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Home Parola di Dio Il Vangelo della Festa - Anno C  IV Domenica di Quaresima - Anno C - 31 marzo 2019

 IV Domenica di Quaresima – Anno C – 31 marzo 2019

Il cuore di madre nel Padre che perdona e si scomoda per i figli.






    Dal Vangelo secondo Luca

    “In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». 
Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».




    Questa parabola, che ci svela la grandezza del cuore di Dio, ci fa comprendere come lui ci ama di un amore viscerale che, per narrarlo, occorre descriverlo come mater-paterno. Nella parabola, che rappresenta il dramma di una famiglia dove i figli si ribellano al padre, manca la figura materna. Essa viene addizionata a quella paterna, quasi a consegnarci una felice e profonda intuizione che è Dio padre e madre. Dio è un padre col cuore di madre. La pater-maternità di Dio. Quasi a sottolineare che in lui vi è la pienezza dell’amore nella sua totalità, almeno come è possibile comprenderlo con le figure umane che più di altre e prima di altre riescono a raccontarlo in modo pieno e totale. La tenerezza di una madre e la determinazione di un padre. Ambedue questi atteggiamenti condensati un una sola figura quella paterna.

    Un padre fatto morire prima del tempo, o forse da sempre morto perché mancavano relazioni parentali in quella famiglia, si intenerisce verso le debolezze e le fragilità del figlio che essendo andato via di casa ha sperperato tutto e poi per necessità e non per amore torna. Lui gli corre incontro, lo abbraccia, lo bacia gli restituisce la dignità perduta e venduta al piacere. Ma lo stesso padre si scomoda ed esce sull’uscio di casa anche per incontrare e reintrodurre nell’alveo familiare il figlio maggiore che vista la festa che il padre fa al figlio ritornato, non condividendola, si rifiuta di entrare in casa.

    I motivi che spingono il padre ad accorrere verso i due figli è sempre il medesimo: chi ama di più, ama per primo, dona se stesso, non bada a spese, è felice di amare, compie il primo passo. Il padre non vuole perderli i suoi figli, li vuole in vita, una vita relazionale, familiare, serena e condivisa. E’ quando l’amore manca che se ne avverte la necessità. Il figlio andato via di casa si era ridotto a fare il guardiano dei porci e si accorge che i porci hanno qualcuno che si prende cura di loro e lui è costretto, per vivere, a rubare il loro cibo e sfamarsi. Per egoismo, non per amore, decide di alzarsi per tornare a sfamarsi non da figlio ma da servo nella casa del padre. Ma siccome un figlio non cessa mai d’esserlo, trova un padre buono ad accoglierlo, addirittura ad attenderlo, e fargli festa “perché era perduto ed è stato ritrovato”. Lui era tornato per il cibo e il padre gli dona una casa, era tornato per egoismo il padre gli insegna l’arte dell’amore, voleva beni materiali riceve il calore di una famiglia. Ecco le esagerazioni di Dio! Basta il pensiero di volerlo incontrare e mentre noi ci incamminiamo lui corre, ci risparmia l’umiliazione cucendoci la bocca e sanando il cuore con un abbraccio. Una scintilla, per lui, è già fuoco divampante. Ma un fuoco che non distrugge ma riscalda.




    In qualunque situazione della vita, non devo dimenticare che non smetterò mai di essere figlio di Dio, essere figlio di un Padre che mi ama e attende il mio ritorno. Anche nella situazione più brutta della vita, Dio mi attende, Dio vuole abbracciarmi, Dio mi aspetta. (Udienza generale, 11 maggio 2016)




    O Dio, che illumini ogni uomo che viene in questo mondo, fà risplendere su di noi la luce del tuo volto, perché i nostri pensieri siano sempre conformi alla tua sapienza e possiamo amarti con cuore sincero. Per Cristo nostro Signore.



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B. Giorgetta
BENITO GIORGETTA (16 febbraio 1955 Montemitro, Campobasso), sacerdote della diocesi di Termoli-Larino, parroco di San Timoteo in Termoli (Campobasso), licenziato in sacra teologia con specializzazione in mariologia. Dottore in bioetica, è giornalista pubblicista. Vicario foraneo. Docente di Teologia morale della sessualità e Bioetica presso l'Istituto Teologico Abruzzese Molisano di Chieti. Presidente dell'Associazione "Iktus - Onlus".

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 IV Domenica di Quaresima – Anno C – 31 marzo 2019

Il cuore di madre nel Padre che perdona e si scomoda per i figli.






    Dal Vangelo secondo Luca

    “In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». 
Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.
Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”».




    Questa parabola, che ci svela la grandezza del cuore di Dio, ci fa comprendere come lui ci ama di un amore viscerale che, per narrarlo, occorre descriverlo come mater-paterno. Nella parabola, che rappresenta il dramma di una famiglia dove i figli si ribellano al padre, manca la figura materna. Essa viene addizionata a quella paterna, quasi a consegnarci una felice e profonda intuizione che è Dio padre e madre. Dio è un padre col cuore di madre. La pater-maternità di Dio. Quasi a sottolineare che in lui vi è la pienezza dell’amore nella sua totalità, almeno come è possibile comprenderlo con le figure umane che più di altre e prima di altre riescono a raccontarlo in modo pieno e totale. La tenerezza di una madre e la determinazione di un padre. Ambedue questi atteggiamenti condensati un una sola figura quella paterna.

    Un padre fatto morire prima del tempo, o forse da sempre morto perché mancavano relazioni parentali in quella famiglia, si intenerisce verso le debolezze e le fragilità del figlio che essendo andato via di casa ha sperperato tutto e poi per necessità e non per amore torna. Lui gli corre incontro, lo abbraccia, lo bacia gli restituisce la dignità perduta e venduta al piacere. Ma lo stesso padre si scomoda ed esce sull’uscio di casa anche per incontrare e reintrodurre nell’alveo familiare il figlio maggiore che vista la festa che il padre fa al figlio ritornato, non condividendola, si rifiuta di entrare in casa.

    I motivi che spingono il padre ad accorrere verso i due figli è sempre il medesimo: chi ama di più, ama per primo, dona se stesso, non bada a spese, è felice di amare, compie il primo passo. Il padre non vuole perderli i suoi figli, li vuole in vita, una vita relazionale, familiare, serena e condivisa. E’ quando l’amore manca che se ne avverte la necessità. Il figlio andato via di casa si era ridotto a fare il guardiano dei porci e si accorge che i porci hanno qualcuno che si prende cura di loro e lui è costretto, per vivere, a rubare il loro cibo e sfamarsi. Per egoismo, non per amore, decide di alzarsi per tornare a sfamarsi non da figlio ma da servo nella casa del padre. Ma siccome un figlio non cessa mai d’esserlo, trova un padre buono ad accoglierlo, addirittura ad attenderlo, e fargli festa “perché era perduto ed è stato ritrovato”. Lui era tornato per il cibo e il padre gli dona una casa, era tornato per egoismo il padre gli insegna l’arte dell’amore, voleva beni materiali riceve il calore di una famiglia. Ecco le esagerazioni di Dio! Basta il pensiero di volerlo incontrare e mentre noi ci incamminiamo lui corre, ci risparmia l’umiliazione cucendoci la bocca e sanando il cuore con un abbraccio. Una scintilla, per lui, è già fuoco divampante. Ma un fuoco che non distrugge ma riscalda.




    In qualunque situazione della vita, non devo dimenticare che non smetterò mai di essere figlio di Dio, essere figlio di un Padre che mi ama e attende il mio ritorno. Anche nella situazione più brutta della vita, Dio mi attende, Dio vuole abbracciarmi, Dio mi aspetta. (Udienza generale, 11 maggio 2016)




    O Dio, che illumini ogni uomo che viene in questo mondo, fà risplendere su di noi la luce del tuo volto, perché i nostri pensieri siano sempre conformi alla tua sapienza e possiamo amarti con cuore sincero. Per Cristo nostro Signore.



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BENITO GIORGETTA (16 febbraio 1955 Montemitro, Campobasso), sacerdote della diocesi di Termoli-Larino, parroco di San Timoteo in Termoli (Campobasso), licenziato in sacra teologia con specializzazione in mariologia. Dottore in bioetica, è giornalista pubblicista. Vicario foraneo. Docente di Teologia morale della sessualità e Bioetica presso l'Istituto Teologico Abruzzese Molisano di Chieti. Presidente dell'Associazione "Iktus - Onlus".

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