IV domenica del tempo per annum – Anno B – 01 febbraio 2015


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L’autorità della Parola 

Dt 18, 15-20; 1 Cor 7, 32-35; Mt 4, 16

Ascoltate oggi la voce del Signore

Il libro del Deuteronomio fa da apripista alla Liturgia della Parola odierna. Esso traccia, con sufficiente chiarezza, le caratteristiche di colui il quale è chiamato a essere profeta del Signore. In primo luogo, il riferimento è alle parole di Mosè: il profeta è scelto da Dio (Cfr. Dt 18, 15). L’inizio del ministero profetico, infatti, non corrisponde a un’autocanditatura, bensì si realizza per vocazione: è Dio che sceglie il suo profeta. In secondo luogo, il profeta è un vero e proprio apostolo del Signore, egli è mandato per adempiere una missione: intessere la mediazione tra il popolo e Dio (Cfr. Dt 18, 16) e annunciare, al tempo stesso, la sua Parola (Cfr. Dt 18, 18). La fedeltà all’annuncio, dunque, ne è prerogativa essenziale e, l’adempimento a tale dovere, ne costituisce l’identità. Il profeta, infine, è anche colui il quale deve essere ascoltato. Se così non fosse, la Parola andrebbe sprecata e la mediazione intaccata in radice.

La fisionomia del profeta fin qui descritta – inevitabilmente e giustamente – si realizza in pienezza nella persona del Cristo, egli è l’unico e vero profeta del Padre: il Figlio, infatti, lo conosce intimamente ed è da sempre nel suo seno. Come scrive la lettera agli Ebrei: «Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio» (Eb 1, 1). Il “parlare di Dio” corrisponde al suo rivelarsi, alla decisione di comunicare con l’uomo e di svelarsi a lui completamente, offrendogli così una possibilità di salvezza. Tutta l’opera di Gesù è foriera di salvezza e il suo atteggiamento lo dimostra: il Maestro “muove” la volontà del Padre, lo spinge ad autocomunicarsi e farsi conoscere.

Il testo di Marco, poi, racconta di come Gesù e i suoi primi quattro discepoli «giunsero a Cafarnao e subito Gesù, entrato nella sinagoga, insegnava» (Mc 1, 21). L’annuncio della Parola, allora, è la condizione primaria della missione del Figlio, egli non perde tempo, ma subito offre all’uomo l’occasione d’incontro e di dialogo con Dio, esprimendone la natura e rendendolo in qualche modo più tangibile. Il suo insegnamento, infatti, suscita subito negli animi dei convenuti in sinagoga una reazione di stupore. L’autorità con cui Gesù si esprime appare diversa da quella degli scribi e dei farisei; essa sgorga dalla sua stessa persona, non conferitagli dalla legge mosaica o dal pubblico riconoscimento.

            Tale autorità è la medesima che l’indemoniato riconoscerà in lui: gli si accosta e lo identificherà come «il Santo di Dio» (Mc 1, 24). Qui, va subito posta una riflessione: come è stato possibile per un indemoniato entrare in una sinagoga, luogo ritenuto sacro e inviolabile? Va detto, però, che il suo era stato uno stazionare silenzioso e nascosto, divenuto manifesto al solo comparire di Gesù. Evidentemente, allora, è la persona stessa di Gesù che rende sacro un luogo, che lo preserva dal male e lo rende puro: il luogo da sé non può nulla. La parola di Gesù, inoltre, compie il miracolo di liberazione, in essa si manifesta tutta la potenza di Dio: «Taci! Esci da lui!» (Mc 1, 25).

In buona sostanza, la parola di Gesù è intrisa di una doppia identità. In primo luogo, è capace di sacramentalità: è epifania della potenza guaritrice di Dio. In secondo luogo, è parola testimoniale: in Gesù vi è corrispondenza tra quanto afferma e quanto realizza. In conclusione, la Parola interpella il credente, lo spinge verso i sentieri della coerenza unita a quella fedeltà profetica di cui si è parlato. L’uomo di fede è chiamato a farsi uditore di questo messaggio, a crescere con lui e a diventarne il mediatore, ad annunciare la lieta notizia capace di cambiare l’essenza stessa del cuore umano.

Giuseppe Gravante

 

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