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Il peccato originale: cosa dice la teologia?

Risponde padre Athos Turchi, docente di filosofia alla Facoltà teologica dell'Italia centrale.

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È tempo di cambiare la dottrina sul peccato originale, alla luce dei dati evolutivi? Lo chiede un giovane lettore che si dice interessato agli studi teologici. Risponde padre Athos Turchi, docente di filosofia alla Facoltà teologica dell’Italia centrale.

Ho 22 anni. Nel mio tempo libero mi piace leggere e studiacchiare teologia. È da tempo che rifletto sul peccato originale. Cosa si aspetta a cambiare la dottrina su questo argomento?  Essa è evidentemente in contrasto con i dati evolutivi. Non è vero che la morte biologica, la sofferenza, le malattie, i disastri naturali sono entrati nel mondo a causa di questo presunto peccato o come si legge «per invidia del diavolo». Questi sono retaggi culturali che devono essere superati perché non fedeli col dato reale. Quando una presunta teoria o verità non collima coi fatti bisogna per onestà intellettuale essere disposti a cambiare e a mettere in discussione ciò che sembrava certo.

Nella scienza si procede esattamente in questo modo. È grazie alle aporie di una teoria che si progredisce. Questo è chiaro nel mondo scientifico. Non capisco perché questo modus operandi non si possa applicare anche alle scienze teologiche. Ammettere un errore non è sintomo di incompetenza o inferiorità. La verità esiste ma il nostro modo di accoglierla e capirla sarà sempre imperfetto perché il linguaggio e le conoscenze evolvono. Più si va avanti e più abbiamo una comprensione «vera» della verità. Bisogna iniziare a pensare ad un paradigma teologico evolutivo per risolvere la questione.

In questa direzione come non ricordare il lavoro svolto da Teilhard de Chardein, dal teologo don Carlo Molari. Quest’ultimo mostra come una «teologia dinamica» risolverebbe questi problemi. Non mi dilungo. E poi viene spontaneo domandarsi: quale padre colpisce per la colpa di un figlio anche gli altri? Cioè Adamo ha commesso il peccato e per colpa sua si è riversato sull’intero genero umano e sulla natura tutta questa corruzione. Non riesco proprio ad accettare questo. Grazie per l’ascolto.

Luca

Il giovane «studiacchiatore» di teologia solleva una molteplicità di problemi non semplici da affrontare. Mi scuso per la forma sintetica che potrebbe risultare non troppo chiara.

Il primo problema è questo: la scienza teologica non è quella scientifica, è diversa e non sono totalmente compatibili. Se il giovane lettore tornando a casa trovasse sul tavolo una mazzetta di un milione di euro, riterrebbe che sia passato un benefattore. Supponiamo che lo voglia ringraziare. Come fa a rintracciarlo? Se è uno scienziato analizza il denaro, che porta alla tipografia, e da qui alla fabbrica della carta e infine al bosco di betulle, da dove la materia dei fogli di denaro è stata tratta. Un scienziato non potrà mai arrivare al benefattore. Se invece è un teologo, lascia sul tavolo il denaro e cerca di indagare tra gli amici, o riflette su se stesso se ha meritato tanto, o pensa a chi possa esser rimasto simpatico. Lo scienziato indaga il denaro, il teologo il «dono» che non è il denaro. Per cui avendo Dio creato il mondo ex nihilo, lo scienziato tornerà al nulla del mondo e mai a Dio, e il teologo indagherà, non sul mondo ma, sul senso del mondo e da qui a Dio.

Se il mondo fosse come dice il giovane amico, riducibile all’evoluzione della materia, il male non potrebbe esserci e noi non potremmo sapere del male, perché tutto sarebbe «necessario». Infatti il male può dirsi tale rispetto al bene che deriva da un atto libero, ma tutto ciò che è in evoluzione avviene necessariamente in modo deterministico e causale – come sostengono gli scienziati -, per cui il bene non può trovare luogo e perciò neppure il male. Se il male c’è è dovuto alla libertà che l’uomo ha di andare contro l’esser-bene, ma è solo ridicolo pensare che il bene sia la stessa cosa delle leggi fisiche della materia. La libertà non è spiegabile né comprensibile in un mondo di solo meccanicismo materiale in evoluzione. Di più, anche la cosiddetta moralità umana, entro la quale si dice che la persona agisca nel bene e nel male, non avrebbe modo di esistere, perché gli istinti, la psicologia e gli impulsi degli animali possiamo spiegarli solo supponendo la razionalità umana e regredendo ad essi dallo spirito umano, e pensare il contrario è come voler fare della serratura la chiave. La moralità, la libertà e la coscienza sono presenze impossibili a essere spiegate da leggi fisiche, perché per sapere delle leggi fisiche bisogna possedere quelle qualità che sono anteriori logicamente e realmente.

L’essere o, se non si intende pienamente il senso di tale parola, la realtà tutta è di principio sorgente e produttrice di perfezione delle cose, perché se il principio fosse anche causa del suo opposto, cioè di imperfezione, sarebbe come affermare che la luce può abbuiare e illuminare allo stesso tempo. Ora se il principio materiale è sorgente di perfezione-bene, il male come non perfezione-bene non può originarsi dalla materia e neppure dall’uomo – se l’uomo fosse riducibile assolutamente alla materia. Ma il male c’è e guarda caso, si definisce: l’essere proibito. Ora com’è possibile che si possa proibire all’essere di esistere? Come si può proibire alla mela tagliata di cadere?

Non si risponda che l’uomo è libero e può fare il male, perché ho già detto che spiegare come la materia evolutiva causi la morale, la libertà e la coscienza di sé è molto più complicato che spiegare il male, in quanto la materia con tutte le sue leggi rifugge dalla libertà essendo il processo evolutivo un determinismo ferreo. Anche Marx cadde in codesto errore pensando di spiegare l’umanità da un principio materiale ed espresse le sue teorie da «scienziato» e non da filosofo, ceto che critiva. E proprio la storia, che era il suo terreno scientifico, lo ha confutato. Così ogni scienza sociale ha dovuto accettare l’impossibilità di ridurre l’uomo a una macchina.

Il male deriva dalla libertà e non è spiegabile da nessuna teoria scientifica, ma solo pensandolo diversamente insieme al suo fautore: l’uomo. Per controprova lascio al giovane lettore di riflettere su questo tema: il pentimento. Spieghi in un mondo di evoluzione necessaria e deterministica, come possa un uomo pentirsi, cioè rinnegare il suo passato. Si veda il film Mission, dove gli indigeni riconoscono l’atto di pentimento di Mendoza loro giurato nemico e, nonostante le persecuzioni, lo perdonano. Atto questo che è impossibile a spiegarsi con qualsiasi scientificità evoluzionista. Si può dunque criticare il racconto del peccato originale, ma è impossibile far emergere il male dall’evoluzione della materia, almeno razionalmente e non come arbitraria presa di posizione che anche il lettore condanna a parole.

Athos Turchi

Originale: ToscanaOggi.it
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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Il peccato originale: cosa dice la teologia?

Risponde padre Athos Turchi, docente di filosofia alla Facoltà teologica dell'Italia centrale.

  

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È tempo di cambiare la dottrina sul peccato originale, alla luce dei dati evolutivi? Lo chiede un giovane lettore che si dice interessato agli studi teologici. Risponde padre Athos Turchi, docente di filosofia alla Facoltà teologica dell’Italia centrale.

Ho 22 anni. Nel mio tempo libero mi piace leggere e studiacchiare teologia. È da tempo che rifletto sul peccato originale. Cosa si aspetta a cambiare la dottrina su questo argomento?  Essa è evidentemente in contrasto con i dati evolutivi. Non è vero che la morte biologica, la sofferenza, le malattie, i disastri naturali sono entrati nel mondo a causa di questo presunto peccato o come si legge «per invidia del diavolo». Questi sono retaggi culturali che devono essere superati perché non fedeli col dato reale. Quando una presunta teoria o verità non collima coi fatti bisogna per onestà intellettuale essere disposti a cambiare e a mettere in discussione ciò che sembrava certo.

Nella scienza si procede esattamente in questo modo. È grazie alle aporie di una teoria che si progredisce. Questo è chiaro nel mondo scientifico. Non capisco perché questo modus operandi non si possa applicare anche alle scienze teologiche. Ammettere un errore non è sintomo di incompetenza o inferiorità. La verità esiste ma il nostro modo di accoglierla e capirla sarà sempre imperfetto perché il linguaggio e le conoscenze evolvono. Più si va avanti e più abbiamo una comprensione «vera» della verità. Bisogna iniziare a pensare ad un paradigma teologico evolutivo per risolvere la questione.

In questa direzione come non ricordare il lavoro svolto da Teilhard de Chardein, dal teologo don Carlo Molari. Quest’ultimo mostra come una «teologia dinamica» risolverebbe questi problemi. Non mi dilungo. E poi viene spontaneo domandarsi: quale padre colpisce per la colpa di un figlio anche gli altri? Cioè Adamo ha commesso il peccato e per colpa sua si è riversato sull’intero genero umano e sulla natura tutta questa corruzione. Non riesco proprio ad accettare questo. Grazie per l’ascolto.

Luca

Il giovane «studiacchiatore» di teologia solleva una molteplicità di problemi non semplici da affrontare. Mi scuso per la forma sintetica che potrebbe risultare non troppo chiara.

Il primo problema è questo: la scienza teologica non è quella scientifica, è diversa e non sono totalmente compatibili. Se il giovane lettore tornando a casa trovasse sul tavolo una mazzetta di un milione di euro, riterrebbe che sia passato un benefattore. Supponiamo che lo voglia ringraziare. Come fa a rintracciarlo? Se è uno scienziato analizza il denaro, che porta alla tipografia, e da qui alla fabbrica della carta e infine al bosco di betulle, da dove la materia dei fogli di denaro è stata tratta. Un scienziato non potrà mai arrivare al benefattore. Se invece è un teologo, lascia sul tavolo il denaro e cerca di indagare tra gli amici, o riflette su se stesso se ha meritato tanto, o pensa a chi possa esser rimasto simpatico. Lo scienziato indaga il denaro, il teologo il «dono» che non è il denaro. Per cui avendo Dio creato il mondo ex nihilo, lo scienziato tornerà al nulla del mondo e mai a Dio, e il teologo indagherà, non sul mondo ma, sul senso del mondo e da qui a Dio.

Se il mondo fosse come dice il giovane amico, riducibile all’evoluzione della materia, il male non potrebbe esserci e noi non potremmo sapere del male, perché tutto sarebbe «necessario». Infatti il male può dirsi tale rispetto al bene che deriva da un atto libero, ma tutto ciò che è in evoluzione avviene necessariamente in modo deterministico e causale – come sostengono gli scienziati -, per cui il bene non può trovare luogo e perciò neppure il male. Se il male c’è è dovuto alla libertà che l’uomo ha di andare contro l’esser-bene, ma è solo ridicolo pensare che il bene sia la stessa cosa delle leggi fisiche della materia. La libertà non è spiegabile né comprensibile in un mondo di solo meccanicismo materiale in evoluzione. Di più, anche la cosiddetta moralità umana, entro la quale si dice che la persona agisca nel bene e nel male, non avrebbe modo di esistere, perché gli istinti, la psicologia e gli impulsi degli animali possiamo spiegarli solo supponendo la razionalità umana e regredendo ad essi dallo spirito umano, e pensare il contrario è come voler fare della serratura la chiave. La moralità, la libertà e la coscienza sono presenze impossibili a essere spiegate da leggi fisiche, perché per sapere delle leggi fisiche bisogna possedere quelle qualità che sono anteriori logicamente e realmente.

L’essere o, se non si intende pienamente il senso di tale parola, la realtà tutta è di principio sorgente e produttrice di perfezione delle cose, perché se il principio fosse anche causa del suo opposto, cioè di imperfezione, sarebbe come affermare che la luce può abbuiare e illuminare allo stesso tempo. Ora se il principio materiale è sorgente di perfezione-bene, il male come non perfezione-bene non può originarsi dalla materia e neppure dall’uomo – se l’uomo fosse riducibile assolutamente alla materia. Ma il male c’è e guarda caso, si definisce: l’essere proibito. Ora com’è possibile che si possa proibire all’essere di esistere? Come si può proibire alla mela tagliata di cadere?

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Non si risponda che l’uomo è libero e può fare il male, perché ho già detto che spiegare come la materia evolutiva causi la morale, la libertà e la coscienza di sé è molto più complicato che spiegare il male, in quanto la materia con tutte le sue leggi rifugge dalla libertà essendo il processo evolutivo un determinismo ferreo. Anche Marx cadde in codesto errore pensando di spiegare l’umanità da un principio materiale ed espresse le sue teorie da «scienziato» e non da filosofo, ceto che critiva. E proprio la storia, che era il suo terreno scientifico, lo ha confutato. Così ogni scienza sociale ha dovuto accettare l’impossibilità di ridurre l’uomo a una macchina.

Il male deriva dalla libertà e non è spiegabile da nessuna teoria scientifica, ma solo pensandolo diversamente insieme al suo fautore: l’uomo. Per controprova lascio al giovane lettore di riflettere su questo tema: il pentimento. Spieghi in un mondo di evoluzione necessaria e deterministica, come possa un uomo pentirsi, cioè rinnegare il suo passato. Si veda il film Mission, dove gli indigeni riconoscono l’atto di pentimento di Mendoza loro giurato nemico e, nonostante le persecuzioni, lo perdonano. Atto questo che è impossibile a spiegarsi con qualsiasi scientificità evoluzionista. Si può dunque criticare il racconto del peccato originale, ma è impossibile far emergere il male dall’evoluzione della materia, almeno razionalmente e non come arbitraria presa di posizione che anche il lettore condanna a parole.

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