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Interrogare la sofferenza

Tutto concorre al bene…

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manzi

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di: Roberto Mela

Col suo solito limpido linguaggio biblico-teologico, Franco Manzi, docente di Scrittura ed Ebraico a Milano e a Lugano affronta il problema dei problemi: il male, la sofferenza, e quale risposta doni (o non doni) il Dio della Bibbia e, a questo punto, quale sia la validità del preghiera di richiesta e di intercessione.

Manzi sgombra dapprima il campo da due riposte non idonee: Dio punisce chi si ritrae da un compito vocazionale totalizzante facendogli nascere dei bambini disabili (von Balthasar); Dio non interviene nella storia e non si interessa del corpo, perché lui interviene solo sulla “punta dell’anima”, quale principio impersonale (Mancuso, Il dolore innocente, ma qui non siamo nella teologia – checché lui dica –, men che meno cattolica, ma nella filosofia, lo rimprovera con una certa qual durezza Manzi).

Fantasmi

La Bibbia presenta dapprima la teoria della responsabilità collettiva (basata sulla concetto di personalità corporativa) e il dogma della retribuzione: c’è una ricompensa in bene per i giusti, in male per i malvagi.

L’esperienza comune delle vicende della vita e il grido di Giobbe la mettono in crisi totale, almeno nella sua rigidità. È però innegabile che gli strascichi delle scelte sbagliate abbiano ricadute intergenerazionali negative.

Il profeta Ezechiele contribuisce all’approfondimento della rivelazione adducendo il grande principio della responsabilità personale, per cui i denti dei figli non si allegano per le colpe dei padri. Ognuno risponde personalmente delle proprie azioni.

Altro punto propedeutico di Manzi è quello di sgombrare il campo dai “fantasmi di Dio: il Dio biblico non è il dio giustiziere, il dio tappabuchi, il Moloch assetato di sacrifici, il dio-padrone, il dio orologiaio che mette in moto il meccanismo del mondo per poi disinteressarsene completamente.

Univocamente buono

Manzi cerca di elaborare una teologia della storia fondata sia cristologicamente che spiritualmente.

Il Dio della Bibbia – checché ne dica Mancuso – interviene sempre nella storia con un’opera misericordiosa di liberazione. Il Dio della Bibbia, al di là di immagini pedagogiche di “punizioni” in vista delle conversione, è univocamente buono e non un Giano bifronte. Il giudizio di Dio si rivela essere per lo più autogiudizio e autopunizione dell’uomo.

Chi fa teologica cattolica – è costretto a ricordare Manzi – sta alla rivelazione bilica attestata negli scritti dell’Antico e del Nuovo Testamento, alla Tradizione e al magistero ufficiale della Chiesa.

Nelle sue azioni, nelle sue parole (e parabole), nei suoi gesti, nei suoi moti di compassione materna verso le persone, specialmente quelle in difficoltà, Gesù rivela un amore delicato e fattivo, misericordioso. La sua persona rivela quella del Padre che lo ha inviato, e il Padre è univocamente buono. Lo Spirito Santo, lo Spirito del Figlio di Dio, donato ai credenti (ma operativo anche al di là dei confini visibili della Chiesa con i suoi sacramenti) attualizza nel credente la forza operativa liberatrice di Gesù Cristo.

“Buona accoglienza”

Quella attuata da Cristo Gesù è una liberazione pasquale ottenuta attraverso il dono generoso di sé e che è transitata attraverso l’assunzione di ogni forma di dolore e di conseguenze negative della lontananza da Dio esperite dai peccatori.

Vissuta nell’abbandono a Dio Padre con pieno spirito filiale, nella «buona accoglienza» della sua volontà – così Manzi traduce l’eulabeia di Eb 5,7, resa con “pietà” nella traduzione CEI 1974 e con “pieno abbandono” in quella del 2008 –, Gesù conferisce un taglio salvifico alla sua sofferenza redentrice. In essa possono riposare fiduciosi il dolore e le sofferenze degli uomini, anche il dolore innocente.

Risposte razionali al male e alla sofferenza non le dà neppure Gesù. Però il credente, nella sua preghiera, può essere fiducioso che l’intercessione del Paraclito Gesù (Eb 7,25) e del Paraclito Spirito Santo il quale geme con gemiti inesprimibili (Rm 8,26) conferiscono alla sua preghiera di richiesta e di intercessione una validità da non disprezzare. Dio Padre interviene nella storia, anche violando eccezionalmente le regole della natura. In ogni modo può sempre guidare e illuminare coloro che possono alleviare le sofferenze dell’uomo.

Tutto concorre al bene…

Il Padre conosce già il nostro vero bene, e lui risponderà nei suoi tempi e nei suoi modi, in vista del nostro massimo bene e per la gloria del Regno. L’importante è pensare a Dio che ama in modo sponsale l’umanità. Questo è testimoniato dal segno archetipico ricompiuto da Gesù a Cana (Gv 2,1-11), con la presenza anche dell’intercessione di Maria la quale fa capire alla coscienza umana di Gesù, che in tal modo cresce e matura, che probabilmente è arrivato il momento di far scattare la sua ora.

Gesù, in teoria, aspettava che il Padre quell’ora la facesse scattare più tardi, nei suoi tempi e nei suoi modi. Ma l’eccezione conferma la regola.

È sempre un piacere leggere il libri di Manzi – che, fra l’altro, è un ottimo paolinista –, il quale aiuta il lettore a seguire il filo del discorso mettendo in corsivo le idee chiave.

Raccomandiamo il libro a tutti gli operatori pastorali, perché affronta con profondità umana, teologica, biblica e spirituale due temi fondamentali: Dio e il problema del male e della sofferenza (Prima parte: pp. 9-116) e il valore e l’efficacia “spirituale” della preghiera cristiana di richiesta e di intercessione (Seconda parte: pp. 117-172).

La preghiera permette di mettersi sulla linea d’onda dell’amore “marmoreo” di Dio per noi. E «noi sappiamo che tutto concorre al bene, per quelli che amano Dio» (Rm 8,28).

La bibliografia (pp. 173-179, divisa per opere magisteriali, bibliche, teologiche e filosofiche, altre) permette di proseguire personalmente la riflessione servendosi di vari autori da cui Manzi ha tratto molte belle espressioni poste in esergo ai vari capitoli della sua pregevole opera.

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Originale: Settimana News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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Manzi sgombra dapprima il campo da due riposte non idonee: Dio punisce chi si ritrae da un compito vocazionale totalizzante facendogli nascere dei bambini disabili (von Balthasar); Dio non interviene nella storia e non si interessa del corpo, perché lui interviene solo sulla “punta dell’anima”, quale principio impersonale (Mancuso, Il dolore innocente, ma qui non siamo nella teologia – checché lui dica –, men che meno cattolica, ma nella filosofia, lo rimprovera con una certa qual durezza Manzi).

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La Bibbia presenta dapprima la teoria della responsabilità collettiva (basata sulla concetto di personalità corporativa) e il dogma della retribuzione: c’è una ricompensa in bene per i giusti, in male per i malvagi.

L’esperienza comune delle vicende della vita e il grido di Giobbe la mettono in crisi totale, almeno nella sua rigidità. È però innegabile che gli strascichi delle scelte sbagliate abbiano ricadute intergenerazionali negative.

Il profeta Ezechiele contribuisce all’approfondimento della rivelazione adducendo il grande principio della responsabilità personale, per cui i denti dei figli non si allegano per le colpe dei padri. Ognuno risponde personalmente delle proprie azioni.

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Manzi cerca di elaborare una teologia della storia fondata sia cristologicamente che spiritualmente.

Il Dio della Bibbia – checché ne dica Mancuso – interviene sempre nella storia con un’opera misericordiosa di liberazione. Il Dio della Bibbia, al di là di immagini pedagogiche di “punizioni” in vista delle conversione, è univocamente buono e non un Giano bifronte. Il giudizio di Dio si rivela essere per lo più autogiudizio e autopunizione dell’uomo.

Chi fa teologica cattolica – è costretto a ricordare Manzi – sta alla rivelazione bilica attestata negli scritti dell’Antico e del Nuovo Testamento, alla Tradizione e al magistero ufficiale della Chiesa.

Nelle sue azioni, nelle sue parole (e parabole), nei suoi gesti, nei suoi moti di compassione materna verso le persone, specialmente quelle in difficoltà, Gesù rivela un amore delicato e fattivo, misericordioso. La sua persona rivela quella del Padre che lo ha inviato, e il Padre è univocamente buono. Lo Spirito Santo, lo Spirito del Figlio di Dio, donato ai credenti (ma operativo anche al di là dei confini visibili della Chiesa con i suoi sacramenti) attualizza nel credente la forza operativa liberatrice di Gesù Cristo.

“Buona accoglienza”

Quella attuata da Cristo Gesù è una liberazione pasquale ottenuta attraverso il dono generoso di sé e che è transitata attraverso l’assunzione di ogni forma di dolore e di conseguenze negative della lontananza da Dio esperite dai peccatori.

Vissuta nell’abbandono a Dio Padre con pieno spirito filiale, nella «buona accoglienza» della sua volontà – così Manzi traduce l’eulabeia di Eb 5,7, resa con “pietà” nella traduzione CEI 1974 e con “pieno abbandono” in quella del 2008 –, Gesù conferisce un taglio salvifico alla sua sofferenza redentrice. In essa possono riposare fiduciosi il dolore e le sofferenze degli uomini, anche il dolore innocente.

Risposte razionali al male e alla sofferenza non le dà neppure Gesù. Però il credente, nella sua preghiera, può essere fiducioso che l’intercessione del Paraclito Gesù (Eb 7,25) e del Paraclito Spirito Santo il quale geme con gemiti inesprimibili (Rm 8,26) conferiscono alla sua preghiera di richiesta e di intercessione una validità da non disprezzare. Dio Padre interviene nella storia, anche violando eccezionalmente le regole della natura. In ogni modo può sempre guidare e illuminare coloro che possono alleviare le sofferenze dell’uomo.

Tutto concorre al bene…

Il Padre conosce già il nostro vero bene, e lui risponderà nei suoi tempi e nei suoi modi, in vista del nostro massimo bene e per la gloria del Regno. L’importante è pensare a Dio che ama in modo sponsale l’umanità. Questo è testimoniato dal segno archetipico ricompiuto da Gesù a Cana (Gv 2,1-11), con la presenza anche dell’intercessione di Maria la quale fa capire alla coscienza umana di Gesù, che in tal modo cresce e matura, che probabilmente è arrivato il momento di far scattare la sua ora.

Gesù, in teoria, aspettava che il Padre quell’ora la facesse scattare più tardi, nei suoi tempi e nei suoi modi. Ma l’eccezione conferma la regola.

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Tratto da: Settimana News

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