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ILDEFONSO FALCONES, La Regina Scalza, Longanesi, 2013

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«Il coraggio delle donne è il modo più affascinante

che io conosca per raccontare la Storia»

Ildefonso Falcones

_la-regina-scalza-1379742712Ecco l’ultimo appassionante libro di Falcones, un autore che non fa mistero della sua intima predilezione per la Storia, e che nel corso degli ultimi sette anni ci ha donato altre due perle, la prima nel 2007 e la penultima nel  2009.

Dalla Barcellona medioevale della Cattedrale del Mare all’età moderna dell’Andalusia della Mano di Fatima, ora il nostro autore ci traghetta nella metà del diciottesimo secolo e in un contesto sociale e storico del tutto inedito per il gran pubblico. In una Spagna solo marginalmente investita dai venti della rivoluzione illuministica e ancora tutta concentrata su se stessa. Gli ultimi anni di regno di Carlo II, malato e senza figli, furono dominati  dalle manovre politiche per determinare il successore all’ultimo e sfortunato esponente degli Asburgo di Spagna. I problemi economici, il decadimento della burocrazia, una serie di sconfitte nelle guerre contro i francesi e la crisi delle strutture coloniali avevano lasciato Carlo II a capo di una potenza in declino e le limitate attitudini fisiche ed intellettuali del sovrano non gli avevano consentito di risolvere i problemi del paese. Con la salita al trono di Ferdinando VI  gran parte delle riforme che furono precedentemente affidate ad ambiziosi quanto ambigui ministri come il Marchese di Ensenada ebbero un epilogo non poco sanguinoso. Comunque Ferdinando raccolse i frutti delle suddette riforme e come sempre accade nella storia la luce dei marmi copre i cadaveri di chi li ha posti.

E’ in questo quadro storico con sullo sfondo la città di Siviglia, crocevia di popoli e culture, baluardo andaluso alle porte del ‘Atlantico che Falcones intreccia per noi le storie dei suoi personaggi. Non stilla incanto la Siviglia del nostro autore, ma bensì appare in tutta la sua realtà dell’epoca. Una città selvaggia, ricca di tutte le contraddizioni fornitegli dalla sua posizione geo-politica, dove la vita è difficile per tutti coloro che, non sono tra i “privilegiati” ma piuttosto, sono da annoverare tra i “diversi” come i gitani, come i moriscos e i negri anche se liberati. In un mondo tutto intento a risolvere i problemi dei grandi e dei loro interessi il popolo fatto soprattutto “di ultimi” è colui che nel bene e nel male scrive le pagine che poi resteranno impresse a fuoco sulle pelle delle generazioni future della nazione.

Nel gennaio del  1748 una donna cammina da sola per le strade di Siviglia. È una ex schiava – liberata dal suo propetario terrerio nel corso della loro traversata atlantica prima di morire di peste – proveniente dai terroritori della colonia spagnola di Cuba. Da piccola strappata alla sua famiglia in un piccolo villaggio in qualche paese della costa D’Avorio ha vissuto l’atroce incubo della schiavitù in tutti i suoi aspetti. Caridad sbarcata a Siviglia non ha più un padrone che decide della sua vita, ma neanche più una identità e ne una casa. La Spagna non era ancora pronta per il pensiero di una “morena libera”. La cubana si accorgerà presto che la guadagnata libertà non ha alcun valore di fronte al colore della sua pelle che autorizza chiunque a maltrattarla e che la sua ingenuità e la sua esotica bellezza saranno una interminabile condanna. Quando il suo destino sembra ormai segnato avviene l’incontro con Melchor  un fiero gitano dal burrascoso passato e nonno di una frizzate ragazza. La Morena incontra così Milagros Carmona – una Vega – una giovane gitana nelle cui vene scorre l’incoscienza della gioventù tanto quanto l’arroganza che le impedisce di riconoscere che il mondo non è ancora pronto a considerare la donna un essere umano e figuriamoci dunque se oggetto di attenzioni e rispetto. Le due donne stringono un’amicizia sincera e incrollabile. Tra i vicoli del quartiere gitano le due si aiuteranno nell’affrontare i loro amori impossibili, come quello di Caridad per Melchor o quello di Milagros per Pedro – un Garcià fazione avversa ai Vega – un sentimento inammissibile per le famiglie dei due giovani divise da antiche faide. A unirle è però anche la passione per la musica, quel cante flamenco che si fa voce dell’anima e che sarà il leit motiv del romanzo. Le due donne in modo completamente diverso vivono e rispondono alle intolleranze e rifiutandosi  di accettare regole ed imposizioni che reputano sbagliate. Anche altri personaggi femminili denotano in comune con le protagoniste questi aspetti caratteriali e il quadro del mondo femminile che Falcones ci propone è pieno di crudeltà ma anche d’ascendente e speranza perché quest’ultima come la resurrezione affonda le sue radici nella morte che la precede.

Nel 1749 il governo spagnolo ordina una grande retata che ha come obbiettivo quello di spazzare via il popolo gitano arrestando tutti coloro che continuano a conservare gelosamente la propria cultura evitando di integrarsi con la popolazione locale. L’editto bandisce i gitani che vengono deportati in massa e costretti ai lavori forzati in campi di prigionia. Fughe e deportazioni sconvolgeranno le vite di tutti. La famiglia di Milagros viene smembrata e soprattutto la madre Ana diventa un’altra figura eroica e di spicco in questa epopea storica – di un popolo tanto marginale quando culturalmente determinante per il patrimonio intellettuale umano ispanico – che lascerà la sua traccia nel futuro e dove su quelle linee si impianteranno le politiche razziali dei nazisti. Tutti i protagonisti verranno sparpagliati e il destino porterà ognuno di loro sulla propria strada, verso il proprio sciagurato destino. Milagros e il suo ignobile marito – Pedro Garcia – giungeranno a Madrid non meno ostile e brutale di Siviglia. La Spagna lentamente sta cambiando volto e le loro vite come legate al filo di un burattinaio sconosciuto conosceranno risvolti inaspettati.

Pagina dopo pagina il nostro autore forgia momenti  avvincenti e ricchi di pathos, tessendo non solo trame irresistibili ma anche storicamente dettagliate e catartiche. Falcones non tradisce nell’accuratezza neppure il più insignificante particolare e ciononostante nella narrazione sa restare sempre fedele alla sua disarmante facilità semantica. Ed è questo uno dei pregi del nostro autore che induce il lettore non solo ad affezionarsi ad ogni singolo protagonista ma anche a restare incollato alla trama dalla prima all’ultima pagina senza accusare stanchezza. Ildefonso Falcones non solo riconferma le sue doti straordinarie di storico ma ci riconsegna per la terza volta un romanzo copioso di quelli che si divorano con avidità senza lasciarsi scoraggiare dalle 700 pagine che lo compongono. Il nostro autore racconta sempre le vite degli ultimi, dei perseguitati e di coloro che la Storia non solo non ama ricordare ma che ritiene a tal punto scomodi che ciclicamente vorrebbe formattarli “dal creato”. Il popolo dei gitani, così affascinante, amato ed odiato da sempre, viene descritto con molta accuratezza, svelando sia gli aspetti positivi che quelli negativi della loro cultura. Infatti nelle ultime pagine del libro  – quelle dedicate alle note dell’autore – egli stesso ci ricorda: «la comunità gitana ha contribuito come nessun’altra a lasciare un’ arte, il flamenco, oggi dichiarata dall’ UNESCO Patrimonio Immateriale dell’ Umanità. […]Gli studiosi sembrano anche concordare sul fatto che questi canti nacquero dalla fusione, operata dai gitani, tra la loro musica originaria e quella della tradizione spagnola, dei moriscos e dei neri, liberi o schiavi che fossero: la cosiddetta musica “de ida y vuelta”, di andata e ritorno, in riferimento alle influenze americane.»p.695

 

Un opera da non perdere non solo per coloro che già conoscono Falcones ma per tutti coloro che vogliono scoprire che esistono ancora autori che sanno usare la storia con la “s” maiuscola non solo con fanatico ossequio ma semplicemente con eclettica maestria pedagogica. Permettendole di rivivere ed essere rincontrata;  di continuare così ad esercitare  il suo diritto ad essere maestra di vita.

E. Simonetti
Ha conseguito il Baccalaureato in S. Teologia presso l'Istituto Teologico Abruzzese-Molisano di Chieti affiliato alla Pontificia Università Lateranense - Roma.
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ILDEFONSO FALCONES, La Regina Scalza, Longanesi, 2013

  

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«Il coraggio delle donne è il modo più affascinante

che io conosca per raccontare la Storia»

Ildefonso Falcones

_la-regina-scalza-1379742712Ecco l’ultimo appassionante libro di Falcones, un autore che non fa mistero della sua intima predilezione per la Storia, e che nel corso degli ultimi sette anni ci ha donato altre due perle, la prima nel 2007 e la penultima nel  2009.

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E’ in questo quadro storico con sullo sfondo la città di Siviglia, crocevia di popoli e culture, baluardo andaluso alle porte del ‘Atlantico che Falcones intreccia per noi le storie dei suoi personaggi. Non stilla incanto la Siviglia del nostro autore, ma bensì appare in tutta la sua realtà dell’epoca. Una città selvaggia, ricca di tutte le contraddizioni fornitegli dalla sua posizione geo-politica, dove la vita è difficile per tutti coloro che, non sono tra i “privilegiati” ma piuttosto, sono da annoverare tra i “diversi” come i gitani, come i moriscos e i negri anche se liberati. In un mondo tutto intento a risolvere i problemi dei grandi e dei loro interessi il popolo fatto soprattutto “di ultimi” è colui che nel bene e nel male scrive le pagine che poi resteranno impresse a fuoco sulle pelle delle generazioni future della nazione.

Nel gennaio del  1748 una donna cammina da sola per le strade di Siviglia. È una ex schiava – liberata dal suo propetario terrerio nel corso della loro traversata atlantica prima di morire di peste – proveniente dai terroritori della colonia spagnola di Cuba. Da piccola strappata alla sua famiglia in un piccolo villaggio in qualche paese della costa D’Avorio ha vissuto l’atroce incubo della schiavitù in tutti i suoi aspetti. Caridad sbarcata a Siviglia non ha più un padrone che decide della sua vita, ma neanche più una identità e ne una casa. La Spagna non era ancora pronta per il pensiero di una “morena libera”. La cubana si accorgerà presto che la guadagnata libertà non ha alcun valore di fronte al colore della sua pelle che autorizza chiunque a maltrattarla e che la sua ingenuità e la sua esotica bellezza saranno una interminabile condanna. Quando il suo destino sembra ormai segnato avviene l’incontro con Melchor  un fiero gitano dal burrascoso passato e nonno di una frizzate ragazza. La Morena incontra così Milagros Carmona – una Vega – una giovane gitana nelle cui vene scorre l’incoscienza della gioventù tanto quanto l’arroganza che le impedisce di riconoscere che il mondo non è ancora pronto a considerare la donna un essere umano e figuriamoci dunque se oggetto di attenzioni e rispetto. Le due donne stringono un’amicizia sincera e incrollabile. Tra i vicoli del quartiere gitano le due si aiuteranno nell’affrontare i loro amori impossibili, come quello di Caridad per Melchor o quello di Milagros per Pedro – un Garcià fazione avversa ai Vega – un sentimento inammissibile per le famiglie dei due giovani divise da antiche faide. A unirle è però anche la passione per la musica, quel cante flamenco che si fa voce dell’anima e che sarà il leit motiv del romanzo. Le due donne in modo completamente diverso vivono e rispondono alle intolleranze e rifiutandosi  di accettare regole ed imposizioni che reputano sbagliate. Anche altri personaggi femminili denotano in comune con le protagoniste questi aspetti caratteriali e il quadro del mondo femminile che Falcones ci propone è pieno di crudeltà ma anche d’ascendente e speranza perché quest’ultima come la resurrezione affonda le sue radici nella morte che la precede.

Nel 1749 il governo spagnolo ordina una grande retata che ha come obbiettivo quello di spazzare via il popolo gitano arrestando tutti coloro che continuano a conservare gelosamente la propria cultura evitando di integrarsi con la popolazione locale. L’editto bandisce i gitani che vengono deportati in massa e costretti ai lavori forzati in campi di prigionia. Fughe e deportazioni sconvolgeranno le vite di tutti. La famiglia di Milagros viene smembrata e soprattutto la madre Ana diventa un’altra figura eroica e di spicco in questa epopea storica – di un popolo tanto marginale quando culturalmente determinante per il patrimonio intellettuale umano ispanico – che lascerà la sua traccia nel futuro e dove su quelle linee si impianteranno le politiche razziali dei nazisti. Tutti i protagonisti verranno sparpagliati e il destino porterà ognuno di loro sulla propria strada, verso il proprio sciagurato destino. Milagros e il suo ignobile marito – Pedro Garcia – giungeranno a Madrid non meno ostile e brutale di Siviglia. La Spagna lentamente sta cambiando volto e le loro vite come legate al filo di un burattinaio sconosciuto conosceranno risvolti inaspettati.

Pagina dopo pagina il nostro autore forgia momenti  avvincenti e ricchi di pathos, tessendo non solo trame irresistibili ma anche storicamente dettagliate e catartiche. Falcones non tradisce nell’accuratezza neppure il più insignificante particolare e ciononostante nella narrazione sa restare sempre fedele alla sua disarmante facilità semantica. Ed è questo uno dei pregi del nostro autore che induce il lettore non solo ad affezionarsi ad ogni singolo protagonista ma anche a restare incollato alla trama dalla prima all’ultima pagina senza accusare stanchezza. Ildefonso Falcones non solo riconferma le sue doti straordinarie di storico ma ci riconsegna per la terza volta un romanzo copioso di quelli che si divorano con avidità senza lasciarsi scoraggiare dalle 700 pagine che lo compongono. Il nostro autore racconta sempre le vite degli ultimi, dei perseguitati e di coloro che la Storia non solo non ama ricordare ma che ritiene a tal punto scomodi che ciclicamente vorrebbe formattarli “dal creato”. Il popolo dei gitani, così affascinante, amato ed odiato da sempre, viene descritto con molta accuratezza, svelando sia gli aspetti positivi che quelli negativi della loro cultura. Infatti nelle ultime pagine del libro  – quelle dedicate alle note dell’autore – egli stesso ci ricorda: «la comunità gitana ha contribuito come nessun’altra a lasciare un’ arte, il flamenco, oggi dichiarata dall’ UNESCO Patrimonio Immateriale dell’ Umanità. […]Gli studiosi sembrano anche concordare sul fatto che questi canti nacquero dalla fusione, operata dai gitani, tra la loro musica originaria e quella della tradizione spagnola, dei moriscos e dei neri, liberi o schiavi che fossero: la cosiddetta musica “de ida y vuelta”, di andata e ritorno, in riferimento alle influenze americane.»p.695

 

Un opera da non perdere non solo per coloro che già conoscono Falcones ma per tutti coloro che vogliono scoprire che esistono ancora autori che sanno usare la storia con la “s” maiuscola non solo con fanatico ossequio ma semplicemente con eclettica maestria pedagogica. Permettendole di rivivere ed essere rincontrata;  di continuare così ad esercitare  il suo diritto ad essere maestra di vita.

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E. Simonetti
Ha conseguito il Baccalaureato in S. Teologia presso l'Istituto Teologico Abruzzese-Molisano di Chieti affiliato alla Pontificia Università Lateranense - Roma.
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