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Il Quaderno di Maya, Isabel Allende, 2013

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«Sentii che mi stavo immergendo in quell’acqua fresca e seppi che il viaggio attraverso il dolore finiva in un vuoto assoluto. Sciogliendomi ebbi la rivelazione che quel vuoto è pieno di tutto ciò che contiene l’universo. È nulla e tutto nello stesso tempo. Luce sacramentale e oscurità insondabile. Sono il vuoto, sono tutto ciò che esiste, sono in ogni foglia del bosco, in ogni goccia di rugiada, in ogni particella di cenere che l’acqua trascina via, sono Paula e sono anche me stessa, sono nulla e tutto il resto in questa vita e in altre, immortale.»

dal libro “Paula” di Isabel Allende

 

Sono ormai 18 anni che seguo e leggo la  Allende. E’ stato feeling ed amore da subito che non sì è mai spento nel corso di tutti questi anni nonostante che impegni seri abbiamo dirottato le mie letture e le mie attenzioni intellettuali ad ambiti e domini molto lontani dalla letteratura cilena e sud americana in genere.

Da quando lessi per me, il suo primo libro nel 1998 Eva Luna, iniziai ad interessarmi non solo della sua persona e delle sue vicissitudini ma anche del suo paese il Cile. Feci interminabili ricerche e lessi tutto quello che riuscii a trovare in campo antropologico, economico, storico e soprattutto geografico.

Fin d’allora mi sono sempre chiesta quando questa mirabile narratrice – ex giornalista d’assalto in gioventù e itinerante cosmopolita per impianto famigliare – si sarebbe cimentata ad includere in una delle sue opere un cameo che ancora mancava. Un luogo a me sconosciuto prima delle mie ricerche ma da allora mai più dimenticato tanto da essere da me utilizzato già all’epoca per creare la mia e-mail personale.

Quando fine ottobre 2015 mi trovavo a girovagare per il centro storico di un capoluogo della Svizzera tedesca e vidi in una libreria questa sua opera non ho saputo resistere. Sapevo che mancava alla mia collezione quindi non ebbi un attimo di esitazione. Per fortuna era in edizione tascabile, il franco svizzero non perdona, ed aprendolo a caso mi imbattei proprio con la pagina descrittiva più affascinante che potessi trovare sull’isola che mi aveva già stregato un decennio prima. La meravigliosa isola di Chiloé.

Maya Vidal, una ragazza diciannovenne, drogata e alcolista, in fuga da spacciatori e agenti dell’FBI, lascia Berkeley per approdare nell’incontaminato arcipelago di Chiloé, nel sud del Cile. Viene ospitata da Manuel Arias, amico di vecchia data della nonna paterna, Nini.

In questo luogo fuori dal mondo Maya scava nel proprio passato e in quello di Manuel. Nini, dopo la morte del marito, il giornalista Felipe Vidal, abbandonò la sua patria, il Cile appunto, nel 1974 insieme al figlioletto Andrés. Giunge in Canada, dove conosce Paul Ditson II, docente universitario di astronomia. Nini sposa Paul e si trasferisce Berkeley. Andrés diviene un pilota e in uno dei suoi viaggi conosce Marta Otter, una hostess danese, che in breve tempo sposa e dalla quale avrà Maya. Marta dopo poco tempo fugge via, affidando Maya alle cure dei nonni, Nini e Paul alias “Popo”.

Maya viene cresciuta dai nonni e vive un’infanzia, e parte dell’adolescenza, spensierata. Ma poi il Popo muore e qualcosa dentro Maya si spezza. Comincia a frequentare cattive compagnie, ad assumere droghe ed alcool, a commettere reati quali furti ed estorsioni. A seguito di questa vita dissoluta, viene mandata in un centro di riabilitazione in Oregon dal quale, alla prima occasione, fugge. Questa fuga porterà Maya a toccare il fondo. Viene stuprata da un camionista che le offre un passaggio e giunta a Las Vegas conosce Brandon Leeman, per conto del quale comincerà a vendere droga. Maya si trasferisce nell’abitazione di Brandon, dove vive anche Freddy, un bambino tossicodipendente con il quale stringerà una profonda amicizia. A Las Vegas Maya assume tutti i generi di droghe e diviene alcolista. Quando lo spacciatore viene ucciso, Maya si trova inseguita dai suoi guardaspalle, Joe Martin e il Cinese.

La ragazza è a conoscenza di un posto segreto dove Brandon aveva nascosto dei soldi e le matrici per stampare delle banconote false che appartengono al fratello dell’uomo. Sia la malavita che l’FBI vogliono impossessarsi delle matrici. Maya conduce una vita da mendicante e giunge al punto di prostituirsi per potersi pagare una dose. Riesce a mettersi in salvo grazie all’aiuto di Freddy, che la affida alle cure delle “Vedove di Gesù”. Una volta che si è disintossicata riprende i contatti con la famiglia e fugge in Cile.

Potrebbe sembrare quasi un’incongruenza riportare la trama in modo così accurato. Ma non lo è affatto. Queste sono le vicende, ma come accade sempre con i libri della Allende i fatti sono l’ordito ma le sue parole, i colori e l’espressività dei suoi sentimenti sono l’opera. Il suo stile è unico e anche in questo libro rimane fedele a sé stessa, lei dipinge immagini e vita. Il quaderno di Maya é però una storia contemporanea e per questo motivo potrebbe a primo acchitto risultare estraneo al patrimonio dell’autrice, o comunque a ciò a cui lei ci ha abituati in tutti questi anni. La sua penna instancabile ci ha portati o in un passato non del tutto definito o in un futuro al quanto improbabile. In entrambi i casi in epoche in cui non abbiamo vissuto e pertanto vi abbiamo trovato più fascino.

Viene raccontato attraverso tappe di estrema crudezza, ma con la bellezza indomita che contraddistingue la mano della Allende, il miracolo per una vita. Il miracolo della vita che può avvenire anche all’interno delle peggio aberrazioni del XXI secolo. E anche in questo caso, il fascino è nelle pieghe della narrazione, non più del passato ma di quelle attuali, che non occorre immaginarle ma si vedono o si conoscono attraverso la cronaca dei mass media.

Come tutti i romanzi della Allende, anche questo porta con sé rinascita, passione e coraggio. Porta con sé il Cile, le tradizioni, la magia, il ritmo. Donne determinate in modo strabiliante. Sì perché le donne, indiscusse protagoniste nei romanzi della nostra scrittrice cilena, sono sempre esseri indomiti, che non chiedono a nessuno il permesso di vivere, amare e sbagliare, e proprio su questo vincolo di forza e fallibilità costruiscono le premesse per l’amore viscerale che lettori e lettrici proveranno inevitabilmente per loro.
Tuttavia Il quaderno di Maya porta con se anche la novità stilistica personale dell’autrice, la quale ha conciliato ad un mondo attuale e moderno, piagato dalle dipendenze, il mondo profondamente interiore e passionale che l’ha sempre contraddistinta; la sua poesia, le sue scenografie che le hanno conferito il titolo di: Regina dei Sentimenti (El Mundo) e che non permettono di staccare gli occhi dalla prima fino all’ultima pagina a nessuno dei suoi lettori.

 

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E. Simonetti
Ha conseguito il Baccalaureato in S. Teologia presso l'Istituto Teologico Abruzzese-Molisano di Chieti affiliato alla Pontificia Università Lateranense - Roma.

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Il Quaderno di Maya, Isabel Allende, 2013

  

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dal libro “Paula” di Isabel Allende

 

Sono ormai 18 anni che seguo e leggo la  Allende. E’ stato feeling ed amore da subito che non sì è mai spento nel corso di tutti questi anni nonostante che impegni seri abbiamo dirottato le mie letture e le mie attenzioni intellettuali ad ambiti e domini molto lontani dalla letteratura cilena e sud americana in genere.

Da quando lessi per me, il suo primo libro nel 1998 Eva Luna, iniziai ad interessarmi non solo della sua persona e delle sue vicissitudini ma anche del suo paese il Cile. Feci interminabili ricerche e lessi tutto quello che riuscii a trovare in campo antropologico, economico, storico e soprattutto geografico.

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Quando fine ottobre 2015 mi trovavo a girovagare per il centro storico di un capoluogo della Svizzera tedesca e vidi in una libreria questa sua opera non ho saputo resistere. Sapevo che mancava alla mia collezione quindi non ebbi un attimo di esitazione. Per fortuna era in edizione tascabile, il franco svizzero non perdona, ed aprendolo a caso mi imbattei proprio con la pagina descrittiva più affascinante che potessi trovare sull’isola che mi aveva già stregato un decennio prima. La meravigliosa isola di Chiloé.

Maya Vidal, una ragazza diciannovenne, drogata e alcolista, in fuga da spacciatori e agenti dell’FBI, lascia Berkeley per approdare nell’incontaminato arcipelago di Chiloé, nel sud del Cile. Viene ospitata da Manuel Arias, amico di vecchia data della nonna paterna, Nini.

In questo luogo fuori dal mondo Maya scava nel proprio passato e in quello di Manuel. Nini, dopo la morte del marito, il giornalista Felipe Vidal, abbandonò la sua patria, il Cile appunto, nel 1974 insieme al figlioletto Andrés. Giunge in Canada, dove conosce Paul Ditson II, docente universitario di astronomia. Nini sposa Paul e si trasferisce Berkeley. Andrés diviene un pilota e in uno dei suoi viaggi conosce Marta Otter, una hostess danese, che in breve tempo sposa e dalla quale avrà Maya. Marta dopo poco tempo fugge via, affidando Maya alle cure dei nonni, Nini e Paul alias “Popo”.

Maya viene cresciuta dai nonni e vive un’infanzia, e parte dell’adolescenza, spensierata. Ma poi il Popo muore e qualcosa dentro Maya si spezza. Comincia a frequentare cattive compagnie, ad assumere droghe ed alcool, a commettere reati quali furti ed estorsioni. A seguito di questa vita dissoluta, viene mandata in un centro di riabilitazione in Oregon dal quale, alla prima occasione, fugge. Questa fuga porterà Maya a toccare il fondo. Viene stuprata da un camionista che le offre un passaggio e giunta a Las Vegas conosce Brandon Leeman, per conto del quale comincerà a vendere droga. Maya si trasferisce nell’abitazione di Brandon, dove vive anche Freddy, un bambino tossicodipendente con il quale stringerà una profonda amicizia. A Las Vegas Maya assume tutti i generi di droghe e diviene alcolista. Quando lo spacciatore viene ucciso, Maya si trova inseguita dai suoi guardaspalle, Joe Martin e il Cinese.

La ragazza è a conoscenza di un posto segreto dove Brandon aveva nascosto dei soldi e le matrici per stampare delle banconote false che appartengono al fratello dell’uomo. Sia la malavita che l’FBI vogliono impossessarsi delle matrici. Maya conduce una vita da mendicante e giunge al punto di prostituirsi per potersi pagare una dose. Riesce a mettersi in salvo grazie all’aiuto di Freddy, che la affida alle cure delle “Vedove di Gesù”. Una volta che si è disintossicata riprende i contatti con la famiglia e fugge in Cile.

Potrebbe sembrare quasi un’incongruenza riportare la trama in modo così accurato. Ma non lo è affatto. Queste sono le vicende, ma come accade sempre con i libri della Allende i fatti sono l’ordito ma le sue parole, i colori e l’espressività dei suoi sentimenti sono l’opera. Il suo stile è unico e anche in questo libro rimane fedele a sé stessa, lei dipinge immagini e vita. Il quaderno di Maya é però una storia contemporanea e per questo motivo potrebbe a primo acchitto risultare estraneo al patrimonio dell’autrice, o comunque a ciò a cui lei ci ha abituati in tutti questi anni. La sua penna instancabile ci ha portati o in un passato non del tutto definito o in un futuro al quanto improbabile. In entrambi i casi in epoche in cui non abbiamo vissuto e pertanto vi abbiamo trovato più fascino.

Viene raccontato attraverso tappe di estrema crudezza, ma con la bellezza indomita che contraddistingue la mano della Allende, il miracolo per una vita. Il miracolo della vita che può avvenire anche all’interno delle peggio aberrazioni del XXI secolo. E anche in questo caso, il fascino è nelle pieghe della narrazione, non più del passato ma di quelle attuali, che non occorre immaginarle ma si vedono o si conoscono attraverso la cronaca dei mass media.

Come tutti i romanzi della Allende, anche questo porta con sé rinascita, passione e coraggio. Porta con sé il Cile, le tradizioni, la magia, il ritmo. Donne determinate in modo strabiliante. Sì perché le donne, indiscusse protagoniste nei romanzi della nostra scrittrice cilena, sono sempre esseri indomiti, che non chiedono a nessuno il permesso di vivere, amare e sbagliare, e proprio su questo vincolo di forza e fallibilità costruiscono le premesse per l’amore viscerale che lettori e lettrici proveranno inevitabilmente per loro.
Tuttavia Il quaderno di Maya porta con se anche la novità stilistica personale dell’autrice, la quale ha conciliato ad un mondo attuale e moderno, piagato dalle dipendenze, il mondo profondamente interiore e passionale che l’ha sempre contraddistinta; la sua poesia, le sue scenografie che le hanno conferito il titolo di: Regina dei Sentimenti (El Mundo) e che non permettono di staccare gli occhi dalla prima fino all’ultima pagina a nessuno dei suoi lettori.

 

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E. Simonetti
Ha conseguito il Baccalaureato in S. Teologia presso l'Istituto Teologico Abruzzese-Molisano di Chieti affiliato alla Pontificia Università Lateranense - Roma.

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