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«Il popolo ha fiuto nel distinguere i buoni pastori dai mercenari»

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Francesco canonizza sei nuovi santi: «Il Vangelo ci ricorda che la vicinanza e la tenerezza sono la regola di vita anche per noi». E all’Angelus: «Ispirandosi ai due nuovi santi, i cristiani dell’India proseguano nel cammino della solidarietà e della convivenza»

ANDREA TORNIELLI
CITTÀ DEL VATICANO

«Il popolo di Dio possiede un fiuto infallibile nel riconoscere i buoni pastori e distinguerli dai mercenari». Nel giorno della festa di Cristo Re Papa Francesco proclama in piazza San Pietro sei nuovi santi, accomunati dall’amore per i poveri: «Il Vangelo ci dice che cosa il regno di Gesù chiede a noi: ci ricorda che la vicinanza e la tenerezza sono la regola di vita anche per noi, e su questo saremo giudicati». A essere canonizzati sono i beati Giovanni Antonio Farina (1803-1888); Kuriakose Elias Chavara della Sacra Famiglia (1805-1871); Ludovico da Casoria (1814-1885); Nicola da Longobardi (1650-1709); Eufrasia Eluvathingal del Sacro Cuore (1877-1952); Amato Ronconi (ca 1226-ca 1292).

Nell’omelia, Papa Bergoglio ha spiegato «come Gesù ha realizzato il regno: lo ha fatto con la vicinanza e la tenerezza verso di noi». Commentando la prima Lettura di Ezechiele, dove si parla del buon pastore, Francesco ha detto: «Tutto questo brano è intessuto di verbi che indicano la premura e l’amore del pastore verso il suo gregge: cercare, passare in rassegna, radunare dalla dispersione, condurre al pascolo, far riposare, cercare la pecora perduta, ricondurre quella smarrita, fasciare la ferita, curare la malata, avere cura, pascere. Tutti questi atteggiamenti sono diventati realtà in Gesù Cristo».

«Quanti nella Chiesa siamo chiamati ad essere pastori – ha detto il Papa –  non possiamo discostarci da questo modello, se non vogliamo diventare dei mercenari. A questo riguardo, il popolo di Dio possiede un fiuto infallibile nel riconoscere i buoni pastori e distinguerli dai mercenari».

Francesco ha spiegato che «Gesù non è un re alla maniera di questo mondo: per Lui regnare non è comandare, ma obbedire al Padre, consegnarsi a Lui, perché si compia il suo disegno d’amore e di salvezza». E ha aggiunto: «Il Vangelo ci dice che cosa il regno di Gesù chiede a noi: ci ricorda che la vicinanza e la tenerezza sono la regola di vita anche per noi, e su questo saremo giudicati. È la grande parabola del giudizio finale di Matteo 25. Il Re dice: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. I giusti domanderanno: quando mai abbiamo fatto tutto questo? Ed Egli risponderà: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”».

La salvezza, ha detto ancora il Papa, «non comincia dalla confessione della regalità di Cristo, ma dall’imitazione delle opere di misericordia mediante le quali Lui ha realizzato il Regno. Chi le compie dimostra di avere accolto la regalità di Gesù, perché ha fatto spazio nel suo cuore alla carità di Dio. Alla sera della vita saremo giudicati sull’amore, sulla prossimità e sulla tenerezza verso i fratelli. Da questo dipenderà il nostro ingresso o meno nel regno di Dio, la nostra collocazione dall’una o dall’altra parte». E farsi «concretamente prossimo» significa anche «condividere ciò che abbiamo di più prezioso, cioè Gesù stesso e il suo Vangelo!».

I nuovi santi, ha concluso Francesco, hanno «risposto con straordinaria creatività al comandamento dell’amore di Dio e del prossimo. Si sono dedicati senza risparmio al servizio degli ultimi, assistendo indigenti, ammalati, anziani, pellegrini. La loro predilezione per i piccoli e i poveri era il riflesso e la misura dell’amore incondizionato a Dio».

Prima di recitare l’Angelus sul sagrato di San Pietro a conclusione della messa di canonizzazione, il Papa ha detto: «Per l’intercessione dei due santi indiani, provenienti dal Kerala, grande terra di fede e di vocazioni sacerdotali e missionarie il Signore conceda un nuovo impulso missionario alla Chiesa che è in India, che è tanto brava, affinché ispirandosi al loro esempio di concordia e riconciliazione, i cristiani dell’India proseguano nel cammino della solidarietà e della convivenza fraterna».Citando, infine, l’esempio dei quattro santi italiani, Francesco ha auspicato che esso «aiuti il caro popolo italiano a ravvivare lo spirito di collaborazione e di concordia per il bene comune e a guardare con speranza al futuro, confidando nella vicinanza di Dio che mai abbandona, anche nei momenti difficili».

Redazionehttps://www.spesalvi.it
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Francesco canonizza sei nuovi santi: «Il Vangelo ci ricorda che la vicinanza e la tenerezza sono la regola di vita anche per noi». E all’Angelus: «Ispirandosi ai due nuovi santi, i cristiani dell’India proseguano nel cammino della solidarietà e della convivenza»

ANDREA TORNIELLI
CITTÀ DEL VATICANO

«Il popolo di Dio possiede un fiuto infallibile nel riconoscere i buoni pastori e distinguerli dai mercenari». Nel giorno della festa di Cristo Re Papa Francesco proclama in piazza San Pietro sei nuovi santi, accomunati dall’amore per i poveri: «Il Vangelo ci dice che cosa il regno di Gesù chiede a noi: ci ricorda che la vicinanza e la tenerezza sono la regola di vita anche per noi, e su questo saremo giudicati». A essere canonizzati sono i beati Giovanni Antonio Farina (1803-1888); Kuriakose Elias Chavara della Sacra Famiglia (1805-1871); Ludovico da Casoria (1814-1885); Nicola da Longobardi (1650-1709); Eufrasia Eluvathingal del Sacro Cuore (1877-1952); Amato Ronconi (ca 1226-ca 1292).

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Nell’omelia, Papa Bergoglio ha spiegato «come Gesù ha realizzato il regno: lo ha fatto con la vicinanza e la tenerezza verso di noi». Commentando la prima Lettura di Ezechiele, dove si parla del buon pastore, Francesco ha detto: «Tutto questo brano è intessuto di verbi che indicano la premura e l’amore del pastore verso il suo gregge: cercare, passare in rassegna, radunare dalla dispersione, condurre al pascolo, far riposare, cercare la pecora perduta, ricondurre quella smarrita, fasciare la ferita, curare la malata, avere cura, pascere. Tutti questi atteggiamenti sono diventati realtà in Gesù Cristo».

«Quanti nella Chiesa siamo chiamati ad essere pastori – ha detto il Papa –  non possiamo discostarci da questo modello, se non vogliamo diventare dei mercenari. A questo riguardo, il popolo di Dio possiede un fiuto infallibile nel riconoscere i buoni pastori e distinguerli dai mercenari».

Francesco ha spiegato che «Gesù non è un re alla maniera di questo mondo: per Lui regnare non è comandare, ma obbedire al Padre, consegnarsi a Lui, perché si compia il suo disegno d’amore e di salvezza». E ha aggiunto: «Il Vangelo ci dice che cosa il regno di Gesù chiede a noi: ci ricorda che la vicinanza e la tenerezza sono la regola di vita anche per noi, e su questo saremo giudicati. È la grande parabola del giudizio finale di Matteo 25. Il Re dice: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. I giusti domanderanno: quando mai abbiamo fatto tutto questo? Ed Egli risponderà: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me”».

La salvezza, ha detto ancora il Papa, «non comincia dalla confessione della regalità di Cristo, ma dall’imitazione delle opere di misericordia mediante le quali Lui ha realizzato il Regno. Chi le compie dimostra di avere accolto la regalità di Gesù, perché ha fatto spazio nel suo cuore alla carità di Dio. Alla sera della vita saremo giudicati sull’amore, sulla prossimità e sulla tenerezza verso i fratelli. Da questo dipenderà il nostro ingresso o meno nel regno di Dio, la nostra collocazione dall’una o dall’altra parte». E farsi «concretamente prossimo» significa anche «condividere ciò che abbiamo di più prezioso, cioè Gesù stesso e il suo Vangelo!».

I nuovi santi, ha concluso Francesco, hanno «risposto con straordinaria creatività al comandamento dell’amore di Dio e del prossimo. Si sono dedicati senza risparmio al servizio degli ultimi, assistendo indigenti, ammalati, anziani, pellegrini. La loro predilezione per i piccoli e i poveri era il riflesso e la misura dell’amore incondizionato a Dio».

Prima di recitare l’Angelus sul sagrato di San Pietro a conclusione della messa di canonizzazione, il Papa ha detto: «Per l’intercessione dei due santi indiani, provenienti dal Kerala, grande terra di fede e di vocazioni sacerdotali e missionarie il Signore conceda un nuovo impulso missionario alla Chiesa che è in India, che è tanto brava, affinché ispirandosi al loro esempio di concordia e riconciliazione, i cristiani dell’India proseguano nel cammino della solidarietà e della convivenza fraterna».Citando, infine, l’esempio dei quattro santi italiani, Francesco ha auspicato che esso «aiuti il caro popolo italiano a ravvivare lo spirito di collaborazione e di concordia per il bene comune e a guardare con speranza al futuro, confidando nella vicinanza di Dio che mai abbandona, anche nei momenti difficili».

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