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Il prete non può tutto ovunque

Un prete non può fare tutto ciò che concerne il ministero (meglio, forse, una certa idea di ministero) in una parrocchia e ovunque in una Chiesa locale.

- Advertisement -
di: M. N.

A oggi non siamo ancora riusciti a trovare un modo per superare il «clerocentrismo» nella vita delle nostre parrocchie, dove il prete è il referente di tutto. Una sorta di imbuto che rischia di strozzare non solo l’ariosità missionaria di una comunità parrocchiale, ma anche il vissuto del ministero che si ritrova molte volte a svolgere funzioni che non gli sono proprie e per cui non è debitamente preparato. Anche il coinvolgimento attivo dei laici in questi ambiti rimane sostanzialmente sussidiario – al massimo alleggerendo le cose da fare, senza però riuscire a ribaltare lo stato di necessaria onnipresenza del prete.

Per quest’ultimo il pendolo tra un insano senso di onnipotenza e una depressione da spaesamento sembra essere molte volte la conseguenza inevitabile. A detrimento di tutti. Riempirsi l’agenda di impegni è solo l’altro lato della medaglia di un rapporto patologico col tempo e con la vita quotidiana.

Ma anche se guardiamo agli ambiti più propri dell’esercizio del ministero, ci accorgiamo di un eccesso che attraversa da cima a fondo la vita del prete: liturgia, predicazione, catechesi, preghiera, carità, e così via… Dando l’impressione che il prete possa fare tutto, a discapito della qualità e della preparazione con cui fa, in virtù della sua ordinazione. Oggi, anche senza tempo di apprendimento dalle pratiche di vita di una comunità parrocchiale. Questo sia quando si viene catapultati, nel giro di brevi anni, dal seminario all’essere parroco; sia quando si moltiplicano le parrocchie di cui un prete è responsabile.

Passare tempo ad apprendere dalla comunità cristiana a cui si è destinati sarebbe invece proprio ciò che aiuterebbe il prete a comprendere il tratto proprio della sua generica vocazione (tutto, ovunque, sempre). Un esercizio di discernimento nella configurazione personale del ministero che il prete deve al vissuto credente della gente della sua comunità parrocchiale.

Un apprendimento dalla fede quotidiana che lo porta a comprendere di non potere tutto del ministero stesso; che alcuni aspetti non sono nelle sue corde; che in altri non è capace; fino a poter delimitare un territorio del ministero rispetto al quale non è solo sacramentalmente abilitato, ma anche pastoralmente e umanamente competente.

Un territorio prezioso non solo per la sua parrocchia, ma anche per tutta una Chiesa locale. Da custodire con cura e da destinare con la dovuta attenzione, quando un vescovo provvede a un cambio di parrocchia. L’urgenza del tappare i buchi di un clero diocesano in diminuzione costante è generalmente fatale rispetto a questa buona limitazione delle possibilità di competenza del ministero ordinato.  Non tutti i preti vanno bene in tutte le parrocchie; e, forse, sarebbe meglio fare senza prete piuttosto che mettere mano a una destinazione parrocchiale che non considera la feconda limitazione del ministero appresa nella comunità che si lascia.

Un prete non può fare tutto ciò che concerne il ministero (meglio, forse, una certa idea di ministero) in una parrocchia e ovunque in una Chiesa locale. Quando invece si chiede surrettiziamente proprio questo, allora si dovrebbe opporre resistenza: sia il prete, sia la comunità parrocchiale – inducendo un serio discernimento condiviso all’interno della Chiesa locale a cui si appartiene.

Originale: Settimana News
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A oggi non siamo ancora riusciti a trovare un modo per superare il «clerocentrismo» nella vita delle nostre parrocchie, dove il prete è il referente di tutto. Una sorta di imbuto che rischia di strozzare non solo l’ariosità missionaria di una comunità parrocchiale, ma anche il vissuto del ministero che si ritrova molte volte a svolgere funzioni che non gli sono proprie e per cui non è debitamente preparato. Anche il coinvolgimento attivo dei laici in questi ambiti rimane sostanzialmente sussidiario – al massimo alleggerendo le cose da fare, senza però riuscire a ribaltare lo stato di necessaria onnipresenza del prete.

Per quest’ultimo il pendolo tra un insano senso di onnipotenza e una depressione da spaesamento sembra essere molte volte la conseguenza inevitabile. A detrimento di tutti. Riempirsi l’agenda di impegni è solo l’altro lato della medaglia di un rapporto patologico col tempo e con la vita quotidiana.

Ma anche se guardiamo agli ambiti più propri dell’esercizio del ministero, ci accorgiamo di un eccesso che attraversa da cima a fondo la vita del prete: liturgia, predicazione, catechesi, preghiera, carità, e così via… Dando l’impressione che il prete possa fare tutto, a discapito della qualità e della preparazione con cui fa, in virtù della sua ordinazione. Oggi, anche senza tempo di apprendimento dalle pratiche di vita di una comunità parrocchiale. Questo sia quando si viene catapultati, nel giro di brevi anni, dal seminario all’essere parroco; sia quando si moltiplicano le parrocchie di cui un prete è responsabile.

Passare tempo ad apprendere dalla comunità cristiana a cui si è destinati sarebbe invece proprio ciò che aiuterebbe il prete a comprendere il tratto proprio della sua generica vocazione (tutto, ovunque, sempre). Un esercizio di discernimento nella configurazione personale del ministero che il prete deve al vissuto credente della gente della sua comunità parrocchiale.

Un apprendimento dalla fede quotidiana che lo porta a comprendere di non potere tutto del ministero stesso; che alcuni aspetti non sono nelle sue corde; che in altri non è capace; fino a poter delimitare un territorio del ministero rispetto al quale non è solo sacramentalmente abilitato, ma anche pastoralmente e umanamente competente.

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Un territorio prezioso non solo per la sua parrocchia, ma anche per tutta una Chiesa locale. Da custodire con cura e da destinare con la dovuta attenzione, quando un vescovo provvede a un cambio di parrocchia. L’urgenza del tappare i buchi di un clero diocesano in diminuzione costante è generalmente fatale rispetto a questa buona limitazione delle possibilità di competenza del ministero ordinato.  Non tutti i preti vanno bene in tutte le parrocchie; e, forse, sarebbe meglio fare senza prete piuttosto che mettere mano a una destinazione parrocchiale che non considera la feconda limitazione del ministero appresa nella comunità che si lascia.

Un prete non può fare tutto ciò che concerne il ministero (meglio, forse, una certa idea di ministero) in una parrocchia e ovunque in una Chiesa locale. Quando invece si chiede surrettiziamente proprio questo, allora si dovrebbe opporre resistenza: sia il prete, sia la comunità parrocchiale – inducendo un serio discernimento condiviso all’interno della Chiesa locale a cui si appartiene.

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