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giovedì, 17 Ottobre 2019

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Il sangue di Cristo

Teologia

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di Nico Guerini

«E dopo ciò io vidi, contemplando, il corpo che sanguinava abbondantemente a somiglianza della flagellazione, ed era così: la pelle splendente era lacerata da profonde ferite che penetravano nella tenera carne a causa dei duri colpi su tutto il dolce corpo. Il sangue caldo scorreva con tale abbondanza che non si riusciva a vedere né la pelle né le ferite, perché tutto era coperto di sangue». (12.165)

Non si può certo pensare a un cammino di meditazione sulla passione di Gesù senza fare i conti con il sangue, per quanto ciò possa suscitare sensazioni di disagio e di ripulsa.

Il punto di partenza scelto da Giuliana è quanto di più cruento si possa immaginare, la flagellazione, che, come si sa, non era semplicemente una punizione, ma un mezzo scelto per abbreviare l’agonia del condannato, prosciugando in anticipo il corpo della sua linfa vitale. Questo va detto, perché, se l’elaborazione teologica rischia di illudere che, alla fine, si tratti solo di belle immagini, in certi casi persino affascinanti, la base resta pur sempre il realismo tragico di un corpo squarciato senza pietà da sferze e flagelli.

Possono aiutare in questa “contemplazione” le parole stesse della reclusa quali si trovano nella Quarta Rivelazione, dal titolo significativo: “Come Dio preferisca che noi siamo lavati dal peccato nel suo sangue piuttosto che nell’acqua, perché il suo sangue è preziosissimo”, dove lo sguardo si focalizza sulla coronazione di spine.

«E in quel momento vidi improvvisamente il sangue rosso scorrere giù dalla corona, caldo, gorgogliante, abbondante e vivo, proprio come quando la corona di spine veniva premuta a forza sul suo capo benedetto (4,143). E per tutto il tempo in cui egli mi rivelò quanto ho detto in visione spirituale, vidi con visione corporea il capo di Cristo che continuava a sanguinare abbondantemente. Grosse gocce di sangue cadevano come grani dalla corona di spine, e sembrava che uscissero dalle vene. E nell’uscire erano di un rosso scuro, perché il sangue era molto spesso. E nello scorrere fuori diventavano di un rosso lucente. E quando giungevano alle sopracciglia svanivano. E nonostante ciò lo scorrere del sangue continuò fino a che non vidi e capii molte cose. Tuttavia la visione continuò ad essere bella e viva… Il sangue stillava abbondante come le gocce d’acqua che cadono dalla grondaia di una casa dopo un forte acquazzone: cadono così spesse che nessuno riesce a contarle con la sua intelligenza naturale». (7,150)

Giuliana chiama “visione spirituale” quella in cui le si rivela il significato teologico di quanto vede nella “visione corporea”: avvertimento opportuno, che ci chiede di non separare mai le due visioni, pena il cadere in una comprensione solo emozionale o in una puramente intellettuale. Non è facile, ma se si vuole avere un’intelligenza completa e integrale delle cose, la testa, per non perdersi tra le nuvole, deve sempre essere connessa ai piedi che aderiscono alla terra!

Da dove partire, dunque, per sostare in modo fecondo sulla contemplazione del sangue sparso da Gesù durante la sua passione, da quello apparso sul suo volto come sudore al Getsemani (cf. Lc 22,44) a quello che il colpo di lancia al Calvario fece uscire dal suo petto insieme a gocce d’acqua (cf. Gv 19,34)?

Se il primo richiama la paura, per non dire lo spavento di Gesù di fronte al destino che l’attendeva, l’ultimo sangue è stato da sempre letto come il segno inequivocabile di una vita donata fino al suo esaurirsi nell’ultima stilla. Vediamo così riuniti i due temi che aprono e chiudono il campo di significato del sangue: la sofferenza e la paura che ne consegue da una parte, il dono e persino la gioia che lo accompagna dall’altra. Che sia questo secondo il senso profondo e ultimo del sangue lo conferma in modo lapidario uno dei primi e più noti martiri cristiani, Ignazio di Antiochia, che scrive «Il sangue di Cristo è la carità» (Ai Tralliani 8,2), per il che esprime il desiderio di voler «bere il sangue di Cristo, che è l’amore incorruttibile» (Ai Romani 7,3).

Anche se oggi parlare di sangue, soprattutto nel discorso religioso, crea un vago senso di ritrosia, occorre ricordare che ci furono altre stagioni, per esempio l’Ottocento, in cui venne creata persino una festa del “Preziosissimo Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo”, fissata al 1° luglio ed estesa da Pio IX alla Chiesa universale nel 1849, poi soppressa dopo il Vaticano II.

Il culto lungo la storia

Sotto questo titolo, sempre nell’Ottocento, furono create non meno di quindici congregazioni religiose, e non è detto che non ci si ritorni in questi tempi di martiri. Meditare sul sangue di Cristo deve anzitutto ricordare la generosità inaudita, sua e di tanti suoi seguaci, dichiarati o anonimi (penso agli innumerevoli martiri per la giustizia), che hanno proclamato con questo loro sacrificio il valore della vita proprio mentre la perdevano, e la speranza di una risurrezione. Perché, in effetti, il messaggio più forte che viene dal sangue sparso per amore, è insieme quello di una grande speranza che, alla fine, a trionfare non sarà il buio, ma la luce, e che l’oblò di cui si parlava all’inizio finirà per sfolgorare come il sole. Paradossalmente, proprio questo è il messaggio dell’Apocalisse, che vede sconfitta la Babilonia della malvagità e vincente la Gerusalemme del cielo, dove canteranno la gloria del Signore gli eletti che hanno lavato le loro bianche vesti nel sangue dell’Agnello (cf. Ap 7,10.14; 12,11)!

Abbondante e prezioso

Veniamo a Giuliana, che si dice impressionata dall’abbondanza del sangue sparso nella passione. Scrive: «Allora mi venne in mente che Dio ha creato abbondanza di acque sulla terra per il nostro uso e per le nostre necessità fisiche secondo il tenero amore che egli ha per noi. Ma tuttavia egli preferisce che noi prendiamo come medicina perfetta il suo sangue beato per lavarci dai nostri peccati: perché non c’è altra bevanda nel creato che egli desideri maggiormente darci. Perché il suo sangue è abbondantissimo, così come è preziosissimo per virtù della beata divinità» (12,165).

Nel passo trionfa la logica del “dono” come si è detto. E sull’onda di tale intuizione, Giuliana esplode in una pagina mirabile, che ha la solennità e il passo delle grandi anafore eucaristiche che ci hanno consegnato le antiche liturgie. Ecco il “poema” che ne esce:

«Il preziosissimo sangue di nostro Signore Gesù Cristo, come è veramente inestimabile, è altrettanto veramente sovrabbondante.
Contempla e vedi le virtù di questa preziosa abbondanza del suo preziosissimo sangue. Discese nell’inferno e 
ne spezzò le catene, e liberò tutti quelli che vi erano detenuti e che ora appartengono alla corte del cielo.
La preziosa abbondanza del suo preziosissimo sangue scorre su tutta la terra, ed è in grado di lavare dal peccato 
tutte le creature che sono, sono state o saranno di buona volontà.
La preziosa abbondanza del suo preziosissimo sangue ascese in cielo nel corpo beato del nostro Signore Gesù 
Cristo, e là ora sta in lui, continuando a scorrere, pregando per noi il Padre, e così è e sarà fino a quando noi ne avremo bisogno. E inoltre scorre in tutto il cielo, nella gioia per la salvezza di tutta l’umanità che ora è là, e di quella che ci sarà, riempiendo così il numero degli eletti che attende di essere completato». (12.165-166)

L’abbondanza è stata tradotta in energia dirompente che scardina le porte del carcere infernale, con lo stesso impeto con cui le acque dal Mar Rosso seppellirono i nemici di Israele liberando il popolo dall’oppressione; diventa benefico diluvio che purifica distruggendo le forze del male, «perché quel torrente di misericordia che è il suo preziosissimo sangue e acqua è così abbondante da farci belli e immacolati» (61.280); arriva fino a insediarsi nel cielo, dove, come una fontana inesauribile, continua a svolgere il suo potere di intercessione in nostro favore (cf. Eb 7,25) e a zampillare gioia e felicità per tutti gli eletti che ci sono e ci saranno.

Cristo, nostra Madre carissima

Oltre a questa visione cosmica e sintesi teologica straordinaria, Giuliana sa anche offrirci visioni di una delicatezza commovente, come quando scrive che Cristo, nostra Madre carissima, «ci aspergerà tutti con il suo sangue prezioso» (63.283), unendo la tenerezza della mamma che lava il bambino con il gesto liturgico del pontefice che purifica l’assemblea.

Per finire mi piace citare una bella poesia del medioevo inglese dove, con un’intuizione geniale, l’anonimo autore trasfigura il sangue nell’appello di un innamorato perché l’amata lo lasci entrare:

«Apri la porta, mia sposa cara. /
Ahimè, perché son chiuso fuori? /
Sono il tuo nobile 
compagno. /
Guarda i miei riccioli e il mio capo, /
e tutto il corpo di sangue intriso, /
per amor tuo».

Il Cristo dolente di tante raffigurazioni medievali è diventato l’innamorato del Cantico che supplica l’amata: «Aprimi, sorella, amica mia… Rorida di rugiada è la mia testa e i miei riccioli sono bagnati di gocce della notte» (Ct 5,2), un passo che rimanda pure ad Ap 3,20. Il trasferimento di immagine dalla rugiada al sangue, come per le piaghe che si trasfigurano in “nido”, produce l’effetto sorprendente di inserire nella figura del sangue quella del rapporto d’amore, inteso soprattutto in termini di intimità, dove si sperimenta l’apoteosi del dono di sé.

Originale: Settimana News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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Il sangue di Cristo

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«E dopo ciò io vidi, contemplando, il corpo che sanguinava abbondantemente a somiglianza della flagellazione, ed era così: la pelle splendente era lacerata da profonde ferite che penetravano nella tenera carne a causa dei duri colpi su tutto il dolce corpo. Il sangue caldo scorreva con tale abbondanza che non si riusciva a vedere né la pelle né le ferite, perché tutto era coperto di sangue». (12.165)

Non si può certo pensare a un cammino di meditazione sulla passione di Gesù senza fare i conti con il sangue, per quanto ciò possa suscitare sensazioni di disagio e di ripulsa.

Il punto di partenza scelto da Giuliana è quanto di più cruento si possa immaginare, la flagellazione, che, come si sa, non era semplicemente una punizione, ma un mezzo scelto per abbreviare l’agonia del condannato, prosciugando in anticipo il corpo della sua linfa vitale. Questo va detto, perché, se l’elaborazione teologica rischia di illudere che, alla fine, si tratti solo di belle immagini, in certi casi persino affascinanti, la base resta pur sempre il realismo tragico di un corpo squarciato senza pietà da sferze e flagelli.

Possono aiutare in questa “contemplazione” le parole stesse della reclusa quali si trovano nella Quarta Rivelazione, dal titolo significativo: “Come Dio preferisca che noi siamo lavati dal peccato nel suo sangue piuttosto che nell’acqua, perché il suo sangue è preziosissimo”, dove lo sguardo si focalizza sulla coronazione di spine.

«E in quel momento vidi improvvisamente il sangue rosso scorrere giù dalla corona, caldo, gorgogliante, abbondante e vivo, proprio come quando la corona di spine veniva premuta a forza sul suo capo benedetto (4,143). E per tutto il tempo in cui egli mi rivelò quanto ho detto in visione spirituale, vidi con visione corporea il capo di Cristo che continuava a sanguinare abbondantemente. Grosse gocce di sangue cadevano come grani dalla corona di spine, e sembrava che uscissero dalle vene. E nell’uscire erano di un rosso scuro, perché il sangue era molto spesso. E nello scorrere fuori diventavano di un rosso lucente. E quando giungevano alle sopracciglia svanivano. E nonostante ciò lo scorrere del sangue continuò fino a che non vidi e capii molte cose. Tuttavia la visione continuò ad essere bella e viva… Il sangue stillava abbondante come le gocce d’acqua che cadono dalla grondaia di una casa dopo un forte acquazzone: cadono così spesse che nessuno riesce a contarle con la sua intelligenza naturale». (7,150)

Giuliana chiama “visione spirituale” quella in cui le si rivela il significato teologico di quanto vede nella “visione corporea”: avvertimento opportuno, che ci chiede di non separare mai le due visioni, pena il cadere in una comprensione solo emozionale o in una puramente intellettuale. Non è facile, ma se si vuole avere un’intelligenza completa e integrale delle cose, la testa, per non perdersi tra le nuvole, deve sempre essere connessa ai piedi che aderiscono alla terra!

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Da dove partire, dunque, per sostare in modo fecondo sulla contemplazione del sangue sparso da Gesù durante la sua passione, da quello apparso sul suo volto come sudore al Getsemani (cf. Lc 22,44) a quello che il colpo di lancia al Calvario fece uscire dal suo petto insieme a gocce d’acqua (cf. Gv 19,34)?

Se il primo richiama la paura, per non dire lo spavento di Gesù di fronte al destino che l’attendeva, l’ultimo sangue è stato da sempre letto come il segno inequivocabile di una vita donata fino al suo esaurirsi nell’ultima stilla. Vediamo così riuniti i due temi che aprono e chiudono il campo di significato del sangue: la sofferenza e la paura che ne consegue da una parte, il dono e persino la gioia che lo accompagna dall’altra. Che sia questo secondo il senso profondo e ultimo del sangue lo conferma in modo lapidario uno dei primi e più noti martiri cristiani, Ignazio di Antiochia, che scrive «Il sangue di Cristo è la carità» (Ai Tralliani 8,2), per il che esprime il desiderio di voler «bere il sangue di Cristo, che è l’amore incorruttibile» (Ai Romani 7,3).

Anche se oggi parlare di sangue, soprattutto nel discorso religioso, crea un vago senso di ritrosia, occorre ricordare che ci furono altre stagioni, per esempio l’Ottocento, in cui venne creata persino una festa del “Preziosissimo Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo”, fissata al 1° luglio ed estesa da Pio IX alla Chiesa universale nel 1849, poi soppressa dopo il Vaticano II.

Il culto lungo la storia

Sotto questo titolo, sempre nell’Ottocento, furono create non meno di quindici congregazioni religiose, e non è detto che non ci si ritorni in questi tempi di martiri. Meditare sul sangue di Cristo deve anzitutto ricordare la generosità inaudita, sua e di tanti suoi seguaci, dichiarati o anonimi (penso agli innumerevoli martiri per la giustizia), che hanno proclamato con questo loro sacrificio il valore della vita proprio mentre la perdevano, e la speranza di una risurrezione. Perché, in effetti, il messaggio più forte che viene dal sangue sparso per amore, è insieme quello di una grande speranza che, alla fine, a trionfare non sarà il buio, ma la luce, e che l’oblò di cui si parlava all’inizio finirà per sfolgorare come il sole. Paradossalmente, proprio questo è il messaggio dell’Apocalisse, che vede sconfitta la Babilonia della malvagità e vincente la Gerusalemme del cielo, dove canteranno la gloria del Signore gli eletti che hanno lavato le loro bianche vesti nel sangue dell’Agnello (cf. Ap 7,10.14; 12,11)!

Abbondante e prezioso

Veniamo a Giuliana, che si dice impressionata dall’abbondanza del sangue sparso nella passione. Scrive: «Allora mi venne in mente che Dio ha creato abbondanza di acque sulla terra per il nostro uso e per le nostre necessità fisiche secondo il tenero amore che egli ha per noi. Ma tuttavia egli preferisce che noi prendiamo come medicina perfetta il suo sangue beato per lavarci dai nostri peccati: perché non c’è altra bevanda nel creato che egli desideri maggiormente darci. Perché il suo sangue è abbondantissimo, così come è preziosissimo per virtù della beata divinità» (12,165).

Nel passo trionfa la logica del “dono” come si è detto. E sull’onda di tale intuizione, Giuliana esplode in una pagina mirabile, che ha la solennità e il passo delle grandi anafore eucaristiche che ci hanno consegnato le antiche liturgie. Ecco il “poema” che ne esce:

«Il preziosissimo sangue di nostro Signore Gesù Cristo, come è veramente inestimabile, è altrettanto veramente sovrabbondante.
Contempla e vedi le virtù di questa preziosa abbondanza del suo preziosissimo sangue. Discese nell’inferno e 
ne spezzò le catene, e liberò tutti quelli che vi erano detenuti e che ora appartengono alla corte del cielo.
La preziosa abbondanza del suo preziosissimo sangue scorre su tutta la terra, ed è in grado di lavare dal peccato 
tutte le creature che sono, sono state o saranno di buona volontà.
La preziosa abbondanza del suo preziosissimo sangue ascese in cielo nel corpo beato del nostro Signore Gesù 
Cristo, e là ora sta in lui, continuando a scorrere, pregando per noi il Padre, e così è e sarà fino a quando noi ne avremo bisogno. E inoltre scorre in tutto il cielo, nella gioia per la salvezza di tutta l’umanità che ora è là, e di quella che ci sarà, riempiendo così il numero degli eletti che attende di essere completato». (12.165-166)

L’abbondanza è stata tradotta in energia dirompente che scardina le porte del carcere infernale, con lo stesso impeto con cui le acque dal Mar Rosso seppellirono i nemici di Israele liberando il popolo dall’oppressione; diventa benefico diluvio che purifica distruggendo le forze del male, «perché quel torrente di misericordia che è il suo preziosissimo sangue e acqua è così abbondante da farci belli e immacolati» (61.280); arriva fino a insediarsi nel cielo, dove, come una fontana inesauribile, continua a svolgere il suo potere di intercessione in nostro favore (cf. Eb 7,25) e a zampillare gioia e felicità per tutti gli eletti che ci sono e ci saranno.

Cristo, nostra Madre carissima

Oltre a questa visione cosmica e sintesi teologica straordinaria, Giuliana sa anche offrirci visioni di una delicatezza commovente, come quando scrive che Cristo, nostra Madre carissima, «ci aspergerà tutti con il suo sangue prezioso» (63.283), unendo la tenerezza della mamma che lava il bambino con il gesto liturgico del pontefice che purifica l’assemblea.

Per finire mi piace citare una bella poesia del medioevo inglese dove, con un’intuizione geniale, l’anonimo autore trasfigura il sangue nell’appello di un innamorato perché l’amata lo lasci entrare:

«Apri la porta, mia sposa cara. /
Ahimè, perché son chiuso fuori? /
Sono il tuo nobile 
compagno. /
Guarda i miei riccioli e il mio capo, /
e tutto il corpo di sangue intriso, /
per amor tuo».

Il Cristo dolente di tante raffigurazioni medievali è diventato l’innamorato del Cantico che supplica l’amata: «Aprimi, sorella, amica mia… Rorida di rugiada è la mia testa e i miei riccioli sono bagnati di gocce della notte» (Ct 5,2), un passo che rimanda pure ad Ap 3,20. Il trasferimento di immagine dalla rugiada al sangue, come per le piaghe che si trasfigurano in “nido”, produce l’effetto sorprendente di inserire nella figura del sangue quella del rapporto d’amore, inteso soprattutto in termini di intimità, dove si sperimenta l’apoteosi del dono di sé.

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