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Il viaggio di Papa Francesco a Fatima espressione della Teologia del popolo

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Il viaggio del Papa a Fatima dimostra come la “Teologia del popolo” possa riferirsi anche alla vita ecclesiale dell’Europa Meridionale, o quanto meno di quella sua parte – pensiamo all’Italia Meridionale – dove la religione mantiene, come avviene in America Latina, una propria dimensione sociale.
La fede popolare, usata fino ad ora sul piano religioso come strumento di opposizione alla riforma della Chiesa e sul piano temporale come bandiera della reazione politica, diventa ora – nella stessa visione proposta dal Papa – l’esatto contrario di quanto è stata in passato, motivando il popolo cristiano a prendere coscienza della propria funzione: una funzione autenticamente rivoluzionaria – non abbiamo più paura di usare questa parola – perché lo conduce ad essere protagonista nella Chiesa e nella società.
I sintomi di questa nuova tendenza, se si sanno cogliere, si moltiplicano: le Confraternite si rianimano e riprendono a svolgere – di fronte alla crisi economica – la loro antica funzione di strumenti della solidarietà sociale, mentre i pellegrinaggi sui percorsi del Medio Evo permettono ai giovani di riconoscersi nel comune approfondimento delle ragioni della Fede.
Lo Spirito, si diceva nel tempo del Concilio, soffia dove vuole.

Nel corso del convegno recentemente organizzato da “Faro di Roma” presso l’Istituto Italo – Latinoamericano della Capitale, il segretario generale Donato Di Santo ha giustamente affermato che il Papa può essere considerato come il più grande latino – americano. Dopo la Spagna ed il Portogallo, il nostro Paese è quello che ha dato alle diverse Nazioni del Continente il maggiore apporto demografico.
A sua volta, la Liguria è la Regione d’Italia che ha conferito – in proporzione con il numero dei suoi abitanti – il più grande numero di cittadini all’America Latina.
L’emigrazione ligure è inoltre la più antica.
Il motivo di questo primato temporale va ricercato nel fatto che gli Italiani cominciarono a lasciare i loro antichi Stati regionali dopo che essi avevano perduto l’indipendenza, oppure in seguito all’annessione al nuovo Regno. La Repubblica di Genova venne sottomessa al Piemonte con il Congresso di Vienna, ed i suoi abitanti presero la via delle Americhe sia per sottrarsi ad un dominio che consideravano straniero, sia semplicemente per cercare lavoro: i Savoia non si mostrarono infatti generosi con i loro nuovi sudditi.
Fu per questo che Giuseppe Garibaldi, giunto in Brasile tra la fine del 1835 e l’inizio del 1836, vi trovò già impiantata una folta e prospera comunità di compaesani.
I vecchi emigranti ci raccontavano che nella Chiesa del quartiere della Boca, a Buenos Aires, il parroco predicava in genovese.
La perpetuazione della cultura e della identità italiana, date le scarse risorse del nuovo Stato, rimase in seguito affidata soprattutto a quanto potevano fare le famiglie.
Nei decenni scorsi, abbiamo purtroppo assistito alla chiusura della gran parte delle scuole italiane all’estero, e questo ha danneggiato ulteriormente le nostre comunità dell’America Latina.
Le risorse economiche, così come quelle intellettuali, non permettevano d’altronde molto di più.

Ora però la presenza a Roma di un Vescovo originario dell’America Latina offre l’occasione di stabilire un tipo nuovo di rapporto culturale.
Questa relazione non dovrebbe tanto consistere – a nostro modesto avviso – nel portare in America Latina una nuova narrazione dell’Italia, quanto piuttosto nel recare al di qua dell’Atlantico una testimonianza della realtà del Continente che superi finalmente i vecchi stereotipi ed i vecchi pregiudizi.
L’America Latina esprime una cultura che non coincide soltanto con la sua grande letteratura e con i suoi generi musicali alla moda.
Il convegno di “Faro di Roma” ha permesso di illustrare i progressi registrati in diversi Paesi del Continente nel campo scientifico e tecnologico, specie per quanto riguardala ricerca applicata in materia di costruzioni antisismiche, con la sua applicazione all’architettura e all’urbanistica.
Gli Italiani all’estero sono sempre i più generosi quando si tratta di soccorrere la Madre Patria nelle calamità naturali, ma dopo il recente terremoto in Italia Centrale si è andati al di là di questo, inviando degli scienziati e dei tecnici che aiutano in modo sistematico con la loro consulenza nella ricostruzione.
C’è però un campo dello scibile nel quale il Papa possiede personalmente una autorità scientifica che va ben oltre la pur altissima carica cui è stato chiamato: le scienze religiose.
La ricerca e la novazione nel campo teologico, che in Europa Occidentale si è come inaridita nel periodo post conciliare, fiorisce in America Latina, in particolare grazie all’opera svolta – proprio a Buenos Aires – dai Gesuiti.

La grande novità – su cui nel corso del convegno di Roma ha richiamato l’attenzione il cardinale Maradiaga – è rappresentata dalla Teologia detta “del popolo”.
Secondo questa corrente di pensiero, il “depositum fidei” si trova precisamente nella coscienza del popolo: per cogliere la sua testimonianza occorre dunque interrogare una memoria collettiva che – soprattutto nei Paesi di radice indoamericana ed afroamericana – è essenzialmente sincretistica.
La cultura ancestrale, un tempo disprezzata come sopravvivenza folcloristica di una fede obsoleta e condannabile negli “dei falsi e bugiardi”, si ritrova così al centro del pensiero cristiano, che da essa attinge la sua nuova linfa. Ciò fa giustizia di ogni pregiudizio eurocentrico, e con la pretesa di considerare autentica ed ortodossa soltanto l’elaborazione teorica compiuta nel Vecchio Mondo.
La funzione di mediazione culturale che spetta alle nostre comunità dell’America Latina, propria di chi vive tra due mondi diversi e può dunque portare all’uno la testimonianza dell’altro, dovrebbe consistere nel fare conoscere in Italia queste novità, che fanno giustizia di una supposta arretratezza di quel Continente.
Non sempre il cammino della civiltà procede dall’Oriente verso l’Occidente.

Le idee liberali animarono la lotta per l’Indipendenza delle colonie spagnole dal Nuovo Mondo, e fu proprio per effetto della vittoria degli insorti che il 1 gennaio del 1820 Quiroga e Riego – ponendosi alla testa dell’ammutinamento delle truppe che dovevano salpare da Cadice per sostenere il declinante dominio dei Vice Re, ottennero da Ferinando VII la Costituzione: quella “Costituzione di Spagna” che venne rivendicata l’anno dopo dai patrioti piemontesi e napoletani.
Fu così che iniziò, per effetto di un moto rivoluzionario iniziato proprio in America Latina, il Risorgimento italiano.
Oggi le idee che provengono da quel Continente portano delle novità, non solo nell’ambito religioso: si pensi al fatto che il popolo, essendo considerato depositario della vera Fede, vede pienamente riconosciuta la propria dignità e la propria vocazione all’egemonia anche nelle questioni temporali.

Mario Castellano

 

 

Redazionehttps://www.spesalvi.it
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Il viaggio di Papa Francesco a Fatima espressione della Teologia del popolo

  

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Il viaggio del Papa a Fatima dimostra come la “Teologia del popolo” possa riferirsi anche alla vita ecclesiale dell’Europa Meridionale, o quanto meno di quella sua parte – pensiamo all’Italia Meridionale – dove la religione mantiene, come avviene in America Latina, una propria dimensione sociale.
La fede popolare, usata fino ad ora sul piano religioso come strumento di opposizione alla riforma della Chiesa e sul piano temporale come bandiera della reazione politica, diventa ora – nella stessa visione proposta dal Papa – l’esatto contrario di quanto è stata in passato, motivando il popolo cristiano a prendere coscienza della propria funzione: una funzione autenticamente rivoluzionaria – non abbiamo più paura di usare questa parola – perché lo conduce ad essere protagonista nella Chiesa e nella società.
I sintomi di questa nuova tendenza, se si sanno cogliere, si moltiplicano: le Confraternite si rianimano e riprendono a svolgere – di fronte alla crisi economica – la loro antica funzione di strumenti della solidarietà sociale, mentre i pellegrinaggi sui percorsi del Medio Evo permettono ai giovani di riconoscersi nel comune approfondimento delle ragioni della Fede.
Lo Spirito, si diceva nel tempo del Concilio, soffia dove vuole.

Nel corso del convegno recentemente organizzato da “Faro di Roma” presso l’Istituto Italo – Latinoamericano della Capitale, il segretario generale Donato Di Santo ha giustamente affermato che il Papa può essere considerato come il più grande latino – americano. Dopo la Spagna ed il Portogallo, il nostro Paese è quello che ha dato alle diverse Nazioni del Continente il maggiore apporto demografico.
A sua volta, la Liguria è la Regione d’Italia che ha conferito – in proporzione con il numero dei suoi abitanti – il più grande numero di cittadini all’America Latina.
L’emigrazione ligure è inoltre la più antica.
Il motivo di questo primato temporale va ricercato nel fatto che gli Italiani cominciarono a lasciare i loro antichi Stati regionali dopo che essi avevano perduto l’indipendenza, oppure in seguito all’annessione al nuovo Regno. La Repubblica di Genova venne sottomessa al Piemonte con il Congresso di Vienna, ed i suoi abitanti presero la via delle Americhe sia per sottrarsi ad un dominio che consideravano straniero, sia semplicemente per cercare lavoro: i Savoia non si mostrarono infatti generosi con i loro nuovi sudditi.
Fu per questo che Giuseppe Garibaldi, giunto in Brasile tra la fine del 1835 e l’inizio del 1836, vi trovò già impiantata una folta e prospera comunità di compaesani.
I vecchi emigranti ci raccontavano che nella Chiesa del quartiere della Boca, a Buenos Aires, il parroco predicava in genovese.
La perpetuazione della cultura e della identità italiana, date le scarse risorse del nuovo Stato, rimase in seguito affidata soprattutto a quanto potevano fare le famiglie.
Nei decenni scorsi, abbiamo purtroppo assistito alla chiusura della gran parte delle scuole italiane all’estero, e questo ha danneggiato ulteriormente le nostre comunità dell’America Latina.
Le risorse economiche, così come quelle intellettuali, non permettevano d’altronde molto di più.

Ora però la presenza a Roma di un Vescovo originario dell’America Latina offre l’occasione di stabilire un tipo nuovo di rapporto culturale.
Questa relazione non dovrebbe tanto consistere – a nostro modesto avviso – nel portare in America Latina una nuova narrazione dell’Italia, quanto piuttosto nel recare al di qua dell’Atlantico una testimonianza della realtà del Continente che superi finalmente i vecchi stereotipi ed i vecchi pregiudizi.
L’America Latina esprime una cultura che non coincide soltanto con la sua grande letteratura e con i suoi generi musicali alla moda.
Il convegno di “Faro di Roma” ha permesso di illustrare i progressi registrati in diversi Paesi del Continente nel campo scientifico e tecnologico, specie per quanto riguardala ricerca applicata in materia di costruzioni antisismiche, con la sua applicazione all’architettura e all’urbanistica.
Gli Italiani all’estero sono sempre i più generosi quando si tratta di soccorrere la Madre Patria nelle calamità naturali, ma dopo il recente terremoto in Italia Centrale si è andati al di là di questo, inviando degli scienziati e dei tecnici che aiutano in modo sistematico con la loro consulenza nella ricostruzione.
C’è però un campo dello scibile nel quale il Papa possiede personalmente una autorità scientifica che va ben oltre la pur altissima carica cui è stato chiamato: le scienze religiose.
La ricerca e la novazione nel campo teologico, che in Europa Occidentale si è come inaridita nel periodo post conciliare, fiorisce in America Latina, in particolare grazie all’opera svolta – proprio a Buenos Aires – dai Gesuiti.

La grande novità – su cui nel corso del convegno di Roma ha richiamato l’attenzione il cardinale Maradiaga – è rappresentata dalla Teologia detta “del popolo”.
Secondo questa corrente di pensiero, il “depositum fidei” si trova precisamente nella coscienza del popolo: per cogliere la sua testimonianza occorre dunque interrogare una memoria collettiva che – soprattutto nei Paesi di radice indoamericana ed afroamericana – è essenzialmente sincretistica.
La cultura ancestrale, un tempo disprezzata come sopravvivenza folcloristica di una fede obsoleta e condannabile negli “dei falsi e bugiardi”, si ritrova così al centro del pensiero cristiano, che da essa attinge la sua nuova linfa. Ciò fa giustizia di ogni pregiudizio eurocentrico, e con la pretesa di considerare autentica ed ortodossa soltanto l’elaborazione teorica compiuta nel Vecchio Mondo.
La funzione di mediazione culturale che spetta alle nostre comunità dell’America Latina, propria di chi vive tra due mondi diversi e può dunque portare all’uno la testimonianza dell’altro, dovrebbe consistere nel fare conoscere in Italia queste novità, che fanno giustizia di una supposta arretratezza di quel Continente.
Non sempre il cammino della civiltà procede dall’Oriente verso l’Occidente.

Le idee liberali animarono la lotta per l’Indipendenza delle colonie spagnole dal Nuovo Mondo, e fu proprio per effetto della vittoria degli insorti che il 1 gennaio del 1820 Quiroga e Riego – ponendosi alla testa dell’ammutinamento delle truppe che dovevano salpare da Cadice per sostenere il declinante dominio dei Vice Re, ottennero da Ferinando VII la Costituzione: quella “Costituzione di Spagna” che venne rivendicata l’anno dopo dai patrioti piemontesi e napoletani.
Fu così che iniziò, per effetto di un moto rivoluzionario iniziato proprio in America Latina, il Risorgimento italiano.
Oggi le idee che provengono da quel Continente portano delle novità, non solo nell’ambito religioso: si pensi al fatto che il popolo, essendo considerato depositario della vera Fede, vede pienamente riconosciuta la propria dignità e la propria vocazione all’egemonia anche nelle questioni temporali.

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