto l’amore: egli ha dato la sua vita per noi; quindi anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli» (1 Gv3,16).

C’è bisogno di dire che quest’amore non può contentarsi di parole ma deve dimostrarsi nei fatti? Se ve ne fosse bisogno, ascoltiamo ancora l’apostolo dell’amore, che continua: «Se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità gli chiude il proprio cuore, come dimora in lui l’amore di Dio? Figlioli, non amiamo a parole né con la lingua, ma coi fatti e nella verità» (1 Gv 3,17-18).

La testimonianza di Pietro

Gesù è scomparso dalla vista degli uomini. Non è più lì a dirci: «Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate» (Lc 24,39). Eppure, è lui il Salvatore nel quale dobbiamo credere: «In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati» (At 4,12). Chi ci parlerà di lui, chi ci condurrà al buon Pastore? La Chiesa: Pietro, che abbiamo ascoltato ora, gli altri apostoli, come lui testimoni del Risorto, tutti quelli che, nella Chiesa, ne hanno raccolto l’eredità e ne continuano la missione, insieme con tutta la comunità dei credenti. Gesù è «il buon Pastore», è, nel senso pieno della parola, l’unico pastore che può dire « le mie pecore».

Sant’ Agostino non si stanca di richiamare questa verità a quanti, nella Chiesa, sono tentati di considerare come proprie le pecore del Signore, cercando nell’esercizio del ministero sacro il proprio interesse anziché la gloria di Dio e il bene dei fratelli loro affidati.

Ma intanto è proprio Gesù che costituisce Pietro come pastore: «Pasci i miei agnelli… pasci le mie pecorelle» (Gv 21,15-17). Queste parole, chiarissime, dette al solo Pietro, ce lo presentano come il pastore di tutto il gregge di Cristo. L’episodio degli Atti che ci è stato riferito fa parte d’un ampio contesto nel quale la figura di Pietro, certo non isolata, ha un risalto evidente, così da far giustamente pensare al «primato».

«Posto da Gesù alla testa del collegio apostolico e della sua Chiesa, è citato per primo nella lista degli apostoli. Soprintende all’elezione di Mattia, che succede a Giuda. E lui che si incarica di spiegare alla cosmopolita moltitudine di Gerusalemme il miracolo della Pentecoste, predicando così per la prima volta il Cristo Risorto. È lui che con Giovanni opera una guarigione nel tempio e spiega alla folla il fatto. Presiede pure alla vita interna della comunità e alla messa in comune dei beni. Per due volte è arrestato nel tempio per avervi proclamato la “buona novella” del Signore Gesù: condotto davanti al sinedrio, si difende coraggiosamente e trasforma la propria apologia in un annuncio della fede cristiana». Il passaggio dal primato di Pietro a quello dei suoi successori sulla sede di Roma, i Papi, è logico, se si ammette che la testimonianza del Risorto deve continuare attraverso i secoli perché solo nel suo nome è offerta agli uomini la salvezza.

È la parola di Dio che ci addita nella Chiesa altri pastori che coadiuvano e continuano l’opera degli apostoli. Sono gli anziani della Chiesa di Efeso a cui si rivolge Paolo congedandosi da quella comunità prima di salpare da Mileto: «Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha posti come vescovi a pascere la Chiesa di Dio, che egli si è acquistata con il suo sangue» (At 20,28). Sono quelli che Pietro esorta con parole calde di amore per Cristo e per il suo gregge: «Esorto gli anziani che sono tra voi, quale anziano come loro, testimone delle sofferenze di Cristo e partecipe della gloria che deve manifestarsi: pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non per forza ma volentieri secondo Dio; non per vile interesse, ma di buon animo; non spadroneggiando sulle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge» (1 Pt 5,1-3).

Per questo, noi, vescovi e preti, pecorelle del buon Pastore nell’unico gregge di Cristo con tutti i credenti in lui, ma da lui chiamati ad essere pastori, non ci stanchiamo di annunziare lui e il suo messaggio, di offrire, nei sacramenti, il nutrimento di cui egli tutti pasce. Vorremmo potervi dire, con Paolo: «Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo» (1 Cor 11, 1), e vi chiediamo perdono se la debolezza umana che con voi condividiamo non ci permette di parlarvi così. Ma non per questo possiamo tacere: «Guai a me se non predicassi il Vangelo! » (1 Cor 9,16).

Ma non soltanto a Pietro e agli altri pastori incombe l’obbligo di testimoniare Cristo. Obbligo che, soprattutto in certi momenti e in certi ambienti, può costare molto. S. Giovanni Crisostomo, commentando questo passo, sottolinea il coraggio e la libertà dell’apostolo, che non teme di colpire nel vivo gli implacabili avversari di Gesù, rinfacciando loro il delitto commesso e minacciando il castigo di Dio. Perché, dice, ricordava la parola del Maestro: «Quello che ascoltate all’orecchio predicatelo sui tetti» (Mt 10,27).

Esempio e monito per noi, quando vediamo tanta gente che ha paura di mostrarsi cristiana, mentre non hanno paura i nemici di Cristo e della sua Chiesa. Non ci resta che impegnarci a seguire il buon Pastore, che pregare e operare perché anche le pecore che non sono di quest’ovile ascoltino la sua voce e diventino un solo gregge guidato da un solo pastore.

 

 

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