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Home Parola di Dio Il Vangelo della Festa - Anno C IV Domenica di Pasqua - Anno C - 21 aprile 2013

IV Domenica di Pasqua – Anno C – 21 aprile 2013

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La predicazione di Paolo e Barnaba, di cui parlano gli Atti, suscita da una parte l’accoglienza entusiasta dei pagani: «nell’udire ciò i pagani si rallegravano» (At 13, 48); dall’altra la gelosia e la reazione violenta dei giudei: «li cacciarono dal loro territorio» (At 13, 50). Si concretizza l’ossimoro evangelico: i vicini rifiutano, i lontani accolgono.
La predicazione di Paolo e Barnaba, di cui parlano gli Atti, suscita da una parte l’accoglienza entusiasta dei pagani: «nell’udire ciò i pagani si rallegravano» (At 13, 48); dall’altra la gelosia e la reazione violenta dei giudei: «li cacciarono dal loro territorio» (At 13, 50). Si concretizza l’ossimoro evangelico: i vicini rifiutano, i lontani accolgono.

La novità del Vangelo,

inserisce nel “non ancora” di eternità.

At 13, 14.43-52

Ap 7, 9.14b-17

Gv 10, 27-30

 

La promessa della vita eterna costituisce il leitmotiv che accomuna le letture di questa IV Domenica di Pasqua. Superando ogni distinzione, la proclamazione della risurrezione giunge ad ogni uomo quale dono di speranza; gli apostoli, infatti, si fanno forieri di questa realtà presso tutte le genti e, come in una visione, è possibile cogliere l’esito finale del progetto di Dio per la storia: il pastore dà la vita eterna alle e per le sue pecore, unendole per sempre a lui. Per il cristiano, allora, l’eternità si concretizza nella pace, nell’unità delle genti e nel prorompere della luce piena in cui la Verità è svelata.

Lo schiudersi verso l’escaton, l’accettazione del dono della vita eterna – dinamiche ancora troppo poco urgenti nella vita della Chiesa – spesso faticano a trovare spazio e a crescere a causa di una mentalità sclerotizzata ed eccessivamente legata a tradizioni del passato; le certezze di un tempo, difficilmente vengono messe in discussione e lo sperimentare nuovi linguaggi (della fede), o nuovi itinerari di catechesi, non sempre costituiscono una priorità. L’essere aperti alla novità del Vangelo, orienta le comunità dei credenti verso un mondo nuovo e rinnovato, inserendoli in un “non ancora” di eternità.

La predicazione di Paolo e Barnaba, di cui parlano gli Atti, suscita da una parte l’accoglienza entusiasta dei pagani: «nell’udire ciò i pagani si rallegravano» (At 13, 48); dall’altra la gelosia e la reazione violenta dei giudei: «li cacciarono dal loro territorio» (At 13, 50). Si concretizza l’ossimoro evangelico: i vicini rifiutano, i lontani accolgono.

Come sempre, però, il vero “protagonista” è la Parola di Dio. La Parola convoca la folla; Paolo e Barnaba annunciano la Parola di Dio; la Parola di Dio è glorificata dai pagani; la Parola di Dio si diffonde per tutta la regione. Tutto ciò basta per convincerci che la Parola ha una sua forza, è ricca di frutti e realizza ciò che dice secondo una logica precisa.

Nelle vicende della comunità post pasquale, appare chiara un’irrefutabile priorità da preservare nell’annuncio del Vangelo: il popolo eletto, depositario delle promesse di Dio. Accettando il suo Messia e mettendosi al suo servizio, esso potrebbe diventare “luce per le genti”, chiamandole a venire a condividere la salvezza di Dio. Ma, di fronte al suo rifiuto, i missionari si rivolgono verso quelli a cui questo messaggio deve essere ugualmente annunciato, affinché il disegno del Padre si compia. Proprio in questa direzione va compresa la «svolta» decisiva che propone il testo: l’apertura ai pagani. I due missionari sembrano appropriarsi di questa vocazione, perché per mezzo della loro parola la «salvezza» del Cristo potrà giungere fino alle estremità della terra. La prospettiva appare chiara: la storia di Gesù continua nella storia della Chiesa.

La stessa visione ci viene offerta dal Vangelo: quanti ascoltano la parola di Gesù, sono definiti con l’immagine del gregge, di cui Gesù è il buon pastore. «Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano» (Gv 10, 28), Giovanni introduce il rapporto pastore-pecore nel segno della fedeltà: il pastore non solo sarà dalla parte delle pecore; egli è, fin da subito, dalla loro parte ed esse non devono temere nulla.

L’efficacia della Parola, la certezza che Dio accompagna l’agire dei credenti nonostante tutte le smentite, la certezza di una storia che avrà una pienezza sotto il segno della benedizione di Dio: tutte provocazioni più che sufficienti per vivere la nostra quotidianità nella logica evangelica.

Giuseppe Gravante

G. Gravante
Teologo della Liturgia. È docente di Liturgia presso l'Istituto di Musica Sacra e presso l'Istituto per la formazione laicale "J. Ratzinger" della Diocesi di Termoli-Larino. Nell'Arcidiocesi di Chieti-Vasto, è docente di Religione Cattolica. Ha studiato Filosofia e Teologia presso la Pontificia Università Lateranense; Archivistica Storica e Biblioteconomia presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e ha approfondito la propria formazione liturgica (attraverso seminari e corsi) presso i Pontifici Istituti Liturgici di "S. Anselmo" in Roma e di "S. Giustina" in Padova. È direttore del sito web di cultura e informazione cattolica SpeSalvi.it; collabora con diverse testate online di natura filosofico-teologico e con testate giornalistiche locali. Per Tau Editrice (febbraio 2016): Culmine e Fonte. L’evoluzione della Messa dal Concilio di Trento alla riforma del Vaticano II.
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IV Domenica di Pasqua – Anno C – 21 aprile 2013

  

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La predicazione di Paolo e Barnaba, di cui parlano gli Atti, suscita da una parte l’accoglienza entusiasta dei pagani: «nell’udire ciò i pagani si rallegravano» (At 13, 48); dall’altra la gelosia e la reazione violenta dei giudei: «li cacciarono dal loro territorio» (At 13, 50). Si concretizza l’ossimoro evangelico: i vicini rifiutano, i lontani accolgono.
La predicazione di Paolo e Barnaba, di cui parlano gli Atti, suscita da una parte l’accoglienza entusiasta dei pagani: «nell’udire ciò i pagani si rallegravano» (At 13, 48); dall’altra la gelosia e la reazione violenta dei giudei: «li cacciarono dal loro territorio» (At 13, 50). Si concretizza l’ossimoro evangelico: i vicini rifiutano, i lontani accolgono.

La novità del Vangelo,

inserisce nel “non ancora” di eternità.

At 13, 14.43-52

Ap 7, 9.14b-17

Gv 10, 27-30

 

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La promessa della vita eterna costituisce il leitmotiv che accomuna le letture di questa IV Domenica di Pasqua. Superando ogni distinzione, la proclamazione della risurrezione giunge ad ogni uomo quale dono di speranza; gli apostoli, infatti, si fanno forieri di questa realtà presso tutte le genti e, come in una visione, è possibile cogliere l’esito finale del progetto di Dio per la storia: il pastore dà la vita eterna alle e per le sue pecore, unendole per sempre a lui. Per il cristiano, allora, l’eternità si concretizza nella pace, nell’unità delle genti e nel prorompere della luce piena in cui la Verità è svelata.

Lo schiudersi verso l’escaton, l’accettazione del dono della vita eterna – dinamiche ancora troppo poco urgenti nella vita della Chiesa – spesso faticano a trovare spazio e a crescere a causa di una mentalità sclerotizzata ed eccessivamente legata a tradizioni del passato; le certezze di un tempo, difficilmente vengono messe in discussione e lo sperimentare nuovi linguaggi (della fede), o nuovi itinerari di catechesi, non sempre costituiscono una priorità. L’essere aperti alla novità del Vangelo, orienta le comunità dei credenti verso un mondo nuovo e rinnovato, inserendoli in un “non ancora” di eternità.

La predicazione di Paolo e Barnaba, di cui parlano gli Atti, suscita da una parte l’accoglienza entusiasta dei pagani: «nell’udire ciò i pagani si rallegravano» (At 13, 48); dall’altra la gelosia e la reazione violenta dei giudei: «li cacciarono dal loro territorio» (At 13, 50). Si concretizza l’ossimoro evangelico: i vicini rifiutano, i lontani accolgono.

Come sempre, però, il vero “protagonista” è la Parola di Dio. La Parola convoca la folla; Paolo e Barnaba annunciano la Parola di Dio; la Parola di Dio è glorificata dai pagani; la Parola di Dio si diffonde per tutta la regione. Tutto ciò basta per convincerci che la Parola ha una sua forza, è ricca di frutti e realizza ciò che dice secondo una logica precisa.

Nelle vicende della comunità post pasquale, appare chiara un’irrefutabile priorità da preservare nell’annuncio del Vangelo: il popolo eletto, depositario delle promesse di Dio. Accettando il suo Messia e mettendosi al suo servizio, esso potrebbe diventare “luce per le genti”, chiamandole a venire a condividere la salvezza di Dio. Ma, di fronte al suo rifiuto, i missionari si rivolgono verso quelli a cui questo messaggio deve essere ugualmente annunciato, affinché il disegno del Padre si compia. Proprio in questa direzione va compresa la «svolta» decisiva che propone il testo: l’apertura ai pagani. I due missionari sembrano appropriarsi di questa vocazione, perché per mezzo della loro parola la «salvezza» del Cristo potrà giungere fino alle estremità della terra. La prospettiva appare chiara: la storia di Gesù continua nella storia della Chiesa.

La stessa visione ci viene offerta dal Vangelo: quanti ascoltano la parola di Gesù, sono definiti con l’immagine del gregge, di cui Gesù è il buon pastore. «Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano» (Gv 10, 28), Giovanni introduce il rapporto pastore-pecore nel segno della fedeltà: il pastore non solo sarà dalla parte delle pecore; egli è, fin da subito, dalla loro parte ed esse non devono temere nulla.

L’efficacia della Parola, la certezza che Dio accompagna l’agire dei credenti nonostante tutte le smentite, la certezza di una storia che avrà una pienezza sotto il segno della benedizione di Dio: tutte provocazioni più che sufficienti per vivere la nostra quotidianità nella logica evangelica.

Giuseppe Gravante

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G. Gravante
Teologo della Liturgia. È docente di Liturgia presso l'Istituto di Musica Sacra e presso l'Istituto per la formazione laicale "J. Ratzinger" della Diocesi di Termoli-Larino. Nell'Arcidiocesi di Chieti-Vasto, è docente di Religione Cattolica. Ha studiato Filosofia e Teologia presso la Pontificia Università Lateranense; Archivistica Storica e Biblioteconomia presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e ha approfondito la propria formazione liturgica (attraverso seminari e corsi) presso i Pontifici Istituti Liturgici di "S. Anselmo" in Roma e di "S. Giustina" in Padova. È direttore del sito web di cultura e informazione cattolica SpeSalvi.it; collabora con diverse testate online di natura filosofico-teologico e con testate giornalistiche locali. Per Tau Editrice (febbraio 2016): Culmine e Fonte. L’evoluzione della Messa dal Concilio di Trento alla riforma del Vaticano II.
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