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“Io ti battezzo”: una questione teologico-sacramentale

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di: Pietro Angelo Muroni

Proponiamo una riflessione del decano della Facoltà di Teologia della Pontificia Università Urbaniana, Pietro Angelo Muroni, a partire dal «Responsum» della Congregazione per la Dottrina della Fede a un dubbio sulla validità del battesimo conferito con la formula «Noi ti battezziamo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo». Agenzia SIR, 13 agosto 2020.

Pietro Angelo Muroni, docente di Liturgia (Pontificia Università Urbaniana)

Il 6 agosto scorso, la Congregazione per la Dottrina della Fede si è pronunciata riguardo la richiesta di chiarimenti sulla validità o meno del battesimo conferito con formule differenti rispetto a quella indicata nei libri liturgici, in particolare con l’utilizzo della formula «Noi ti battezziamo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» e simili. La Congregazione nella sua risposta, approvata dal santo padre, si è espressa negativamente, raccomandando che, per coloro che hanno ricevuto il battesimo in questa forma, sia ripetuto il rito «in forma assoluta», ossia secondo quanto stabilito dalle norme liturgiche.

Il Rito di iniziazione cristiana degli adulti e il Rito del battesimo dei bambini precisano, infatti, che «le parole con le quali si conferisce il Battesimo nella Chiesa latina sono: “Io ti battezzo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”» (Rica, Introduzione generale, n. 23); non esistono altre formule e al presbitero non è permesso cambiarle.

«Perché no?»

A far comprendere che la problematica non sia di natura meramente rubricista o canonica, o che un intervento così autorevole non abbia quale unico fine quello di arginare il «fai da te» o una sorta di «creatività inopportuna» sempre più diffusa tra i ministri, la Nota dottrinale che accompagna le risposte e che intende richiamare la dottrina circa la validità dei sacramenti, in rapporto alla forma stabilita dalla Chiesa con l’uso delle formule sacramentali da essa approvate. La risposta alla domanda «Perché no?», avanzata da alcuni, trova spiegazione a livello cristologico ed ecclesiale.

Riassumiamo i punti più importanti. Innanzitutto, come dichiarato da Sacrosanctum concilium 21, la liturgia «consta di una parte immutabile, perché di istituzione divina»; e al n. 22, § 3 si ribadisce: «Di conseguenza assolutamente nessun altro, anche se sacerdote, osi, di sua iniziativa, aggiungere, togliere o mutare alcunché in materia liturgica». La Chiesa, lungo i secoli, ha custodito con cura la forma celebrativa dei sacramenti, in particolare per quanto concerne quegli elementi che la Scrittura attesta e che permettono di riconoscere con assoluta evidenza il gesto di Cristo nell’azione rituale della Chiesa. Per questo si è sempre ribadita «l’assoluta indisponibilità del settenario sacramentale all’azione della Chiesa».

La presenza del Risorto

In secondo luogo, una tra le formule che arbitrariamente vengono utilizzate, recita: «A nome del papà e della mamma, del padrino e della madrina, dei nonni, dei familiari, degli amici, a nome della comunità noi ti battezziamo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo». Nonostante il desiderio di far emergere la dimensione comunitaria del sacramento (spesso celebrato «in forma privata»), con l’utilizzo di formule di tal specie viene meno la comprensione sacramentale propria del battesimo, la verità dell’atto stesso e del ruolo del ministro, che agisce nella persona di Cristo, e del dono del battesimo, che è dono del Risorto di cui la Chiesa è resa destinataria e dispensatrice.

Tanto che la stessa Congregazione, nella sua risposta, cita il n. 5 di Sacrosanctum concilium che, ispirato a un testo di Agostino e mettendo in rilievo come Cristo associ a sé la Chiesa «nel realizzare un’opera così grande», fa comprendere come Cristo non sparisca, ma resti presente e agisca nella sua Chiesa e nella liturgia, anche nella persona del ministro «essendo egli stesso che, “offertosi una volta sulla croce, offre ancora se stesso tramite il ministero dei sacerdoti”. […] È presente con la sua virtù nei sacramenti, al punto che quando uno battezza è Cristo stesso che battezza». Dunque, il ministro, come sottolineato dalla Congregazione, agisce in quanto segno-presenza dell’azione di Cristo che si compie nel gesto rituale della Chiesa.

Questione teologico-sacramentale

A tal proposito san Benedetto, per far riferimento alla liturgia, usava l’espressione «Opus Dei», alla quale Cristo associa certamente l’«Opus Ecclesiae», ma nel custodire e dispensare il dono che è di Cristo, sacramento del Padre.

In un recente documento, la Commissione teologica internazionale, sottolineando il rapporto tra fede e sacramenti, afferma: «Nelle parole che il ministro pronuncia a nome della Chiesa, “Io ti battezzo”, Cristo Risorto continua a parlare e ad agire. Poiché i sacramenti, per l’azione dello Spirito, rendono possibile oggi una relazione personale con il Signore morto e risorto».

La questione, dunque, non è meramente rubricista, ma teologico-sacramentale.

Originale: Settimana News
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Pietro Angelo Muroni, docente di Liturgia (Pontificia Università Urbaniana)

Il 6 agosto scorso, la Congregazione per la Dottrina della Fede si è pronunciata riguardo la richiesta di chiarimenti sulla validità o meno del battesimo conferito con formule differenti rispetto a quella indicata nei libri liturgici, in particolare con l’utilizzo della formula «Noi ti battezziamo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» e simili. La Congregazione nella sua risposta, approvata dal santo padre, si è espressa negativamente, raccomandando che, per coloro che hanno ricevuto il battesimo in questa forma, sia ripetuto il rito «in forma assoluta», ossia secondo quanto stabilito dalle norme liturgiche.

Il Rito di iniziazione cristiana degli adulti e il Rito del battesimo dei bambini precisano, infatti, che «le parole con le quali si conferisce il Battesimo nella Chiesa latina sono: “Io ti battezzo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo”» (Rica, Introduzione generale, n. 23); non esistono altre formule e al presbitero non è permesso cambiarle.

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«Perché no?»

A far comprendere che la problematica non sia di natura meramente rubricista o canonica, o che un intervento così autorevole non abbia quale unico fine quello di arginare il «fai da te» o una sorta di «creatività inopportuna» sempre più diffusa tra i ministri, la Nota dottrinale che accompagna le risposte e che intende richiamare la dottrina circa la validità dei sacramenti, in rapporto alla forma stabilita dalla Chiesa con l’uso delle formule sacramentali da essa approvate. La risposta alla domanda «Perché no?», avanzata da alcuni, trova spiegazione a livello cristologico ed ecclesiale.

Riassumiamo i punti più importanti. Innanzitutto, come dichiarato da Sacrosanctum concilium 21, la liturgia «consta di una parte immutabile, perché di istituzione divina»; e al n. 22, § 3 si ribadisce: «Di conseguenza assolutamente nessun altro, anche se sacerdote, osi, di sua iniziativa, aggiungere, togliere o mutare alcunché in materia liturgica». La Chiesa, lungo i secoli, ha custodito con cura la forma celebrativa dei sacramenti, in particolare per quanto concerne quegli elementi che la Scrittura attesta e che permettono di riconoscere con assoluta evidenza il gesto di Cristo nell’azione rituale della Chiesa. Per questo si è sempre ribadita «l’assoluta indisponibilità del settenario sacramentale all’azione della Chiesa».

La presenza del Risorto

In secondo luogo, una tra le formule che arbitrariamente vengono utilizzate, recita: «A nome del papà e della mamma, del padrino e della madrina, dei nonni, dei familiari, degli amici, a nome della comunità noi ti battezziamo nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo». Nonostante il desiderio di far emergere la dimensione comunitaria del sacramento (spesso celebrato «in forma privata»), con l’utilizzo di formule di tal specie viene meno la comprensione sacramentale propria del battesimo, la verità dell’atto stesso e del ruolo del ministro, che agisce nella persona di Cristo, e del dono del battesimo, che è dono del Risorto di cui la Chiesa è resa destinataria e dispensatrice.

Tanto che la stessa Congregazione, nella sua risposta, cita il n. 5 di Sacrosanctum concilium che, ispirato a un testo di Agostino e mettendo in rilievo come Cristo associ a sé la Chiesa «nel realizzare un’opera così grande», fa comprendere come Cristo non sparisca, ma resti presente e agisca nella sua Chiesa e nella liturgia, anche nella persona del ministro «essendo egli stesso che, “offertosi una volta sulla croce, offre ancora se stesso tramite il ministero dei sacerdoti”. […] È presente con la sua virtù nei sacramenti, al punto che quando uno battezza è Cristo stesso che battezza». Dunque, il ministro, come sottolineato dalla Congregazione, agisce in quanto segno-presenza dell’azione di Cristo che si compie nel gesto rituale della Chiesa.

Questione teologico-sacramentale

A tal proposito san Benedetto, per far riferimento alla liturgia, usava l’espressione «Opus Dei», alla quale Cristo associa certamente l’«Opus Ecclesiae», ma nel custodire e dispensare il dono che è di Cristo, sacramento del Padre.

In un recente documento, la Commissione teologica internazionale, sottolineando il rapporto tra fede e sacramenti, afferma: «Nelle parole che il ministro pronuncia a nome della Chiesa, “Io ti battezzo”, Cristo Risorto continua a parlare e ad agire. Poiché i sacramenti, per l’azione dello Spirito, rendono possibile oggi una relazione personale con il Signore morto e risorto».

La questione, dunque, non è meramente rubricista, ma teologico-sacramentale.

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