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Il Sacrificio

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di: Roberto Mela

Il tema teologico del “sacrificio” è andato in crisi negli ultimi decenni e ora si tenta un suo recupero con l’articolazione del suo contenuto che chiarisca le indubitabili difficoltà ermeneutiche per la sensibilità degli uomini di oggi.

Se con il «termine sacrificium ci si riferisce all’azione e alla cosa “resa sacra” (sacrum facere) nel passaggio di un oggetto alla sfera sovrumana» – afferma l’autore –, occorre riconoscere che «il “sistema sacrificale” è uno scambio di doni in vista della crescita delle relazioni, pur entro un fondamentale rapporto di asimmetria con l’origine (trascendente). Ciò costituisce la necessità, ma anche la radicale ambivalenza, del sacrificio» (p. 46-47).

Il teologo Franco G. Brambilla – a lungo docente dalla FTIS di Milano e attualmente vescovo a Novara oltreché vicepresidente del CEI per il nord Italia – tenta l’operazione di recupero del concetto teologico del “sacrifico” all’interno di un’ermeneutica rinnovata. Egli stesso raccomanda di iniziare la lettura a partire dalla seconda parte del volume (Il sacrificio, pp. 45-130) che costituiva l’articolo di un Dizionario di teologia (di cui non riporta però gli estremi bibliografici).

Teologia vs psicologia e antropologia culturale

Nella prima parte del suo lavoro (“Fine del sacrificio?”, pp. 9-44), lo studioso dialoga con i recenti lavori sul sacrificio curati dallo psicanalista M. Recalcati (Contro il sacrifico. Al di là del fantasma sacrificale) e dell’antropologo A.N. Terrin (Il pasto sacrificale). Al primo ricorda il rapporto dialettico e liberante tra desiderio e Legge di verità e di libertà, denunciando il “fantasma sacrificale” come “patologia del sacrificio”. Al secondo rammenta l’importanza dell’inserimento attuato dalla rivelazione biblica del discorso del sacrifico in un ambito storico-salvifico di alleanza tra YHWH e il suo popolo.

Il primo capitolo della seconda parte (Il sacrificio, pp. 46-118) è riservato a un bilancio generale sul tema: “Mito e rito: il sacrificio nel conflitto delle interpretazioni” (pp. 45-59). Lo scambio simbolico può essere inteso come offerta e/o vittima per l’instaurazione di un rapporto di comunanza. Se si sottolinea l’azione dell’offrire e dell’immolare, si generano varie teorie sull’offerta e sulla vittima. Se ci si riferisce alla cosa “essa sacra” (donovittima, pasto sacro), viene in primo piano l’aspetto di donazionesostituzione e convivialità.

Brambilla passa in rassegna gli studi di storia comparata delle religioni, della sociologia della religione, della prospettiva antropologico-culturale, con la successiva decostruzione del sacrificio attuata nella seconda metà del Novecento (Bukert, Girard).

L’autore sintetizza in un secondo capitolo (pp. 60-85) la tematica del sacrificio così come si presenta nella rivelazione biblica, nella sua dinamica di evento e rito.

Scrittura e sacrificio

Il sistema sacrificale dell’AT comprendeva quattro tipologie di sacrificio: il sacrificio di olocausto, il sacrificio di comunione, il sacrificio espiatorio pro peccato o di purificazione e, infine, i sacrifici incruenti. Tutto avveniva nel quadro più generale dell’alleanza fra YHWH e il popolo di Israele, all’interno del quale essi esprimevano la volontà di comunione, di richiesta di perdono dei peccati, il desiderio di oblazione come resa a Dio di parte dei suoi doni, in modo da poter usufruire con serenità del resto.

La critica profetica denuncia la separazione di culto e di etica individuale e sociale e propugna e profetizza un’interiorizzazione della Legge, con il desiderio di restituzione del desiderio alla volontà di Dio (un’alleanza interiorizzata).

Ci sono poi alcuni racconti di sacrificio emblematici: il primo sacrificio ad opera dei due fratelli Caino e Abele, il racconto del sacrificio di Abramo/legatura di Isacco (consenziente) e quello del servo sofferente di Is 52,13–53,12 riguardante un servo innocente che si addossa la colpa dei fratelli, intercedendo in tal modo da YHWH la loro liberazione dal male. Una diretta anticipazione della figura di Gesù.

Nella seconda parte del capitolo (pp. 74-85) Brambilla passa al NT e tratta della “verità” del sacrificio nella morte di Gesù, nel memoriale dell’eucaristia e nel culto spirituale dei credenti. Questa parte non mi ha soddisfatto completamente.

Brambilla insiste nell’affermare che il NT ha categorizzato come “sacrificio” la vicenda di Gesù che muore (e risorge). In effetti questo è vero in parte, perché il termine “sacrificio” ricorre solo nella (quasi sicuramente) deuteropaolina Ef 45,2 e nella Lettera agli Ebrei, un testo a sé stante e tutto particolare nel panorama NT.

Numerose sono evidentemente le affermazioni di cristologia soteriologica presenti nei racconti dell’ultima cena e altrove, ma Paolo e i vangeli non impiegano la terminologia sacrificale per descrivere la figura e l’opera di Gesù. Neppure in Rm 3,25; 2Cor 5,21 citati a p. 76. Si impiegherà senz’altro una terminologia sacrale e sacerdotale, o riferentesi al sacrificio del Kippur, ma l’opera soteriologica attuata da Gesù non viene mai direttamente qualificata come “sacrificio”. Si parlerà di offerta generosa di sé, di sangue versato, di corpo donato, di morte “a favore di” ecc., ma il termine “sacrificio” non viene mai impiegato.

Gesù porta a compimento il sistema sacrificale AT – afferma Brambilla – ma di fatto però bisogna osservare che la sua opera non è mai definita un “sacrificio” (tranne che in Ef 5,2 ed Eb, a volte surrettiziamente nella traduzione CEI 2008).

Osservo che nel NT non si parla dell’eucaristia collegandola all’idea di “sacrificio dell’alleanza” e non la qualifica mai come “sacrificio della nuova alleanza”. I testi dell’ultima cena alludono ai sacrifici AT ma non parlano di “sacrificio della nuova alleanza”.

Va ricordato inoltre che la parola “sacrificio” è stata introdotta surrettiziamente nella traduzione CEI anche là dove non è presente espressamente il complemento oggetto. Ad es. Eb 9,9 «egli abolisce il primo», potrebbe riferirsi anche al sacerdozio AT o al sistema sacrificale rituale nel suo complesso e non solo al “sacrificio” come esplicita surrettiziamente la traduzione CEI. È risaputo inoltre che le parole del racconto dell’istituzione dell’eucaristia pronunciate nella celebrazione “questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi” non sono esattamente quelle presenti nei vangeli e in 1Cor.

A p. 77 r-11 la citazione corretta è Eb 9,13-14. Molto utile sul tema del sacerdozio e del sacrificio è anche il bel volume di R. Penna, L’amore sconfinato. Il Nuovo Testamento sul suo sfondo greco ed ebraico, Cinisello B. (MI) 2019, da noi recensito a suo tempo su SettimanaNews (6 agosto 2019)

Dopo una breve sintesi storica sull’eucaristia definita dai padri della Chiesa e dai teologi come memoriale del sacrificio di Cristo e sacrificio essa stessa, e poi ristretta alla discussione sulla transustanziazione e sulla presenza reale, Brambilla passa alla sua proposta teologica sintetica. Egli presenta l’eucaristia come memoriale dell’unico sacrificio di Cristo, che comprende anche la risurrezione e non solo la passione-morte.

Nel terzo capitolo della seconda parte del volume (“Racconto e dramma: il sacramento del sacrificio di Cristo”, pp. 86-118), l’autore suggerisce di passare dalle categorie generalizzanti, quale è anche quella di “sacrificio”, al racconto della vita di Gesù e come essa si esplichi “drammaticamente”.

La vita, la narrazione, il dramma

Cinque sono i passaggi suggeriti da Brambilla: dalla categorie al racconto; dal racconto al dramma; l’evidenziazione dell’obbedienza filiale di Gesù all’interno del dramma; il sacrificio di Gesù come attuazione della libertà redenta degli uomini; il memoriale eucaristico come “verità” del culto spirituale.

Secondo Brambilla, la vita di Gesù è annuncio gioioso del Regno, libera autodonazione generosa, vissuta nella fede in profonda comunione col Padre quale obbedienza filiale ispirata e sostenuta dallo Spirito. Essa incontra il rifiuto da parte degli uomini, trasformando la sua persona strutturata oblativamente in vittima della violenza umana. Nel suo dono generoso di passione-morte-risurrezione Gesù assume la violenza e il peccato dell’uomo, lo inverte di segno e salva in tal modo la miseria umana con il dono della conversione e della rinnovata possibilità di comunione con Dio.

L’eucaristia è il memoriale del mistero pasquale di Gesù (non solo della sua passione-morte). Memoriale del sacrificio unico di Gesù (così Brambilla).

La vita del cristiano sarà, di conseguenza, una vita filiale nell’amore donato dallo Spirito, che rende possibile una vita veramente libera e realizzata. Rm 12,1 invita a offrire i corpi come thysian zōsan logikēn latreian, mentre 1Pt 2,5 invita a offrire pneumatikas thysias.

Nella donazione generosa di Gesù non c’è alcuna sostituzione penale, ma dono generoso di sé che riscatta anche la situazione di vittime innocenti della violenza di vario tipo patita da tante persone, che in Gesù possono trovare certezza di custodia e speranza certa di riscatto. Alle pp. 7-8 il poscritptum fa accenno infatti alle vittime delle violenze, delle morti sul lavoro, alle tante vittime del Covid-19, e dedica il lavoro a coloro che si sono prodigati nell’assistenza ai malati, arrivando anche a sacrificare la propria vita.

Alle pp. 119-130 si trova la bibliografia conclusiva.

Libretto impegnativo, ma molto prezioso, su un tema cruciale e ancora dibattuto.

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Il tema teologico del “sacrificio” è andato in crisi negli ultimi decenni e ora si tenta un suo recupero con l’articolazione del suo contenuto che chiarisca le indubitabili difficoltà ermeneutiche per la sensibilità degli uomini di oggi.

Se con il «termine sacrificium ci si riferisce all’azione e alla cosa “resa sacra” (sacrum facere) nel passaggio di un oggetto alla sfera sovrumana» – afferma l’autore –, occorre riconoscere che «il “sistema sacrificale” è uno scambio di doni in vista della crescita delle relazioni, pur entro un fondamentale rapporto di asimmetria con l’origine (trascendente). Ciò costituisce la necessità, ma anche la radicale ambivalenza, del sacrificio» (p. 46-47).

Il teologo Franco G. Brambilla – a lungo docente dalla FTIS di Milano e attualmente vescovo a Novara oltreché vicepresidente del CEI per il nord Italia – tenta l’operazione di recupero del concetto teologico del “sacrifico” all’interno di un’ermeneutica rinnovata. Egli stesso raccomanda di iniziare la lettura a partire dalla seconda parte del volume (Il sacrificio, pp. 45-130) che costituiva l’articolo di un Dizionario di teologia (di cui non riporta però gli estremi bibliografici).

Teologia vs psicologia e antropologia culturale

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Nella prima parte del suo lavoro (“Fine del sacrificio?”, pp. 9-44), lo studioso dialoga con i recenti lavori sul sacrificio curati dallo psicanalista M. Recalcati (Contro il sacrifico. Al di là del fantasma sacrificale) e dell’antropologo A.N. Terrin (Il pasto sacrificale). Al primo ricorda il rapporto dialettico e liberante tra desiderio e Legge di verità e di libertà, denunciando il “fantasma sacrificale” come “patologia del sacrificio”. Al secondo rammenta l’importanza dell’inserimento attuato dalla rivelazione biblica del discorso del sacrifico in un ambito storico-salvifico di alleanza tra YHWH e il suo popolo.

Il primo capitolo della seconda parte (Il sacrificio, pp. 46-118) è riservato a un bilancio generale sul tema: “Mito e rito: il sacrificio nel conflitto delle interpretazioni” (pp. 45-59). Lo scambio simbolico può essere inteso come offerta e/o vittima per l’instaurazione di un rapporto di comunanza. Se si sottolinea l’azione dell’offrire e dell’immolare, si generano varie teorie sull’offerta e sulla vittima. Se ci si riferisce alla cosa “essa sacra” (donovittima, pasto sacro), viene in primo piano l’aspetto di donazionesostituzione e convivialità.

Brambilla passa in rassegna gli studi di storia comparata delle religioni, della sociologia della religione, della prospettiva antropologico-culturale, con la successiva decostruzione del sacrificio attuata nella seconda metà del Novecento (Bukert, Girard).

L’autore sintetizza in un secondo capitolo (pp. 60-85) la tematica del sacrificio così come si presenta nella rivelazione biblica, nella sua dinamica di evento e rito.

Scrittura e sacrificio

Il sistema sacrificale dell’AT comprendeva quattro tipologie di sacrificio: il sacrificio di olocausto, il sacrificio di comunione, il sacrificio espiatorio pro peccato o di purificazione e, infine, i sacrifici incruenti. Tutto avveniva nel quadro più generale dell’alleanza fra YHWH e il popolo di Israele, all’interno del quale essi esprimevano la volontà di comunione, di richiesta di perdono dei peccati, il desiderio di oblazione come resa a Dio di parte dei suoi doni, in modo da poter usufruire con serenità del resto.

La critica profetica denuncia la separazione di culto e di etica individuale e sociale e propugna e profetizza un’interiorizzazione della Legge, con il desiderio di restituzione del desiderio alla volontà di Dio (un’alleanza interiorizzata).

Ci sono poi alcuni racconti di sacrificio emblematici: il primo sacrificio ad opera dei due fratelli Caino e Abele, il racconto del sacrificio di Abramo/legatura di Isacco (consenziente) e quello del servo sofferente di Is 52,13–53,12 riguardante un servo innocente che si addossa la colpa dei fratelli, intercedendo in tal modo da YHWH la loro liberazione dal male. Una diretta anticipazione della figura di Gesù.

Nella seconda parte del capitolo (pp. 74-85) Brambilla passa al NT e tratta della “verità” del sacrificio nella morte di Gesù, nel memoriale dell’eucaristia e nel culto spirituale dei credenti. Questa parte non mi ha soddisfatto completamente.

Brambilla insiste nell’affermare che il NT ha categorizzato come “sacrificio” la vicenda di Gesù che muore (e risorge). In effetti questo è vero in parte, perché il termine “sacrificio” ricorre solo nella (quasi sicuramente) deuteropaolina Ef 45,2 e nella Lettera agli Ebrei, un testo a sé stante e tutto particolare nel panorama NT.

Numerose sono evidentemente le affermazioni di cristologia soteriologica presenti nei racconti dell’ultima cena e altrove, ma Paolo e i vangeli non impiegano la terminologia sacrificale per descrivere la figura e l’opera di Gesù. Neppure in Rm 3,25; 2Cor 5,21 citati a p. 76. Si impiegherà senz’altro una terminologia sacrale e sacerdotale, o riferentesi al sacrificio del Kippur, ma l’opera soteriologica attuata da Gesù non viene mai direttamente qualificata come “sacrificio”. Si parlerà di offerta generosa di sé, di sangue versato, di corpo donato, di morte “a favore di” ecc., ma il termine “sacrificio” non viene mai impiegato.

Gesù porta a compimento il sistema sacrificale AT – afferma Brambilla – ma di fatto però bisogna osservare che la sua opera non è mai definita un “sacrificio” (tranne che in Ef 5,2 ed Eb, a volte surrettiziamente nella traduzione CEI 2008).

Osservo che nel NT non si parla dell’eucaristia collegandola all’idea di “sacrificio dell’alleanza” e non la qualifica mai come “sacrificio della nuova alleanza”. I testi dell’ultima cena alludono ai sacrifici AT ma non parlano di “sacrificio della nuova alleanza”.

Va ricordato inoltre che la parola “sacrificio” è stata introdotta surrettiziamente nella traduzione CEI anche là dove non è presente espressamente il complemento oggetto. Ad es. Eb 9,9 «egli abolisce il primo», potrebbe riferirsi anche al sacerdozio AT o al sistema sacrificale rituale nel suo complesso e non solo al “sacrificio” come esplicita surrettiziamente la traduzione CEI. È risaputo inoltre che le parole del racconto dell’istituzione dell’eucaristia pronunciate nella celebrazione “questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi” non sono esattamente quelle presenti nei vangeli e in 1Cor.

A p. 77 r-11 la citazione corretta è Eb 9,13-14. Molto utile sul tema del sacerdozio e del sacrificio è anche il bel volume di R. Penna, L’amore sconfinato. Il Nuovo Testamento sul suo sfondo greco ed ebraico, Cinisello B. (MI) 2019, da noi recensito a suo tempo su SettimanaNews (6 agosto 2019)

Dopo una breve sintesi storica sull’eucaristia definita dai padri della Chiesa e dai teologi come memoriale del sacrificio di Cristo e sacrificio essa stessa, e poi ristretta alla discussione sulla transustanziazione e sulla presenza reale, Brambilla passa alla sua proposta teologica sintetica. Egli presenta l’eucaristia come memoriale dell’unico sacrificio di Cristo, che comprende anche la risurrezione e non solo la passione-morte.

Nel terzo capitolo della seconda parte del volume (“Racconto e dramma: il sacramento del sacrificio di Cristo”, pp. 86-118), l’autore suggerisce di passare dalle categorie generalizzanti, quale è anche quella di “sacrificio”, al racconto della vita di Gesù e come essa si esplichi “drammaticamente”.

La vita, la narrazione, il dramma

Cinque sono i passaggi suggeriti da Brambilla: dalla categorie al racconto; dal racconto al dramma; l’evidenziazione dell’obbedienza filiale di Gesù all’interno del dramma; il sacrificio di Gesù come attuazione della libertà redenta degli uomini; il memoriale eucaristico come “verità” del culto spirituale.

Secondo Brambilla, la vita di Gesù è annuncio gioioso del Regno, libera autodonazione generosa, vissuta nella fede in profonda comunione col Padre quale obbedienza filiale ispirata e sostenuta dallo Spirito. Essa incontra il rifiuto da parte degli uomini, trasformando la sua persona strutturata oblativamente in vittima della violenza umana. Nel suo dono generoso di passione-morte-risurrezione Gesù assume la violenza e il peccato dell’uomo, lo inverte di segno e salva in tal modo la miseria umana con il dono della conversione e della rinnovata possibilità di comunione con Dio.

L’eucaristia è il memoriale del mistero pasquale di Gesù (non solo della sua passione-morte). Memoriale del sacrificio unico di Gesù (così Brambilla).

La vita del cristiano sarà, di conseguenza, una vita filiale nell’amore donato dallo Spirito, che rende possibile una vita veramente libera e realizzata. Rm 12,1 invita a offrire i corpi come thysian zōsan logikēn latreian, mentre 1Pt 2,5 invita a offrire pneumatikas thysias.

Nella donazione generosa di Gesù non c’è alcuna sostituzione penale, ma dono generoso di sé che riscatta anche la situazione di vittime innocenti della violenza di vario tipo patita da tante persone, che in Gesù possono trovare certezza di custodia e speranza certa di riscatto. Alle pp. 7-8 il poscritptum fa accenno infatti alle vittime delle violenze, delle morti sul lavoro, alle tante vittime del Covid-19, e dedica il lavoro a coloro che si sono prodigati nell’assistenza ai malati, arrivando anche a sacrificare la propria vita.

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