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Infallibilità, il papa a Kung: La discussione resta aperta

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Il teologo svizzero dice di aver ricevuto una lettera di Francesco. Kűng da tempo critica l’infallibilità e ora ritiene che la risposta di Bergoglio sia l’avvio di un confronto. Ma accettare di dibattere ancora la questione non è affatto una cosa nuova, perché sul dogma della infallibilità papale ci si confronta da quasi 150 anni e si continuerà a farlo.

Prima una premessa. Al momento non si conosce il testo della lettera che papa Francesco ha inviato il 20 marzo scorso tramite la nunziatura apostolica di Berlino al professor Hans Kűng (il teologo svizzero a cui Giovanni Paolo II tolse il mandato canonico e quindi la possibilità di insegnamento nelle facoltà ecclesiastiche), in risposta a una pubblica richiesta di Kűng del 9 marzo di «consentire una discussione aperta e imparziale sulla infallibilità del papa e dei vescovi». E quindi non si può dire con certezza che Bergoglio abbia dato il via libera a una discussione sul caso della infallibilità papale.

C’è una dichiarazione del teologo tedesco che riferisce di aver ricevuto la lettera del Papa, rilasciata a due giornali di lingua inglese e pubblicata dal sito italiano del movimento “Noi siamo Chiesa”. Questa è la ricostruzioni dei fatti. Il 9 marzo il teologo tedesco aveva diffuso un appello per discutere liberamente sul tema. Il suo appello era stato pubblicato in più lingue da diversi giornali di tutto il mondo. Alcuni indiscrezioni in Germania circolate prima di Pasqua parlavano di una risposta del Papa. Interrogato in proposito dal National Catholic Reporter, settimanale cattolico americano, Kűng si è rifiutato di mostrare la lettera ai giornalisti «per la riservatezza che devo al Papa», ma ha affermato che la lettera è datata 20 marzo e gli è stata consegnata dagli uffici della rappresentanza diplomatica pontificia di Berlino dopo Pasqua.

Il teologo tedesco ha spiegato anche che nella lettera «Francesco non ha fissato alcuna restrizione». Il 27 aprile Kűng ha poi rilasciato una dichiarazione scritta al settimanale americano e al settimanale cattolico inglese Tablet nella quale ricorda le parole del Papa nell’introduzione della enciclica Amoris Laetitia: «Non tutte le questioni dottrinali, morali o pastorali devono essere risolte dagli interventi del Magistero», per concludere che è questo «il nuovo spirito che ho sempre atteso», che tutto ciò rende possibile una discussione sull’infallibilità. Manca tuttavia il riscontro con il testo completo della lettera del Papa al teologo svizzero, che le fonti ufficiali vaticane non hanno per ora reso nota. Il teologo ha riferito che la lettera è scritta in spagnolo, ma con qualche parole personale in tedesco all’inizio del testo.

Il papa si rivolge infatti al teologo svizzero con le seguenti parole “Lieber Mitbruder”, cioè caro confratello. Kűng da molto tempo solleva la questione dell’infallibilità papale e ora ritiene la risposta del Papa l’avvio di una discussione. Bergoglio finora non ha mai parlato dell’infallibilità papale, né si può dire che la frase dell’Amoris Laetitizia si possa riferire al dogma dell’infallibilità sancito dal Vaticano I con la costituzione Pastor Aeternus firmata da Pio IX. L’infallibilità del Papa in tempi anche di travagli politici con la messa in pericolo dell’esistenza dello Stato della Chiesa era stato il vero nodo del Vaticano I. Pio IX sicuramente pensava che un rafforzamento del potere pontificio, anche dal punto di vista teologico potesse giovare in epoca tempestosa.

Ma sulla questione il Concilio si spaccò e discussioni polemiche attraversarono la Chiesa in Europa, anche prima della convocazione formale del Concilio. Critiche arrivarono dalla Francia e anche dalla Germania. In realtà nessuno contestava l’autorità del Papa, ma molti temevano che un dogma potesse ridurre l’autorità dei vescovi. Si dovette cercare una mediazione e non fu facile, perché la minoranza contraria al dogma era consistente e soprattutto perché Pio IX non si astenne dall’entrare nella discussione, facendo sapere e pilotando il dibattito nel senso di una infallibilità totale del pontefice, mentre la minoranza riteneva che l’infallibilità poteva essere solo per le decisioni ex cathedra, ma facendo chiaramente riferimento all’unione del Papa con i vescovi. Alla fine questa è la posizione che esce dall’assise.

Il Papa in pratica è “un organo” della Chiesa e non può mai insegnare una dottrina che non sia fondata sulla rivelazione tenendo conto della tradizione e che sia allo stesso tempo condivisa da tutta la Chiesa. Questo dice il dogma, cioè che nelle definizioni dogmatiche il Papa è sempre unito alla Chiesa. E’ un metodo che lo stesso Pio IX aveva seguito poco tempo prima, quando aveva proclamato il dogma della Immacolata Concezione e aveva chiesto il parere di tutti i vescovi del mondo. La minoranza tuttavia non era d’accordo sull’utilizzo del dogma e quando si trattò di votare la costituzione non si presentò in aula, riaffermando comunque l’obbedienza al Romano Pontefice.

Pio IX non fu proprio soddisfatto sia della decisione del Concilio, sia della scelta di non votare da parte di ben 150 padri conciliari. Il Papa voleva infatti uno spettro molto più ampio dell’infallibilità. Per esempio, voleva che l’infallibilità fosse estesa anche a tutti i pronunciamenti del Sillabo e a tutte le Encicliche. Cosa che non è avvenuta. La questione nei decenni successivi continuò ad appassionare e non poteva essere diversamente con interpretazioni massimaliste da entrambe le parti.

Papa Francesco ha insistito in questi tre anni di pontificato sulla sinodalità, ma ciò non significa che automaticamente possa essere annoverato tra i massimalisti contrari all’infallibilità. La sinodalità, tema cruciale insieme alla collegialità del Concilio Vaticano II, si inserisce pienamente nella scia della discussione e non mette in questione l’infallibilità, se intesa bene. Bergoglio due anni fa alla fine del primo Sinodo sulla famiglia aveva con chiarezza assoluta spiegato che il Papa è “garante” della volontà di Dio, del Vangelo e della Tradizione pur essendo “Pastore e Dottore supremo di tutti i fedeli”, come prevede il canone 749 del diritto canonico. Essere garante significa rinunciare all’infallibilità? Lasciar intendere, come fa il teologo svizzero, che sia così è sbagliato.

Perché Francesco allargando la sinodalità non fa altro che rafforzare il ruolo del Pontefice in un modo esattamente opposto ai desideri del suo predecessore Pio IX, che sfiorava il rischio di concepire l’infallibilità come sorta di arbitrio personale del pontefice. Aver accettato di discutere ancora della questione inoltre, come rivela Kűng, non è affatto una cosa nuova, perché sul dogma della infallibilità papale si dibatte da quasi 150 anni e si continuerà a farlo. L’unico che provò a chiudere la porta fu proprio Pio IX, ma gli andò male.

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Il teologo svizzero dice di aver ricevuto una lettera di Francesco. Kűng da tempo critica l’infallibilità e ora ritiene che la risposta di Bergoglio sia l’avvio di un confronto. Ma accettare di dibattere ancora la questione non è affatto una cosa nuova, perché sul dogma della infallibilità papale ci si confronta da quasi 150 anni e si continuerà a farlo.

Prima una premessa. Al momento non si conosce il testo della lettera che papa Francesco ha inviato il 20 marzo scorso tramite la nunziatura apostolica di Berlino al professor Hans Kűng (il teologo svizzero a cui Giovanni Paolo II tolse il mandato canonico e quindi la possibilità di insegnamento nelle facoltà ecclesiastiche), in risposta a una pubblica richiesta di Kűng del 9 marzo di «consentire una discussione aperta e imparziale sulla infallibilità del papa e dei vescovi». E quindi non si può dire con certezza che Bergoglio abbia dato il via libera a una discussione sul caso della infallibilità papale.

C’è una dichiarazione del teologo tedesco che riferisce di aver ricevuto la lettera del Papa, rilasciata a due giornali di lingua inglese e pubblicata dal sito italiano del movimento “Noi siamo Chiesa”. Questa è la ricostruzioni dei fatti. Il 9 marzo il teologo tedesco aveva diffuso un appello per discutere liberamente sul tema. Il suo appello era stato pubblicato in più lingue da diversi giornali di tutto il mondo. Alcuni indiscrezioni in Germania circolate prima di Pasqua parlavano di una risposta del Papa. Interrogato in proposito dal National Catholic Reporter, settimanale cattolico americano, Kűng si è rifiutato di mostrare la lettera ai giornalisti «per la riservatezza che devo al Papa», ma ha affermato che la lettera è datata 20 marzo e gli è stata consegnata dagli uffici della rappresentanza diplomatica pontificia di Berlino dopo Pasqua.

Il teologo tedesco ha spiegato anche che nella lettera «Francesco non ha fissato alcuna restrizione». Il 27 aprile Kűng ha poi rilasciato una dichiarazione scritta al settimanale americano e al settimanale cattolico inglese Tablet nella quale ricorda le parole del Papa nell’introduzione della enciclica Amoris Laetitia: «Non tutte le questioni dottrinali, morali o pastorali devono essere risolte dagli interventi del Magistero», per concludere che è questo «il nuovo spirito che ho sempre atteso», che tutto ciò rende possibile una discussione sull’infallibilità. Manca tuttavia il riscontro con il testo completo della lettera del Papa al teologo svizzero, che le fonti ufficiali vaticane non hanno per ora reso nota. Il teologo ha riferito che la lettera è scritta in spagnolo, ma con qualche parole personale in tedesco all’inizio del testo.

Il papa si rivolge infatti al teologo svizzero con le seguenti parole “Lieber Mitbruder”, cioè caro confratello. Kűng da molto tempo solleva la questione dell’infallibilità papale e ora ritiene la risposta del Papa l’avvio di una discussione. Bergoglio finora non ha mai parlato dell’infallibilità papale, né si può dire che la frase dell’Amoris Laetitizia si possa riferire al dogma dell’infallibilità sancito dal Vaticano I con la costituzione Pastor Aeternus firmata da Pio IX. L’infallibilità del Papa in tempi anche di travagli politici con la messa in pericolo dell’esistenza dello Stato della Chiesa era stato il vero nodo del Vaticano I. Pio IX sicuramente pensava che un rafforzamento del potere pontificio, anche dal punto di vista teologico potesse giovare in epoca tempestosa.

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Ma sulla questione il Concilio si spaccò e discussioni polemiche attraversarono la Chiesa in Europa, anche prima della convocazione formale del Concilio. Critiche arrivarono dalla Francia e anche dalla Germania. In realtà nessuno contestava l’autorità del Papa, ma molti temevano che un dogma potesse ridurre l’autorità dei vescovi. Si dovette cercare una mediazione e non fu facile, perché la minoranza contraria al dogma era consistente e soprattutto perché Pio IX non si astenne dall’entrare nella discussione, facendo sapere e pilotando il dibattito nel senso di una infallibilità totale del pontefice, mentre la minoranza riteneva che l’infallibilità poteva essere solo per le decisioni ex cathedra, ma facendo chiaramente riferimento all’unione del Papa con i vescovi. Alla fine questa è la posizione che esce dall’assise.

Il Papa in pratica è “un organo” della Chiesa e non può mai insegnare una dottrina che non sia fondata sulla rivelazione tenendo conto della tradizione e che sia allo stesso tempo condivisa da tutta la Chiesa. Questo dice il dogma, cioè che nelle definizioni dogmatiche il Papa è sempre unito alla Chiesa. E’ un metodo che lo stesso Pio IX aveva seguito poco tempo prima, quando aveva proclamato il dogma della Immacolata Concezione e aveva chiesto il parere di tutti i vescovi del mondo. La minoranza tuttavia non era d’accordo sull’utilizzo del dogma e quando si trattò di votare la costituzione non si presentò in aula, riaffermando comunque l’obbedienza al Romano Pontefice.

Pio IX non fu proprio soddisfatto sia della decisione del Concilio, sia della scelta di non votare da parte di ben 150 padri conciliari. Il Papa voleva infatti uno spettro molto più ampio dell’infallibilità. Per esempio, voleva che l’infallibilità fosse estesa anche a tutti i pronunciamenti del Sillabo e a tutte le Encicliche. Cosa che non è avvenuta. La questione nei decenni successivi continuò ad appassionare e non poteva essere diversamente con interpretazioni massimaliste da entrambe le parti.

Papa Francesco ha insistito in questi tre anni di pontificato sulla sinodalità, ma ciò non significa che automaticamente possa essere annoverato tra i massimalisti contrari all’infallibilità. La sinodalità, tema cruciale insieme alla collegialità del Concilio Vaticano II, si inserisce pienamente nella scia della discussione e non mette in questione l’infallibilità, se intesa bene. Bergoglio due anni fa alla fine del primo Sinodo sulla famiglia aveva con chiarezza assoluta spiegato che il Papa è “garante” della volontà di Dio, del Vangelo e della Tradizione pur essendo “Pastore e Dottore supremo di tutti i fedeli”, come prevede il canone 749 del diritto canonico. Essere garante significa rinunciare all’infallibilità? Lasciar intendere, come fa il teologo svizzero, che sia così è sbagliato.

Perché Francesco allargando la sinodalità non fa altro che rafforzare il ruolo del Pontefice in un modo esattamente opposto ai desideri del suo predecessore Pio IX, che sfiorava il rischio di concepire l’infallibilità come sorta di arbitrio personale del pontefice. Aver accettato di discutere ancora della questione inoltre, come rivela Kűng, non è affatto una cosa nuova, perché sul dogma della infallibilità papale si dibatte da quasi 150 anni e si continuerà a farlo. L’unico che provò a chiudere la porta fu proprio Pio IX, ma gli andò male.

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