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Il “realismo montiniano” di Papa Francesco

Una Chiesa che non detta legge al mondo

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Il discorso agli ambasciatori attesta che la “diplomazia multilaterale” è indebolita da «propensioni populistiche e nazionalistiche». Ma le parole del Pontefice non si prestano a funzionare come lubrificante di ideologie globaliste di marca mondialista e liberista

GIANNI VALENTE
ROMA
 
Il «criterio» del cristianesimo non è l’astrattezza delle «belle parole», o le «fantasie» dei «falsi profeti», ma è la «concretezza». Lo ha detto Papa Francesco oggi Papa Francesco, nell’omelia pronunciata a braccio durante la messa mattutina celebrata a Casa Santa Marta. Poche ore dopo, a tale criterio è stato improntato anche il tradizionale discorso pronunciato a inizio di ogni anno dal Papa davanti ai membri del corpo dilpomatico accreditato presso la Santa Sede. Il filo rosso che attraversa tutto l’intervento papale, atteso ogni anno come strumento di decifrazione della geopolitica vaticana, è quello del realismo, condensato nella formula del multi-polarismo e della “diplomazia multilaterale” come strumenti più consoni a ridurre i conflitti e alleviare le sofferenze reali dei popoli.

Una Chiesa che non detta legge al mondo 
Il Vescovo di Roma, fin dalle prime battute del suo intervento, ha messo in chiaro che la Chiesa si interessa delle emergenze materiali e sociali che riguardano l’intera famiglia umana solo per «obbedienza alla sua missione spirituale», senza voler «ingerire nella vita degli Stati», e con il solo «desiderio di porsi al servizio del bene di ogni essere umano». Una premura «che spinge la Chiesa in ogni luogo ad adoperarsi per favorire l’edificazione di società pacifiche e riconciliate». Il Papa non elabora nuove teorie geopolitiche. Si muove nel solco “realista” del predecessore Paolo VI, utilizzando il discorso del 1965 del Pontefice bresciano all’Onu come bussola per orientarsi davanti all’attuale stato del mondo.

La prospettiva della “diplomazia multilaterale” viene riproposta senza concessioni a teorie geo-politiche idealiste, come tentativo storico, imperfetto ma efficace, di regolare i rapporti tra le nazioni – secondo le parole dello stesso Papa Montini – sulla base della ragione, della giustizia, del diritto, dalla trattativa, e non della forza, della guerra o dell’inganno. Tale tentativo, incarnatosi storicamente nell’istituzione della Società delle Nazioni e poi dell’Onu, si fondava anche sulla disponibilità a «accettare gli inevitabili compromessi che nascono dal confronto tra le parti».

Nessuna nuova “guerra santa” 

Il Papa riconosce che oggi il sistema di gestione del mondo basato sulle relazioni multilaterali viene indebolito dal riapparire di «propensioni populistiche e nazionalistiche», come avvenne tra la Prima e la Seconda Guerra mondiale. Matale diagnosi non prefigura di per sé nessuna convocazione papale di guerre sante o di nuove “sante alleanze”, nemmeno contro i nuovi soggetti populisti e nazionalisti.

Le parole del Vescovo di Roma poco si prestano a funzionare come lubrificante di ideologie globaliste di marca mondialista e liberista. Piuttosto, il Successore di Pietro riconosce che le stesse pulsioni neo-nazionaliste sono almeno un parte una reazione alla «accresciuta preponderanza» di «poteri e gruppi di interesse che impongono le proprie visioni e idee, innescando nuove forme di colonizzazione ideologica, non di rado irrispettose dell’identità, della dignità e della sensibilità dei popoli».

Anche quando parla dell’anniversario del 1989 e della caduta del Muro di Berlino, Papa Francesco non riecheggia la retorica da “palingenesi dei popoli” che con cui tanti intellettuali cattolici raccontarono la fine del comunismo nei Paesi dell’Est europeo. Il Pontefice invita più che altro a non dimenticare i «benefici – primo tra tutti la pace – apportati dal cammino di amicizia e avvicinamento tra i popoli intrapreso dal secondo dopoguerra».

Le nuove forme della predilezione per i deboli 

Anche le parole su profughi, immigrati e “nuovi” oppressi è stata riproposta da Papa Francesco citando Paolo VI, camminando nel solco della evangelica predilezione per i poveri, e quindi senza disprezzo e saccenza nei confronti degli Stati e delle istituzioni politiche nazionali e internazionali.

Riguardo ai profughi dei conflitti mediorientali, il Papa ha anche rilanciato gli allarmi di governi locali – come quello libanese e quello giordano – travolti dagli esodi di milioni di siriani in fuga, esprimendo «l’auspicio che i rifugiati possano fare rientro in patria, in condizioni di vita e di sicurezza adeguate». Sul fenomeno globale dei migranti, ha richiamato tutti a contrastare anche le cause che spingono milioni di persone a abbandonare 1a propria famiglia e nazione, ricordando che «a una questione così universale non si possano dare soluzioni parziali». E pur ricordando il coinvolgimento della Santa Sede nei negoziati e per l’adozione dei due “Global Compacts” sui Rifugiati e sulla Migrazione sicura, ordinata e regolare, ha ricordato anche le riserve vaticane «circa quei documenti, richiamati nel Patto riguardante le migrazioni, che contengono terminologie e linee guida non corrispondenti ai suoi principi circa 1a vita e i diritti delle persone». Mentre tra le nuove fragilità legate alla globalizzazione ha richiamato anche l’impoverimento delle classi medie e l’erosione dei salari nei Paesi sviluppati, insieme alla piaga del lavoro minorile e delle nuove forme di «lavoro schiavo». 

Trafficanti d’armi e coperture “religiose”

Il realismo del discorso papale ai diplomatici accreditati in Vaticano si coglie anche nel peso che il Pontefice riconosce al traffico di armi nel condizionare le vicende del mondo. La sconfessione delle politiche di disarmo nucleare e la ricerca di armi sempre più sofisticate e distruttive prefigurano un mondo dove «le relazioni internazionali sono dominate dalla forza militare, dalle intimidazioni reciproche, dall’ostentazione degli arsenali bellici». Scenari dove la diagnosi realista del Papa e della Santa Sede si avverte anche nella premura a evitare che la condizione dei cristiani o le richieste di rispettare e allargare gli spazi propri della libertà religiosa siano prese in ostaggio da operazioni politiche o geo-politiche fatte sulla pelle delle comunità cristiane locali.

Nel suo discorso ai diplomatici il Papa ha ricordato la situazione sofferente di tante comunità cristiane del Medio Oriente, ma ha richiamato anche i «molteplici interessi contrapposti» di natura politica e militare che hanno alimentato i conflitti mediorientali, puntando anche a «frapporre inimicizia fra musulmani e cristiani».

Con la stessa, efficace determinazione, ha sbugiardato anche i tentativi accaniti di chi denigra i contatti in corso tra Santa Sede e governo cinese come una mera performance di apparati a caccia di successi diplomatici da vendere ai giornali a caro prezzo: l’Accordo provvisorio tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese sulla nomina dei vescovi in Cina, avvenuta il 22 settembre scorso – ha ripetuto il Papa – è stato «frutto di un lungo e ponderato dialogo istituzionale», condotto dai Papi e dai loro collaboratori con il desiderio primario di favorire la riconciliazione dei cattolici cinesi e per un rinnovato slancio per l’annuncio del Vangelo in Cina. Adesso – ha rimarcato Papa Francesco – «per la prima volta dopo tanti anni, tutti i Vescovi in Cina sono in piena comunione con il Successore di Pietro e con la Chiesa universale». E si spera che la continuazione dei contatti tra Pechino e i Palazzi d’Oltretevere «contribuisca a risolvere le questioni aperte e ad assicurare quegli spazi necessari per un effettivo godimento della libertà religiosa».

Originale: Vatican Insider
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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GIANNI VALENTE
ROMA
 
Il «criterio» del cristianesimo non è l’astrattezza delle «belle parole», o le «fantasie» dei «falsi profeti», ma è la «concretezza». Lo ha detto Papa Francesco oggi Papa Francesco, nell’omelia pronunciata a braccio durante la messa mattutina celebrata a Casa Santa Marta. Poche ore dopo, a tale criterio è stato improntato anche il tradizionale discorso pronunciato a inizio di ogni anno dal Papa davanti ai membri del corpo dilpomatico accreditato presso la Santa Sede. Il filo rosso che attraversa tutto l’intervento papale, atteso ogni anno come strumento di decifrazione della geopolitica vaticana, è quello del realismo, condensato nella formula del multi-polarismo e della “diplomazia multilaterale” come strumenti più consoni a ridurre i conflitti e alleviare le sofferenze reali dei popoli.

Una Chiesa che non detta legge al mondo 
Il Vescovo di Roma, fin dalle prime battute del suo intervento, ha messo in chiaro che la Chiesa si interessa delle emergenze materiali e sociali che riguardano l’intera famiglia umana solo per «obbedienza alla sua missione spirituale», senza voler «ingerire nella vita degli Stati», e con il solo «desiderio di porsi al servizio del bene di ogni essere umano». Una premura «che spinge la Chiesa in ogni luogo ad adoperarsi per favorire l’edificazione di società pacifiche e riconciliate». Il Papa non elabora nuove teorie geopolitiche. Si muove nel solco “realista” del predecessore Paolo VI, utilizzando il discorso del 1965 del Pontefice bresciano all’Onu come bussola per orientarsi davanti all’attuale stato del mondo.

La prospettiva della “diplomazia multilaterale” viene riproposta senza concessioni a teorie geo-politiche idealiste, come tentativo storico, imperfetto ma efficace, di regolare i rapporti tra le nazioni – secondo le parole dello stesso Papa Montini – sulla base della ragione, della giustizia, del diritto, dalla trattativa, e non della forza, della guerra o dell’inganno. Tale tentativo, incarnatosi storicamente nell’istituzione della Società delle Nazioni e poi dell’Onu, si fondava anche sulla disponibilità a «accettare gli inevitabili compromessi che nascono dal confronto tra le parti».

Nessuna nuova “guerra santa” 

Il Papa riconosce che oggi il sistema di gestione del mondo basato sulle relazioni multilaterali viene indebolito dal riapparire di «propensioni populistiche e nazionalistiche», come avvenne tra la Prima e la Seconda Guerra mondiale. Matale diagnosi non prefigura di per sé nessuna convocazione papale di guerre sante o di nuove “sante alleanze”, nemmeno contro i nuovi soggetti populisti e nazionalisti.

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Le parole del Vescovo di Roma poco si prestano a funzionare come lubrificante di ideologie globaliste di marca mondialista e liberista. Piuttosto, il Successore di Pietro riconosce che le stesse pulsioni neo-nazionaliste sono almeno un parte una reazione alla «accresciuta preponderanza» di «poteri e gruppi di interesse che impongono le proprie visioni e idee, innescando nuove forme di colonizzazione ideologica, non di rado irrispettose dell’identità, della dignità e della sensibilità dei popoli».

Anche quando parla dell’anniversario del 1989 e della caduta del Muro di Berlino, Papa Francesco non riecheggia la retorica da “palingenesi dei popoli” che con cui tanti intellettuali cattolici raccontarono la fine del comunismo nei Paesi dell’Est europeo. Il Pontefice invita più che altro a non dimenticare i «benefici – primo tra tutti la pace – apportati dal cammino di amicizia e avvicinamento tra i popoli intrapreso dal secondo dopoguerra».

Le nuove forme della predilezione per i deboli 

Anche le parole su profughi, immigrati e “nuovi” oppressi è stata riproposta da Papa Francesco citando Paolo VI, camminando nel solco della evangelica predilezione per i poveri, e quindi senza disprezzo e saccenza nei confronti degli Stati e delle istituzioni politiche nazionali e internazionali.

Riguardo ai profughi dei conflitti mediorientali, il Papa ha anche rilanciato gli allarmi di governi locali – come quello libanese e quello giordano – travolti dagli esodi di milioni di siriani in fuga, esprimendo «l’auspicio che i rifugiati possano fare rientro in patria, in condizioni di vita e di sicurezza adeguate». Sul fenomeno globale dei migranti, ha richiamato tutti a contrastare anche le cause che spingono milioni di persone a abbandonare 1a propria famiglia e nazione, ricordando che «a una questione così universale non si possano dare soluzioni parziali». E pur ricordando il coinvolgimento della Santa Sede nei negoziati e per l’adozione dei due “Global Compacts” sui Rifugiati e sulla Migrazione sicura, ordinata e regolare, ha ricordato anche le riserve vaticane «circa quei documenti, richiamati nel Patto riguardante le migrazioni, che contengono terminologie e linee guida non corrispondenti ai suoi principi circa 1a vita e i diritti delle persone». Mentre tra le nuove fragilità legate alla globalizzazione ha richiamato anche l’impoverimento delle classi medie e l’erosione dei salari nei Paesi sviluppati, insieme alla piaga del lavoro minorile e delle nuove forme di «lavoro schiavo». 

Trafficanti d’armi e coperture “religiose”

Il realismo del discorso papale ai diplomatici accreditati in Vaticano si coglie anche nel peso che il Pontefice riconosce al traffico di armi nel condizionare le vicende del mondo. La sconfessione delle politiche di disarmo nucleare e la ricerca di armi sempre più sofisticate e distruttive prefigurano un mondo dove «le relazioni internazionali sono dominate dalla forza militare, dalle intimidazioni reciproche, dall’ostentazione degli arsenali bellici». Scenari dove la diagnosi realista del Papa e della Santa Sede si avverte anche nella premura a evitare che la condizione dei cristiani o le richieste di rispettare e allargare gli spazi propri della libertà religiosa siano prese in ostaggio da operazioni politiche o geo-politiche fatte sulla pelle delle comunità cristiane locali.

Nel suo discorso ai diplomatici il Papa ha ricordato la situazione sofferente di tante comunità cristiane del Medio Oriente, ma ha richiamato anche i «molteplici interessi contrapposti» di natura politica e militare che hanno alimentato i conflitti mediorientali, puntando anche a «frapporre inimicizia fra musulmani e cristiani».

Con la stessa, efficace determinazione, ha sbugiardato anche i tentativi accaniti di chi denigra i contatti in corso tra Santa Sede e governo cinese come una mera performance di apparati a caccia di successi diplomatici da vendere ai giornali a caro prezzo: l’Accordo provvisorio tra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese sulla nomina dei vescovi in Cina, avvenuta il 22 settembre scorso – ha ripetuto il Papa – è stato «frutto di un lungo e ponderato dialogo istituzionale», condotto dai Papi e dai loro collaboratori con il desiderio primario di favorire la riconciliazione dei cattolici cinesi e per un rinnovato slancio per l’annuncio del Vangelo in Cina. Adesso – ha rimarcato Papa Francesco – «per la prima volta dopo tanti anni, tutti i Vescovi in Cina sono in piena comunione con il Successore di Pietro e con la Chiesa universale». E si spera che la continuazione dei contatti tra Pechino e i Palazzi d’Oltretevere «contribuisca a risolvere le questioni aperte e ad assicurare quegli spazi necessari per un effettivo godimento della libertà religiosa».

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