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Intercomunione, 7 vescovi tedeschi scrivono alla Santa Sede

Comunione "Interconfessionale".

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Dopo la proposta della Conferenza episcopale della Germania, hanno chiesto all’ex Sant’Uffizio di esprimersi sull’ammissione all’eucaristia del coniuge non cattolico
 

ANDREA TORNIELLI
CITTÀ DEL VATICANO

È possibile per una protestante o per un protestante partecipare all’eucaristia del coniuge cattolico? La Conferenza episcopale tedesca lo scorso febbraio aveva approvato con la maggioranza qualificata dei due terzi una bozza di documento aperturista, che prevedeva questa possibilità in certi casi. Lo scorso 22 marzo sette vescovi della Germania, tra i quali anche il cardinale di Colonia Rainer Maria Woelki, hanno scritto alla Congregazione per la dottrina della fede e al Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani chiedendo un pronunciamento della Santa Sede e dei criteri generali che siano validi per tutta la Chiesa e non soltanto per una sua regione. 

La notizia della lettera è stata rivelata dal quotidiano tedesco Kölner Stadt-Anzeiger, a firmare la lettera sono stati, oltre a Woelki, Ludwig Schick, arcivescovo di Bamberg; Konrad Zdarsa, vescovo di Augsburgo; Gregor Maria Hanke, vescovo di Eichstätt; Stefan Oster, vescovo di Passau; Rudolf Voderholzer, vescovo di Ratisbona e Wolfgang Ipolt, vescovo di Görlitz. 
  
Nella missiva di tre pagine, recapitata all’arcivescovo Luis Ladaria Ferrer, Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, e al cardinale Kurt Koch, Presidente del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani, si chiede se una decisione di tale importanza quale l’ammissione alla comunione di fedeli non cattolici possa essere presa da una singola Conferenza Episcopale, o se sia necessaria una «decisione della Chiesa universale», e dunque del Papa, che sia valida ovunque. Una nota pubblicata dall’arcivescovo di Colonia dopo la pubblicazione della lettera sottolinea che nell’ottica dei firmatari del documento la materia in questione è di tale centralità per la fede e per l’unità della Chiesa che si dovrebbero evitare le strade nazionali, separate, per raggiungere invece ad una soluzione globale, unificata e utile, «attraverso il dialogo ecumenico». 
  
L’iniziativa dei sette vescovi tedeschi è stata presa all’insaputa del presidente della Conferenza episcopale, il cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e Frisinga. Il quale, in una replica datata 4 aprile, si dice sorpreso dall’iniziativa, ricordando che il sussidio pastorale discusso a febbraio dall’assemblea dei vescovi della Germania era soltanto una bozza e non un testo definitivo. 
  
Nel comunicato finale dei lavori della Conferenza episcopale, conclusi lo scorso 22 febbraio, si leggeva: «I vescovi hanno votato un “aiuto orientativo” destinato a consentire ai partner evangelici di ricevere questo sacramento, a determinate condizioni. Presupposto è che i partner evangelici, “dopo maturo esame in un colloquio con il parroco o con un’altra persona incaricata dal pastore d’anime, siano giunti in coscienza ad acconsentire alla fede della Chiesa cattolica, mettendo così fine a “una grave situazione spirituale, e vogliano soddisfare il desiderio ardente di ricevere l’eucaristia”». Il presupposto stabilito nella bozza del documento approvato dai vescovi tedeschi era dunque quello che il coniuge cristiano ma non cattolico acconsentisse «alla fede della Chiesa cattolica» sull’eucaristia e venisse autorizzato dopo un colloquio con il parroco ad accedere alla comunione durante la messa insieme al marito o alla moglie cattolici. 
  
Nel 2015, durante la visita alla comunità luterana tedesca di Roma, Papa Francesco rispondendo a una domanda aveva affermato che, pur non essendoci alcun permesso generale per i protestanti di ricevere l’eucaristia, la decisione doveva essere rinviata alla coscienza personale dell’individuo ed era sembrato aprire alla possibilità caso per caso.  
  
Nell’esortazione apostolica Amoris laetitia la questione viene affrontata nel paragrafo 247: «Circa la condivisione eucaristica, si ricorda che “la decisione di ammettere o no la parte non cattolica del matrimonio alla comunione eucaristica va presa in conformità alle norme generali in materia, tanto per i cristiani orientali, quanto per gli altri cristiani, e tenendo conto di questa situazione particolare, che cioè ricevono il sacramento del matrimonio cristiano due battezzati. Sebbene gli sposi abbiano in comune i sacramenti del battesimo e del matrimonio, la condivisione dell’eucaristia non può che essere eccezionalee, in ogni caso, vanno osservate le disposizioni indicate”».  
  
Francesco aveva qui citato il Direttorio ecumenico del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani del 1993, nel quale viene sottolineata la complessità del problema e dove vengono descritte le competenze dei vescovi e delle conferenze episcopali.  
  
Al termine dei lavori della Conferenza episcopale tedesca il cardinale Marx aveva minimizzato la portata innovativa del sussidio pastorale, ricordando che di fatto si trattava di uno sviluppo di quanto già contenuto nella legislazione della Chiesa: in alcuni casi, i coniugi protestanti possono ricevere la comunione purché il partner evangelico «accetti la fede eucaristica cattolica», e che ciò avvenga dopo un dialogo con il parroco cattolico.  
  
Nella loro decisione, ricorda il Sismografo, i vescovi tedeschi favorevoli all’apertura si erano riferiti al canone 844, paragrafo 4, del Codice di Diritto canonico, che recita: «Se vi sia pericolo di morte o qualora, a giudizio del Vescovo diocesano o della Conferenza Episcopale, urgesse altra grave necessità, i ministri cattolici amministrano lecitamente i medesimi sacramenti anche agli altri cristiani che non hanno piena comunione con la Chiesa cattolica, i quali non possano accedere al ministro della propria comunità e li chiedano spontaneamente, purché manifestino, circa questi sacramenti, la fede cattolica e siano ben disposti». 
  
I vescovi si erano però affidati a una traduzione alternativa del testo latino del Codice – ha sottolineato il cardinale Marx –, riferendosi a ciò che Giovanni Paolo II aveva scritto nella sua enciclica Ecclesia de eucaristia (2003), dove si parlava, anziché di «grave necessità», di un «serio bisogno spirituale». Ecco il testo di Papa Wojtyla (n. 45): «Se in nessun caso è legittima la concelebrazione in mancanza della piena comunione, non accade lo stesso rispetto all’amministrazione dell’Eucaristia, in circostanze speciali, a singole persone appartenenti a Chiese o Comunità ecclesiali non in piena comunione con la Chiesa cattolica. In questo caso, infatti, l’obiettivo è di provvedere a un grave bisogno spirituale per l’eterna salvezza di singoli fedeli, non di realizzare una intercomunione, impossibile fintanto che non siano appieno annodati i legami visibili della comunione ecclesiale». 
 
I vescovi tedeschi favorevoli all’apertura hanno affermato che questo «grave bisogno spirituale» potrebbe essere riscontrato nei matrimoni misti-confessionali con partner cristiani non cattolici. 

Originale: Vatican Insider
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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Intercomunione, 7 vescovi tedeschi scrivono alla Santa Sede

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È possibile per una protestante o per un protestante partecipare all’eucaristia del coniuge cattolico? La Conferenza episcopale tedesca lo scorso febbraio aveva approvato con la maggioranza qualificata dei due terzi una bozza di documento aperturista, che prevedeva questa possibilità in certi casi. Lo scorso 22 marzo sette vescovi della Germania, tra i quali anche il cardinale di Colonia Rainer Maria Woelki, hanno scritto alla Congregazione per la dottrina della fede e al Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani chiedendo un pronunciamento della Santa Sede e dei criteri generali che siano validi per tutta la Chiesa e non soltanto per una sua regione. 

La notizia della lettera è stata rivelata dal quotidiano tedesco Kölner Stadt-Anzeiger, a firmare la lettera sono stati, oltre a Woelki, Ludwig Schick, arcivescovo di Bamberg; Konrad Zdarsa, vescovo di Augsburgo; Gregor Maria Hanke, vescovo di Eichstätt; Stefan Oster, vescovo di Passau; Rudolf Voderholzer, vescovo di Ratisbona e Wolfgang Ipolt, vescovo di Görlitz. 
  
Nella missiva di tre pagine, recapitata all’arcivescovo Luis Ladaria Ferrer, Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, e al cardinale Kurt Koch, Presidente del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani, si chiede se una decisione di tale importanza quale l’ammissione alla comunione di fedeli non cattolici possa essere presa da una singola Conferenza Episcopale, o se sia necessaria una «decisione della Chiesa universale», e dunque del Papa, che sia valida ovunque. Una nota pubblicata dall’arcivescovo di Colonia dopo la pubblicazione della lettera sottolinea che nell’ottica dei firmatari del documento la materia in questione è di tale centralità per la fede e per l’unità della Chiesa che si dovrebbero evitare le strade nazionali, separate, per raggiungere invece ad una soluzione globale, unificata e utile, «attraverso il dialogo ecumenico». 
  
L’iniziativa dei sette vescovi tedeschi è stata presa all’insaputa del presidente della Conferenza episcopale, il cardinale Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e Frisinga. Il quale, in una replica datata 4 aprile, si dice sorpreso dall’iniziativa, ricordando che il sussidio pastorale discusso a febbraio dall’assemblea dei vescovi della Germania era soltanto una bozza e non un testo definitivo. 
  
Nel comunicato finale dei lavori della Conferenza episcopale, conclusi lo scorso 22 febbraio, si leggeva: «I vescovi hanno votato un “aiuto orientativo” destinato a consentire ai partner evangelici di ricevere questo sacramento, a determinate condizioni. Presupposto è che i partner evangelici, “dopo maturo esame in un colloquio con il parroco o con un’altra persona incaricata dal pastore d’anime, siano giunti in coscienza ad acconsentire alla fede della Chiesa cattolica, mettendo così fine a “una grave situazione spirituale, e vogliano soddisfare il desiderio ardente di ricevere l’eucaristia”». Il presupposto stabilito nella bozza del documento approvato dai vescovi tedeschi era dunque quello che il coniuge cristiano ma non cattolico acconsentisse «alla fede della Chiesa cattolica» sull’eucaristia e venisse autorizzato dopo un colloquio con il parroco ad accedere alla comunione durante la messa insieme al marito o alla moglie cattolici. 
  
Nel 2015, durante la visita alla comunità luterana tedesca di Roma, Papa Francesco rispondendo a una domanda aveva affermato che, pur non essendoci alcun permesso generale per i protestanti di ricevere l’eucaristia, la decisione doveva essere rinviata alla coscienza personale dell’individuo ed era sembrato aprire alla possibilità caso per caso.  
  
Nell’esortazione apostolica Amoris laetitia la questione viene affrontata nel paragrafo 247: «Circa la condivisione eucaristica, si ricorda che “la decisione di ammettere o no la parte non cattolica del matrimonio alla comunione eucaristica va presa in conformità alle norme generali in materia, tanto per i cristiani orientali, quanto per gli altri cristiani, e tenendo conto di questa situazione particolare, che cioè ricevono il sacramento del matrimonio cristiano due battezzati. Sebbene gli sposi abbiano in comune i sacramenti del battesimo e del matrimonio, la condivisione dell’eucaristia non può che essere eccezionalee, in ogni caso, vanno osservate le disposizioni indicate”».  
  
Francesco aveva qui citato il Direttorio ecumenico del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani del 1993, nel quale viene sottolineata la complessità del problema e dove vengono descritte le competenze dei vescovi e delle conferenze episcopali.  
  
Al termine dei lavori della Conferenza episcopale tedesca il cardinale Marx aveva minimizzato la portata innovativa del sussidio pastorale, ricordando che di fatto si trattava di uno sviluppo di quanto già contenuto nella legislazione della Chiesa: in alcuni casi, i coniugi protestanti possono ricevere la comunione purché il partner evangelico «accetti la fede eucaristica cattolica», e che ciò avvenga dopo un dialogo con il parroco cattolico.  
  
Nella loro decisione, ricorda il Sismografo, i vescovi tedeschi favorevoli all’apertura si erano riferiti al canone 844, paragrafo 4, del Codice di Diritto canonico, che recita: «Se vi sia pericolo di morte o qualora, a giudizio del Vescovo diocesano o della Conferenza Episcopale, urgesse altra grave necessità, i ministri cattolici amministrano lecitamente i medesimi sacramenti anche agli altri cristiani che non hanno piena comunione con la Chiesa cattolica, i quali non possano accedere al ministro della propria comunità e li chiedano spontaneamente, purché manifestino, circa questi sacramenti, la fede cattolica e siano ben disposti». 
  
I vescovi si erano però affidati a una traduzione alternativa del testo latino del Codice – ha sottolineato il cardinale Marx –, riferendosi a ciò che Giovanni Paolo II aveva scritto nella sua enciclica Ecclesia de eucaristia (2003), dove si parlava, anziché di «grave necessità», di un «serio bisogno spirituale». Ecco il testo di Papa Wojtyla (n. 45): «Se in nessun caso è legittima la concelebrazione in mancanza della piena comunione, non accade lo stesso rispetto all’amministrazione dell’Eucaristia, in circostanze speciali, a singole persone appartenenti a Chiese o Comunità ecclesiali non in piena comunione con la Chiesa cattolica. In questo caso, infatti, l’obiettivo è di provvedere a un grave bisogno spirituale per l’eterna salvezza di singoli fedeli, non di realizzare una intercomunione, impossibile fintanto che non siano appieno annodati i legami visibili della comunione ecclesiale». 
 
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