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Il Verso Giusto

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In un tempo lontano lontano, gli uomini avevano molte cose da dirsi ma, non sapendo parlare, ignoravano come fare.
Erano al corrente che tutti gli esseri viventi, escluse le creature del mare, facevano dei versi, o dei versacci, per intendersi fra di loro: le pecore belavano, i cani abbaiavano, le rane gracidavano, i corvi gracchiavano.
Ma qual era il verso che Dio aveva riservato loro? Doveva trattarsi di un verso specialissimo, pensavano; e tuttavia quel verso, quel richiamo, quel grido particolare ed unico non voleva proprio venir fuori dalle loro gole; ne sortivano sì dei suoni, ma erano una gran frittata di singulti, squittii, richiami rochi: insomma, non solo nulla di nobile e bello, se paragonato all’ululato del lupo, al richiamo dell’elefante o addirittura al ronzio della mosca, ma nulla di utile per dirsi qualcosa che avesse un po’di senso.
Un giorno, però, avvenne il miracolo: un amore che accese i cuori di un giovane e di una giovane in un modo talmente nuovo, dolce e speciale che i due non potevano assolutamente non dargli voce. Non fu però un verso, sia pur ripetuto all’infinito, ma un arcobaleno di suoni nato direttamente dal loro cuore: il canto.
L’intero creato tese l’orecchio a cogliere tanta inaudita meraviglia; di fronte al canto, ogni altro suono, rumore o brusìo si spense. Per un attimo, persino le onde del mare divennero mute, tacquero le cascate e il tuono si tappò la bocca.
Udendo il canto dell’uomo, l’intero universo, che di quella creatura sapeva poco o nulla, si accorse della sua presenza. E un brivido gli corse lungo la schiena.
Per moltissimo tempo gli uomini usarono la loro voce unicamente per cantare e vissero un lungo periodo felice. Notarono infatti che quel loro modo straordinario di esprimersi prendeva forma solo nascendo dal più profondo di sé. Il canto aiutava l’anima a nascere e i sentimenti a fiorire.
Fu il solito filosofo a rompere questa rarissima armonia: si mise in testa di cercarne il perché. Invece di cantare come gli altri, spontaneamente e a gola spiegata, s’incaponi a studiare quei suoni, dissociandoli l’uno dall’altro e borbottandoli fra sé sino a trasformarli in parole.
Fu un gran peccato. Se ancora oggi cantassimo invece di parlare, ci diremmo cose che valgono, invece che banalità.

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Erano al corrente che tutti gli esseri viventi, escluse le creature del mare, facevano dei versi, o dei versacci, per intendersi fra di loro: le pecore belavano, i cani abbaiavano, le rane gracidavano, i corvi gracchiavano.
Ma qual era il verso che Dio aveva riservato loro? Doveva trattarsi di un verso specialissimo, pensavano; e tuttavia quel verso, quel richiamo, quel grido particolare ed unico non voleva proprio venir fuori dalle loro gole; ne sortivano sì dei suoni, ma erano una gran frittata di singulti, squittii, richiami rochi: insomma, non solo nulla di nobile e bello, se paragonato all’ululato del lupo, al richiamo dell’elefante o addirittura al ronzio della mosca, ma nulla di utile per dirsi qualcosa che avesse un po’di senso.
Un giorno, però, avvenne il miracolo: un amore che accese i cuori di un giovane e di una giovane in un modo talmente nuovo, dolce e speciale che i due non potevano assolutamente non dargli voce. Non fu però un verso, sia pur ripetuto all’infinito, ma un arcobaleno di suoni nato direttamente dal loro cuore: il canto.
L’intero creato tese l’orecchio a cogliere tanta inaudita meraviglia; di fronte al canto, ogni altro suono, rumore o brusìo si spense. Per un attimo, persino le onde del mare divennero mute, tacquero le cascate e il tuono si tappò la bocca.
Udendo il canto dell’uomo, l’intero universo, che di quella creatura sapeva poco o nulla, si accorse della sua presenza. E un brivido gli corse lungo la schiena.
Per moltissimo tempo gli uomini usarono la loro voce unicamente per cantare e vissero un lungo periodo felice. Notarono infatti che quel loro modo straordinario di esprimersi prendeva forma solo nascendo dal più profondo di sé. Il canto aiutava l’anima a nascere e i sentimenti a fiorire.
Fu il solito filosofo a rompere questa rarissima armonia: si mise in testa di cercarne il perché. Invece di cantare come gli altri, spontaneamente e a gola spiegata, s’incaponi a studiare quei suoni, dissociandoli l’uno dall’altro e borbottandoli fra sé sino a trasformarli in parole.
Fu un gran peccato. Se ancora oggi cantassimo invece di parlare, ci diremmo cose che valgono, invece che banalità.

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