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In Marocco chi cambia fede non rischia più la morte

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Il Consiglio superiore degli ulema abolisce la pena capitale per chi lascia l’islam e innesca un processo di re-interpretazione del testo sacro. La posizione dell’arcivescovo di Tangeri

LUCA ATTANASIO
 

La notizia che giunge dal Marocco dell’abolizione della pena di morte per chi abbandona l’islam per un un’altra fede, ha un significato di enorme importanza. La fatwa (risoluzione) emessa dal Consiglio superiore degli ulema marocchini ed esplicitata ne “La via dei saggi”, rispecchia certamente una posizione già informalmente sostenuta e diffusa nell’ala riformista del mondo islamico secondo cui il castigo sarebbe appannaggio di Dio nell’aldilà e non dell’uomo nella vita terrena. La novità, però, è che tale posizione viene ufficializzata per la prima volta da una istituzione teologico-giuridica di livello assoluto. Il Consiglio superiore degli ulema, presieduto dal re Mohammed VI, è infatti considerato la massima autorità religiosa. Ma ancora più interessante della fatwa stessa, probabilmente, è il processo che ha condotto ad essa.  

 

 

Gli ulema, infatti, hanno interpretato il testo sacro in maniera innovativa adattandolo ai tempi e utilizzando criteri moderni per giudicare i casi di apostasia. Le citazioni coraniche su cui maggiormente si è concentrata la riflessione sono i noti hadith che recitano «Chi cambia religione, uccidetelo» e «Chi abbandona la religione è colui che si stacca dal gruppo». Secondo l’interpretazione degli esperti marocchini, le frasi vanno inserite nel contesto di guerre che si ripetevano proprio nel tempo in cui l’islam muoveva i primi passi e comprese come rischio che un fedele lasciasse non solo una religione, ma uno schieramento per unirsi al nemico: i moniti di Maometto hanno quindi più una connotazione politica che dogmatica. 

 

Il processo si aggiunge a un percorso di trasformazione che il Marocco sta intraprendendo e che suscita speranze negli osservatori: nel Codice civile sono stai introdotti maggiori diritti per le donne, nel 2016 è stato redatto il Documento di Marrakesh dove si dichiara che le minoranze religiose vanno rispettate, mentre è della fine di gennaio scorso la notizia del rientro del Paese maghrebino in seno all’Unione Africana (Rabat ne era uscita nel 1984 in segno di protesta alla contemporanea ammissione della Repubblica Araba Saharawi Democratica con cui vi è un contenzioso aperto da decenni, ndr).  

 

Come reagisce la Chiesa cattolica a queste notizie? Come vive il rapporto con l’islam in questo Paese che vuole proporsi quale avanguardia in campo politico e spirituale? Che percezione ha dei diritti umani, civili e religiosi? Ne parliamo con monsignor Santiago Agrelo, arcivescovo di Tangeri.  

«Seguiamo con interesse l’evoluzione del dibattito innescato dalla notizia di questa legge in materia di libertà religiosa. Si tratta di un processo che speriamo possa vedere un giorno la luce. È già una buona notizia che se ne parli, che ci si lavori. Per queste cose la Chiesa non ha fretta. Direi quasi che sappiamo vivere più in consonanza col Vangelo quando le circostanze sembrano meno favorevoli per il Vangelo e per noi».  

 

Quali sono i rapporti tra islamici e cristiani nel Paese e cosa si fa per il dialogo? 

«Da molto tempo, in questo Paese, la Chiesa ha scelto come via precipua per instaurare un dialogo autentico, la vita dei credenti: il nostro impegno sociale, la nostra testimonianza cristiana, il vangelo “indossato”, ed è una forma di dialogo manifestamente efficace. Non credo che la Chiesa goda in nessun paese europeo del prestigio che ha in Marocco. E ciò, per me, è una conseguenza diretta di quel dialogo della vita al quale facevo riferimento. In questo senso, posso dire che i rapporti tra islamici e cristiani in Marocco sono buoni, di mutua stima, di reciproca collaborazione». 

 

 

 

 

Qual è la situazione dei diritti individuali? 

«Il giorno in cui nel Marocco, oltre alla libertà di culto, che c’è già ed è ampia, ci sarà anche quella di coscienza o religiosa, significherà un grande progresso nel riconoscimento dei diritti individuali. Il passo però più importante e più difficile da fare non sarà quello dell’abrogazione delle punizioni legali, ma di quelle sociali e familiari. Ci sono paesi di maggioranza islamica in cui quel processo di abrogazione è stato portato a termine – il Senegal, ad esempio -, ma in tanti altri paesi di fede islamica è un processo che a me non sembra nemmeno iniziato». 

  

Lei è da sempre impegnato nell’accoglienza e nella difesa dei migranti che transitano in Marocco nel tentativo di approdare in Europa, che visione ha dei due continenti così vicini e così idealmente lontani? 

«Penso al mio Paese, la Spagna, o all’Europa. Non c’è solo un ritorno irrazionale di violenza, c’è anche un evidente ritorno a quello che io chiamo l’anti-persona, l’anti singolo essere umano. Una negazione chiara dei diritti inalienabili di ogni singolo uomo. Il che vuol dire che c’è un ritorno dell’ideologia fascista, con conseguenze imprevedibili… in realtà, tragicamente prevedibili. Lo possiamo leggere nella storia, e possiamo già rileggerlo in tanti avvenimenti dei nostri giorni». 

Redazionehttps://www.spesalvi.it
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LUCA ATTANASIO
 

La notizia che giunge dal Marocco dell’abolizione della pena di morte per chi abbandona l’islam per un un’altra fede, ha un significato di enorme importanza. La fatwa (risoluzione) emessa dal Consiglio superiore degli ulema marocchini ed esplicitata ne “La via dei saggi”, rispecchia certamente una posizione già informalmente sostenuta e diffusa nell’ala riformista del mondo islamico secondo cui il castigo sarebbe appannaggio di Dio nell’aldilà e non dell’uomo nella vita terrena. La novità, però, è che tale posizione viene ufficializzata per la prima volta da una istituzione teologico-giuridica di livello assoluto. Il Consiglio superiore degli ulema, presieduto dal re Mohammed VI, è infatti considerato la massima autorità religiosa. Ma ancora più interessante della fatwa stessa, probabilmente, è il processo che ha condotto ad essa.  

 

 

Gli ulema, infatti, hanno interpretato il testo sacro in maniera innovativa adattandolo ai tempi e utilizzando criteri moderni per giudicare i casi di apostasia. Le citazioni coraniche su cui maggiormente si è concentrata la riflessione sono i noti hadith che recitano «Chi cambia religione, uccidetelo» e «Chi abbandona la religione è colui che si stacca dal gruppo». Secondo l’interpretazione degli esperti marocchini, le frasi vanno inserite nel contesto di guerre che si ripetevano proprio nel tempo in cui l’islam muoveva i primi passi e comprese come rischio che un fedele lasciasse non solo una religione, ma uno schieramento per unirsi al nemico: i moniti di Maometto hanno quindi più una connotazione politica che dogmatica. 

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Il processo si aggiunge a un percorso di trasformazione che il Marocco sta intraprendendo e che suscita speranze negli osservatori: nel Codice civile sono stai introdotti maggiori diritti per le donne, nel 2016 è stato redatto il Documento di Marrakesh dove si dichiara che le minoranze religiose vanno rispettate, mentre è della fine di gennaio scorso la notizia del rientro del Paese maghrebino in seno all’Unione Africana (Rabat ne era uscita nel 1984 in segno di protesta alla contemporanea ammissione della Repubblica Araba Saharawi Democratica con cui vi è un contenzioso aperto da decenni, ndr).  

 

Come reagisce la Chiesa cattolica a queste notizie? Come vive il rapporto con l’islam in questo Paese che vuole proporsi quale avanguardia in campo politico e spirituale? Che percezione ha dei diritti umani, civili e religiosi? Ne parliamo con monsignor Santiago Agrelo, arcivescovo di Tangeri.  

«Seguiamo con interesse l’evoluzione del dibattito innescato dalla notizia di questa legge in materia di libertà religiosa. Si tratta di un processo che speriamo possa vedere un giorno la luce. È già una buona notizia che se ne parli, che ci si lavori. Per queste cose la Chiesa non ha fretta. Direi quasi che sappiamo vivere più in consonanza col Vangelo quando le circostanze sembrano meno favorevoli per il Vangelo e per noi».  

 

Quali sono i rapporti tra islamici e cristiani nel Paese e cosa si fa per il dialogo? 

«Da molto tempo, in questo Paese, la Chiesa ha scelto come via precipua per instaurare un dialogo autentico, la vita dei credenti: il nostro impegno sociale, la nostra testimonianza cristiana, il vangelo “indossato”, ed è una forma di dialogo manifestamente efficace. Non credo che la Chiesa goda in nessun paese europeo del prestigio che ha in Marocco. E ciò, per me, è una conseguenza diretta di quel dialogo della vita al quale facevo riferimento. In questo senso, posso dire che i rapporti tra islamici e cristiani in Marocco sono buoni, di mutua stima, di reciproca collaborazione». 

 

 

 

 

Qual è la situazione dei diritti individuali? 

«Il giorno in cui nel Marocco, oltre alla libertà di culto, che c’è già ed è ampia, ci sarà anche quella di coscienza o religiosa, significherà un grande progresso nel riconoscimento dei diritti individuali. Il passo però più importante e più difficile da fare non sarà quello dell’abrogazione delle punizioni legali, ma di quelle sociali e familiari. Ci sono paesi di maggioranza islamica in cui quel processo di abrogazione è stato portato a termine – il Senegal, ad esempio -, ma in tanti altri paesi di fede islamica è un processo che a me non sembra nemmeno iniziato». 

  

Lei è da sempre impegnato nell’accoglienza e nella difesa dei migranti che transitano in Marocco nel tentativo di approdare in Europa, che visione ha dei due continenti così vicini e così idealmente lontani? 

«Penso al mio Paese, la Spagna, o all’Europa. Non c’è solo un ritorno irrazionale di violenza, c’è anche un evidente ritorno a quello che io chiamo l’anti-persona, l’anti singolo essere umano. Una negazione chiara dei diritti inalienabili di ogni singolo uomo. Il che vuol dire che c’è un ritorno dell’ideologia fascista, con conseguenze imprevedibili… in realtà, tragicamente prevedibili. Lo possiamo leggere nella storia, e possiamo già rileggerlo in tanti avvenimenti dei nostri giorni». 

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