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Home Rubriche Risponde il teologo Il purgatorio non è un’invenzione medievale: il «fuoco interiore» che purifica l’anima

Il purgatorio non è un’invenzione medievale: il «fuoco interiore» che purifica l’anima

Risponde don Gianni Cioli, docente di Teologia morale

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Una lettrice chiede delucidazioni sul purgatorio: è vero che è un concetto introdotto nel medioevo? Il teologo don Gianni Cioli spiega che la dottrina circa il purgatorio «fa parte del patrimonio della fede cattolica e rappresenta, se ben compresa, un consolante motivo di speranza: la salvezza non è riservata soltanto ai perfetti, ma dopo la morte è possibile una purificazione per entrare nella pienezza della vita eterna».

Vorrei avere delucidazioni sul concetto di Purgatorio che, secondo alcuni studiosi, è stato introdotto soltanto in periodo medievale.

Risponde don Gianni Cioli, docente di Teologia morale

Secondo quanto afferma lo storico Jacques Le Goff nel suo libro, La nascita del purgatorio (Torino 1982), al cui pensiero probabilmente la lettrice fa riferimento, la credenza nel purgatorio sarebbe nata solo alla fine del XII secolo. Tale credenza, secondo lo studioso, sarebbe da ricondurre a una nuova visione del mondo a sua volta ricollegabile alle nuove strutture sociali e politiche del feudalesimo e alle conquiste economiche, agricole e mercantili che alla fine del primo secolo del secondo millennio si profilavano.
Se le osservazioni di Le Goff possono risultare interessanti per quanto riguarda la novità terminologica e gli effetti nell’immaginario dei fedeli dell’idea di un terzo un luogo nell’aldilà, fra il paradiso e l’inferno, sarebbe tuttavia errato ritenere che l’idea di una possibile purificazione dopo la morte non sia suffragata dai testi biblici e dalla dottrina di Padri della Chiesa (cf. G. Fighera, Davvero il Purgatorio è un’invenzione medioevale?, in www.tempi.it/blog/purgatorio-invenzione-medioevale/ ). Direi piuttosto che il profilarsi nel medioevo dell’idea di un «purgatorio», con le definizione dottrinali ecclesiastiche che ne sono conseguite, costituisce un caso esemplare di quello che i teologi definiscono «sviluppo del dogma» (cf M. Flick, Il problema dello sviluppo del dogma nella teologia contemporanea, in Gregorianum 33[1952], 5-23).
Come ho già affermato sulle pagine di questo settimanale, in una risposta a una lettera simile arrivata nel 2012, la dottrina circa il purgatorio «fa parte del patrimonio della fede cattolica e rappresenta, se ben compresa, un consolante motivo di speranza: la salvezza non è riservata soltanto ai perfetti, ma dopo la morte è possibile una purificazione per chi non fosse ancora pronto a entrare nella pienezza della vita eterna».
Il Catechismo della Chiesa cattolica sintetizza questa dottrina e la documenta con l’indicazione di relativi testi magisteriali: «Coloro che muoiono nella grazia e nell’amicizia di Dio, ma sono imperfettamente purificati, sebbene siano certi della loro salvezza eterna, vengono però sottoposti, dopo la loro morte, a una purificazione, al fine di ottenere la santità necessaria per entrare nella gioia del cielo. La Chiesa chiama purgatorio questa purificazione finale degli eletti, che è tutt’altra cosa dal castigo dei dannati. La Chiesa ha formulato la dottrina della fede relativa al purgatorio soprattutto nei Concilii di Firenze (Cf Denz. -Schönm. 1304) e di Trento (Cf ibid. 1820; 1580). La Tradizione della Chiesa, rifacendosi a certi passi della Scrittura, (Cf a esempio 1Cor 3,15; 1Pt 1,7) parla di un «fuoco purificatore» (Catechismo della Chiesa Cattolica 1030-1031).
Legata alla dottrina circa il purgatorio è la prassi, profondamente radicata nei cristiani cattolici, di pregare per i morti, di celebrare messe in loro suffragio, di applicare a essi determinate indulgenze secondo quanto stabilito dalla Chiesa, nella convinzione che tutto ciò possa essere di aiuto alla purificazione delle anime dei defunti.
Certo, alcune immagini del purgatorio elaborate dalla fantasia medievale vanno considerate superate e abbandonate. Si deve pure riconoscere che talora la prassi delle indulgenze è stata male intesa e mal gestita contribuendo a screditare la stessa dottrina del purgatorio, abbandonata, com’è noto, dalla riforma protestante.
Il limite di tante immagini tradizionali per un’adeguata comprensione teologica del purgatorio sta nell’applicazione di categorie spazio temporali proprie della nostra esperienza del mondo a una condizione, quella dell’al di là, che appare piuttosto trascendere simili categorie (cf. J. Ratzinger, Escatologia. Morte e vita eterna. Assisi 1996, 239). In genere la teologia contemporanea concorda nell’affermare che il purgatorio «non è un luogo, ma uno stato» (G. Frosini, Aspettando l’aurora, Bologna 1994, 210) né, tanto meno, può essere inteso «come una sorta di campo di concentramento dell’al di là (…) dove l’uomo debba espiare pene che gli vengono assegnate in modo più o meno positivistico» (Ratzinger, Escatologia, 239).
Benedetto XVI, in occasione dell’udienza generale del 12 gennaio 2011, ha mostrato come certe immagini inadeguate possano essere superate rivisitando il pensiero di santa Caterina da Genova († 1515) riportato nel Libro de la Vita mirabile et dottrina santa, de la beata Caterinetta da Genoa. Nel quale si contiene una utile et catholica dimostratione et dechiaratione del purgatorio (Genova 1551) il cui estensore finale fu il confessore della santa, il sacerdote Cattaneo Marabotto.
Nella visione di Caterina – afferma il papa – «il purgatorio non è presentato come un elemento del paesaggio delle viscere della terra: è un fuoco non esteriore, ma interiore. Questo è il purgatorio, un fuoco interiore. La Santa parla del cammino di purificazione dell’anima verso la comunione piena con Dio, partendo dalla propria esperienza di profondo dolore per i peccati commessi, in confronto all’infinito amore di Dio (…). L’anima – dice Caterina – si presenta a Dio ancora legata ai desideri e alla pena che derivano dal peccato, e questo le rende impossibile godere della visione beatifica di Dio. Caterina afferma che Dio è così puro e santo che l’anima con le macchie del peccato non può trovarsi in presenza della divina maestà (…).  L’anima è consapevole dell’immenso amore e della perfetta giustizia di Dio e, di conseguenza, soffre per non aver risposto in modo corretto e perfetto a tale amore, e proprio l’amore stesso a Dio diventa fiamma, l’amore stesso la purifica dalle sue scorie di peccato».

Originale: Toscana Oggi
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Vorrei avere delucidazioni sul concetto di Purgatorio che, secondo alcuni studiosi, è stato introdotto soltanto in periodo medievale.

Risponde don Gianni Cioli, docente di Teologia morale

Secondo quanto afferma lo storico Jacques Le Goff nel suo libro, La nascita del purgatorio (Torino 1982), al cui pensiero probabilmente la lettrice fa riferimento, la credenza nel purgatorio sarebbe nata solo alla fine del XII secolo. Tale credenza, secondo lo studioso, sarebbe da ricondurre a una nuova visione del mondo a sua volta ricollegabile alle nuove strutture sociali e politiche del feudalesimo e alle conquiste economiche, agricole e mercantili che alla fine del primo secolo del secondo millennio si profilavano.
Se le osservazioni di Le Goff possono risultare interessanti per quanto riguarda la novità terminologica e gli effetti nell’immaginario dei fedeli dell’idea di un terzo un luogo nell’aldilà, fra il paradiso e l’inferno, sarebbe tuttavia errato ritenere che l’idea di una possibile purificazione dopo la morte non sia suffragata dai testi biblici e dalla dottrina di Padri della Chiesa (cf. G. Fighera, Davvero il Purgatorio è un’invenzione medioevale?, in www.tempi.it/blog/purgatorio-invenzione-medioevale/ ). Direi piuttosto che il profilarsi nel medioevo dell’idea di un «purgatorio», con le definizione dottrinali ecclesiastiche che ne sono conseguite, costituisce un caso esemplare di quello che i teologi definiscono «sviluppo del dogma» (cf M. Flick, Il problema dello sviluppo del dogma nella teologia contemporanea, in Gregorianum 33[1952], 5-23).
Come ho già affermato sulle pagine di questo settimanale, in una risposta a una lettera simile arrivata nel 2012, la dottrina circa il purgatorio «fa parte del patrimonio della fede cattolica e rappresenta, se ben compresa, un consolante motivo di speranza: la salvezza non è riservata soltanto ai perfetti, ma dopo la morte è possibile una purificazione per chi non fosse ancora pronto a entrare nella pienezza della vita eterna».
Il Catechismo della Chiesa cattolica sintetizza questa dottrina e la documenta con l’indicazione di relativi testi magisteriali: «Coloro che muoiono nella grazia e nell’amicizia di Dio, ma sono imperfettamente purificati, sebbene siano certi della loro salvezza eterna, vengono però sottoposti, dopo la loro morte, a una purificazione, al fine di ottenere la santità necessaria per entrare nella gioia del cielo. La Chiesa chiama purgatorio questa purificazione finale degli eletti, che è tutt’altra cosa dal castigo dei dannati. La Chiesa ha formulato la dottrina della fede relativa al purgatorio soprattutto nei Concilii di Firenze (Cf Denz. -Schönm. 1304) e di Trento (Cf ibid. 1820; 1580). La Tradizione della Chiesa, rifacendosi a certi passi della Scrittura, (Cf a esempio 1Cor 3,15; 1Pt 1,7) parla di un «fuoco purificatore» (Catechismo della Chiesa Cattolica 1030-1031).
Legata alla dottrina circa il purgatorio è la prassi, profondamente radicata nei cristiani cattolici, di pregare per i morti, di celebrare messe in loro suffragio, di applicare a essi determinate indulgenze secondo quanto stabilito dalla Chiesa, nella convinzione che tutto ciò possa essere di aiuto alla purificazione delle anime dei defunti.
Certo, alcune immagini del purgatorio elaborate dalla fantasia medievale vanno considerate superate e abbandonate. Si deve pure riconoscere che talora la prassi delle indulgenze è stata male intesa e mal gestita contribuendo a screditare la stessa dottrina del purgatorio, abbandonata, com’è noto, dalla riforma protestante.
Il limite di tante immagini tradizionali per un’adeguata comprensione teologica del purgatorio sta nell’applicazione di categorie spazio temporali proprie della nostra esperienza del mondo a una condizione, quella dell’al di là, che appare piuttosto trascendere simili categorie (cf. J. Ratzinger, Escatologia. Morte e vita eterna. Assisi 1996, 239). In genere la teologia contemporanea concorda nell’affermare che il purgatorio «non è un luogo, ma uno stato» (G. Frosini, Aspettando l’aurora, Bologna 1994, 210) né, tanto meno, può essere inteso «come una sorta di campo di concentramento dell’al di là (…) dove l’uomo debba espiare pene che gli vengono assegnate in modo più o meno positivistico» (Ratzinger, Escatologia, 239).
Benedetto XVI, in occasione dell’udienza generale del 12 gennaio 2011, ha mostrato come certe immagini inadeguate possano essere superate rivisitando il pensiero di santa Caterina da Genova († 1515) riportato nel Libro de la Vita mirabile et dottrina santa, de la beata Caterinetta da Genoa. Nel quale si contiene una utile et catholica dimostratione et dechiaratione del purgatorio (Genova 1551) il cui estensore finale fu il confessore della santa, il sacerdote Cattaneo Marabotto.
Nella visione di Caterina – afferma il papa – «il purgatorio non è presentato come un elemento del paesaggio delle viscere della terra: è un fuoco non esteriore, ma interiore. Questo è il purgatorio, un fuoco interiore. La Santa parla del cammino di purificazione dell’anima verso la comunione piena con Dio, partendo dalla propria esperienza di profondo dolore per i peccati commessi, in confronto all’infinito amore di Dio (…). L’anima – dice Caterina – si presenta a Dio ancora legata ai desideri e alla pena che derivano dal peccato, e questo le rende impossibile godere della visione beatifica di Dio. Caterina afferma che Dio è così puro e santo che l’anima con le macchie del peccato non può trovarsi in presenza della divina maestà (…).  L’anima è consapevole dell’immenso amore e della perfetta giustizia di Dio e, di conseguenza, soffre per non aver risposto in modo corretto e perfetto a tale amore, e proprio l’amore stesso a Dio diventa fiamma, l’amore stesso la purifica dalle sue scorie di peccato».

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