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Il populismo contro papa Francesco

La pubblicazione, in questi giorni, di un «Manifesto della fede», firmato dal cardinale Gehrard Muller, ex prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede, non è un gesto casuale.

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di: Giuseppe Savagnone
 

La pubblicazione, in questi giorni, di un «Manifesto della fede», firmato dal cardinale Gehrard Muller, ex prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede, non è un gesto casuale. Non lo è innanzi tutto per il momento scelto – la vigilia dell’anniversario della rinuncia di Benedetto XVI al pontificato.

Non lo è per il luogo della pubblicazione – il sito conservatore americano Lifesitenews, lo stesso che lo scorso agosto ha rilanciato con grande enfasi la richiesta di dimissioni chieste a Francesco da parte dell’ex nunzio a Washington Carlo Maria Viganò. Non lo è, soprattutto, per l’intento dichiarato dello scritto, volto a denunciare «la crescente confusione sulla dottrina della fede», una denuncia che, senza mai citare direttamente papa Francesco, coinvolge però evidentemente la sua linea dottrinale e pastorale.

Contro l’Amoris Laetitia

Non per nulla nel «Manifesto» si prende una chiara posizione, contraria a quella dell’Amoris laetitia, sull’ammissione ai sacramenti dei divorziati risposati.

Il fondamento di questa posizione è la stessa ripetuta all’infinito, in questi mesi, dai contestatori dell’atteggiamento possibilista – di prudente apertura – che il papa ha indicato nella sua Esortazione apostolica: sarebbe in gioco, qui la fede cattolica sia nel sacramento del matrimonio che in quello dell’eucaristia.

Riferendosi a quest’ultimo il «Manifesto» dice: «Dalla logica interna del sacramento si capisce che i divorziati risposati civilmente, il cui matrimonio sacramentale davanti a Dio è ancora valido, come anche tutti quei cristiani che non sono in piena comunione con la fede cattolica e pure tutti coloro che non sono debitamente disposti, non ricevano la santa Eucaristia fruttuosamente, perché in tal modo essa non li conduce alla salvezza».

Pastorale e dogma

Siamo davanti, ancora una volta, al rifiuto di prendere atto della distinzione – che non è una separazione! – tra la dimensione dogmatica del cristianesimo e quella pastorale.

Ciò che nell’Amoris laetitia si dice non mette minimamente in discussione il valore del matrimonio cristiano né quello dell’eucaristia, ma invita soltanto la Chiesa ad accompagnare, sul piano pastorale, coloro che si trovano in una situazione sbagliata, in un percorso di penitenziale che, senza potere riparare il male commesso (come non lo può riparare l’assassino: e anche un matrimonio può esser stato «ucciso» in modo irreparabile), li porti però a scoprire la misericordia di Dio come una prospettiva capace di riattivare la vita di fede e la partecipazione alla comunità cristiana.

È difficile capire come su un punto che avrebbe dovuto, nella peggiore delle ipotesi, suggerire il dubbio di un’eccessiva apertura pastorale, si sia scatenata una battaglia che mira a mettere in discussione l’ortodossia di papa Francesco.

Tanto più, visto che una simile polemica non si è mai attivata contro l’ammissione ai sacramenti di personaggi corrotti, o in aperta contraddizione col vangelo sia per la loro vita che per le loro scelte culturali e politiche.

Quanto al rispetto del sacramento del matrimonio, forse il vero sacrilegio non è quello di avere misericordia verso chi si trova a viverne la crisi – a volte senza alcuna colpa –, ma quello di permettere che si sposino sacramentalmente persone che in realtà non hanno alcuna idea del significato di ciò che stanno facendo e scontano poi, nella loro esperienza matrimoniale, questa radicale irresponsabilità.

La reazione contro la catechesi di Francesco

Resta la sorpresa di fronte all’opposizione nei confronti di questo papa da parte di settori consistenti della Chiesa, con uno stile che non può non richiamare quello del populismo, basato sulla virulenza dei social. Una contestazione dal basso, anche se pilotata da qualche alto prelato, che mai si era verificata, in età contemporanea, e per cui bisogna risalire alla fine del medio evo.

Ma forse la sorpresa si attenua quando si scopre che ai motivi dottrinali – veramente inconsistenti – se ne associano altri, collegati all’ondata di un altro populismo, quello xenofobo, che sta devastando il mondo occidentale, un tempo depositario della civiltà cristiana.

Il Vaticano e i migranti

In un articolo dello scorso dicembre Antonio Socci uno dei più noti e rumorosi esponenti di questo fronte anti-Francesco, attaccava sotto questo profilo l’adesione del Vaticano al Global Compact sull’immigrazione, che sia gli Stati Uniti che l’Italia hanno rifiutato di firmare, definendo una «dichiarazione sconcertante» quella del cardinale Parolin, segretario di Stato, secondo cui «poter migrare è un diritto», con la conseguente condanna della chiusura delle frontiere e dei porti.

«Un’ idea del genere», osservava Socci, «grottesca fino al ridicolo (oltreché inquietante), di per sé distrugge la sovranità di qualunque Stato, perché se uno Stato non può controllare le sue frontiere ed è costretto a subire qualsiasi emigrazione di massa, non esiste più come Stato. Basti pensare all’Italia che dovrebbe rassegnarsi, senza poter fare nulla, alla potenziale emigrazione sul suo territorio di centinaia di milioni di persone dall’Africa. Sarebbe davvero un’invasione e con effetti apocalittici».

Anche su questo fronte sarebbe forse inutile spiegare a Socci – nonché ai tanti che si sono scagliati in questi mesi contro il papa e i «vescovoni», come li ha irrisoriamente chiamati Salvini – che il principio dell’apertura non esclude affatto misure opportune per calibrare accoglienza e integrazione (come del resto lo stesso Francesco ha esplicitamente sottolineato), in attesa che si riesca a mettere in atto la soluzione di fondo su cui tutti concordano – eliminare le cause dell’emigrazione dai paesi poveri e in guerra.

Come sarebbe inutile far notare che il dramma che l’Occidente sta vivendo non è la sua difficoltà pratica nel gestire il fenomeno migratorio, ma il dilagare della cultura della paura, del disprezzo e dell’odio dei «diversi», che ha fatto diventare ossessivo e indiscriminato il rifiuto.

La violenza della contestazione

Sta di fatto che oggi assistiamo a una alleanza strettissima, all’interno della Chiesa, tra gli ambienti che combattono il papa per le sue posizioni teologico-pastorali e quelli che lo avversano per i suoi incessanti richiami.

In entrambi i casi quello che colpisce non è l’esistenza di un dibattito interno alle comunità cristiane – che sarebbe, se garbato e rispettoso, espressione di un legittimo pluralismo –, ma la violenza inaudita, l’arroganza e la presunzione con cui ci si impanca a giudici del pontefice, dall’uno o dall’altro punto di vista, sopperendo alla propria incompetenza e alla propria mancanza di informazione con la forza del numero e con l’esasperazione dei toni.

Accade così che un papa, che ha cercato come pochi altri – forse il solo esempio paragonabile è Giovanni XXIII – di venire incontro alla gente con la sua umanità, viene oggi attaccato come nessun altro papa dai suoi stessi fedeli e da una parte dello stesso clero.

Le conseguenze a lungo termine

Nel «Manifesto» del cardinale Müller viene evocata l’oscura minaccia dell’Anticristo, che in questo tempo rischia di travolgere la Chiesa. Non sono sicuro che si possa chiamare così, ma qualcosa di nuovo e di grave sta minacciando la comunità dei discepoli di Gesù.

Non so se il cardinale e Socci, o tutti coloro che seguono con tanta sicurezza le loro orme, si siano mai chiesti che cosa accadrà quando, per l’inevitabile corso della natura, papa Francesco ci lascerà e subentrerà un suo successore.

Se, cioè, abbiano mai sospettato che, dopo avere screditato e delegittimato un pontefice di cui non si condividevano le scelte, non potranno meravigliarsi se altri, da punti di vista magari opposti, faranno lo stesso nei confronti del nuovo papa. Chi sega un ramo dovrebbe chiedersi se non sia quello su cui lui stesso è seduto.

Originale: Settimana News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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Il populismo contro papa Francesco

La pubblicazione, in questi giorni, di un «Manifesto della fede», firmato dal cardinale Gehrard Muller, ex prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede, non è un gesto casuale.

  

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La pubblicazione, in questi giorni, di un «Manifesto della fede», firmato dal cardinale Gehrard Muller, ex prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede, non è un gesto casuale. Non lo è innanzi tutto per il momento scelto – la vigilia dell’anniversario della rinuncia di Benedetto XVI al pontificato.

Non lo è per il luogo della pubblicazione – il sito conservatore americano Lifesitenews, lo stesso che lo scorso agosto ha rilanciato con grande enfasi la richiesta di dimissioni chieste a Francesco da parte dell’ex nunzio a Washington Carlo Maria Viganò. Non lo è, soprattutto, per l’intento dichiarato dello scritto, volto a denunciare «la crescente confusione sulla dottrina della fede», una denuncia che, senza mai citare direttamente papa Francesco, coinvolge però evidentemente la sua linea dottrinale e pastorale.

Contro l’Amoris Laetitia

Non per nulla nel «Manifesto» si prende una chiara posizione, contraria a quella dell’Amoris laetitia, sull’ammissione ai sacramenti dei divorziati risposati.

Il fondamento di questa posizione è la stessa ripetuta all’infinito, in questi mesi, dai contestatori dell’atteggiamento possibilista – di prudente apertura – che il papa ha indicato nella sua Esortazione apostolica: sarebbe in gioco, qui la fede cattolica sia nel sacramento del matrimonio che in quello dell’eucaristia.

Riferendosi a quest’ultimo il «Manifesto» dice: «Dalla logica interna del sacramento si capisce che i divorziati risposati civilmente, il cui matrimonio sacramentale davanti a Dio è ancora valido, come anche tutti quei cristiani che non sono in piena comunione con la fede cattolica e pure tutti coloro che non sono debitamente disposti, non ricevano la santa Eucaristia fruttuosamente, perché in tal modo essa non li conduce alla salvezza».

Pastorale e dogma
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Siamo davanti, ancora una volta, al rifiuto di prendere atto della distinzione – che non è una separazione! – tra la dimensione dogmatica del cristianesimo e quella pastorale.

Ciò che nell’Amoris laetitia si dice non mette minimamente in discussione il valore del matrimonio cristiano né quello dell’eucaristia, ma invita soltanto la Chiesa ad accompagnare, sul piano pastorale, coloro che si trovano in una situazione sbagliata, in un percorso di penitenziale che, senza potere riparare il male commesso (come non lo può riparare l’assassino: e anche un matrimonio può esser stato «ucciso» in modo irreparabile), li porti però a scoprire la misericordia di Dio come una prospettiva capace di riattivare la vita di fede e la partecipazione alla comunità cristiana.

È difficile capire come su un punto che avrebbe dovuto, nella peggiore delle ipotesi, suggerire il dubbio di un’eccessiva apertura pastorale, si sia scatenata una battaglia che mira a mettere in discussione l’ortodossia di papa Francesco.

Tanto più, visto che una simile polemica non si è mai attivata contro l’ammissione ai sacramenti di personaggi corrotti, o in aperta contraddizione col vangelo sia per la loro vita che per le loro scelte culturali e politiche.

Quanto al rispetto del sacramento del matrimonio, forse il vero sacrilegio non è quello di avere misericordia verso chi si trova a viverne la crisi – a volte senza alcuna colpa –, ma quello di permettere che si sposino sacramentalmente persone che in realtà non hanno alcuna idea del significato di ciò che stanno facendo e scontano poi, nella loro esperienza matrimoniale, questa radicale irresponsabilità.

La reazione contro la catechesi di Francesco

Resta la sorpresa di fronte all’opposizione nei confronti di questo papa da parte di settori consistenti della Chiesa, con uno stile che non può non richiamare quello del populismo, basato sulla virulenza dei social. Una contestazione dal basso, anche se pilotata da qualche alto prelato, che mai si era verificata, in età contemporanea, e per cui bisogna risalire alla fine del medio evo.

Ma forse la sorpresa si attenua quando si scopre che ai motivi dottrinali – veramente inconsistenti – se ne associano altri, collegati all’ondata di un altro populismo, quello xenofobo, che sta devastando il mondo occidentale, un tempo depositario della civiltà cristiana.

Il Vaticano e i migranti

In un articolo dello scorso dicembre Antonio Socci uno dei più noti e rumorosi esponenti di questo fronte anti-Francesco, attaccava sotto questo profilo l’adesione del Vaticano al Global Compact sull’immigrazione, che sia gli Stati Uniti che l’Italia hanno rifiutato di firmare, definendo una «dichiarazione sconcertante» quella del cardinale Parolin, segretario di Stato, secondo cui «poter migrare è un diritto», con la conseguente condanna della chiusura delle frontiere e dei porti.

«Un’ idea del genere», osservava Socci, «grottesca fino al ridicolo (oltreché inquietante), di per sé distrugge la sovranità di qualunque Stato, perché se uno Stato non può controllare le sue frontiere ed è costretto a subire qualsiasi emigrazione di massa, non esiste più come Stato. Basti pensare all’Italia che dovrebbe rassegnarsi, senza poter fare nulla, alla potenziale emigrazione sul suo territorio di centinaia di milioni di persone dall’Africa. Sarebbe davvero un’invasione e con effetti apocalittici».

Anche su questo fronte sarebbe forse inutile spiegare a Socci – nonché ai tanti che si sono scagliati in questi mesi contro il papa e i «vescovoni», come li ha irrisoriamente chiamati Salvini – che il principio dell’apertura non esclude affatto misure opportune per calibrare accoglienza e integrazione (come del resto lo stesso Francesco ha esplicitamente sottolineato), in attesa che si riesca a mettere in atto la soluzione di fondo su cui tutti concordano – eliminare le cause dell’emigrazione dai paesi poveri e in guerra.

Come sarebbe inutile far notare che il dramma che l’Occidente sta vivendo non è la sua difficoltà pratica nel gestire il fenomeno migratorio, ma il dilagare della cultura della paura, del disprezzo e dell’odio dei «diversi», che ha fatto diventare ossessivo e indiscriminato il rifiuto.

La violenza della contestazione

Sta di fatto che oggi assistiamo a una alleanza strettissima, all’interno della Chiesa, tra gli ambienti che combattono il papa per le sue posizioni teologico-pastorali e quelli che lo avversano per i suoi incessanti richiami.

In entrambi i casi quello che colpisce non è l’esistenza di un dibattito interno alle comunità cristiane – che sarebbe, se garbato e rispettoso, espressione di un legittimo pluralismo –, ma la violenza inaudita, l’arroganza e la presunzione con cui ci si impanca a giudici del pontefice, dall’uno o dall’altro punto di vista, sopperendo alla propria incompetenza e alla propria mancanza di informazione con la forza del numero e con l’esasperazione dei toni.

Accade così che un papa, che ha cercato come pochi altri – forse il solo esempio paragonabile è Giovanni XXIII – di venire incontro alla gente con la sua umanità, viene oggi attaccato come nessun altro papa dai suoi stessi fedeli e da una parte dello stesso clero.

Le conseguenze a lungo termine

Nel «Manifesto» del cardinale Müller viene evocata l’oscura minaccia dell’Anticristo, che in questo tempo rischia di travolgere la Chiesa. Non sono sicuro che si possa chiamare così, ma qualcosa di nuovo e di grave sta minacciando la comunità dei discepoli di Gesù.

Non so se il cardinale e Socci, o tutti coloro che seguono con tanta sicurezza le loro orme, si siano mai chiesti che cosa accadrà quando, per l’inevitabile corso della natura, papa Francesco ci lascerà e subentrerà un suo successore.

Se, cioè, abbiano mai sospettato che, dopo avere screditato e delegittimato un pontefice di cui non si condividevano le scelte, non potranno meravigliarsi se altri, da punti di vista magari opposti, faranno lo stesso nei confronti del nuovo papa. Chi sega un ramo dovrebbe chiedersi se non sia quello su cui lui stesso è seduto.

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