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Il peccato dell’Ecclesia Dei si chiama Summorum Pontificum

Con la soppressione della Commissione Ecclesia Dei, la Chiesa cattolica ha rimosso un elemento di scandalo all’interno della Curia romana.

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di Andrea Grillo

Con la soppressione della Commissione Ecclesia Dei, la Chiesa cattolica ha rimosso un elemento di scandalo all’interno della Curia romana. Tuttavia, se guardiamo con attenzione alla storia degli ultimi 12 anni, vediamo che lo scandalo era dovuto alla citata Commissione solo in quanto “strumento”, ma il cuore della questione e il principio della distorsione era costituito dal “Motu proprio” Summorum pontificum, che ha introdotto un parallelismo di forme rituali all’interno della vita della Chiesa, con la pretesa di non toccarne la dottrina e di non minare la riforma liturgica. Le parole con cui viene motivata la soppressione della Commissione chiariscono bene un dato sul quale vorrei soffermarmi: ossia che le questioni di cui la Commissione avrebbe dovuto occuparsi, e che ora le sono state sottratte, non erano di carattere disciplinare, ma di carattere dottrinale. Questo, a mio avviso, determina la esigenza di riconsiderare con urgenza la disciplina distorta e contraddittoria introdotta nel 2007 da Summorum Pontificum.

Una doppia ferita

Con quel documento, infatti, si ripristinava l’uso del Messale di Giovanni XXIII (1962), come “forma straordinaria” del rito romano. Questa ipotesi, dopo 12 anni, appare viziata da due errori gravi, sia di carattere dottrinale, sia di carattere giuridico.

Sul piano dottrinale, era chiaro, già 12 anni fa, che il tentativo di separare la “forma rituale” dalla Riforma liturgica e dalla Chiesa conciliare era votato al fallimento. L’azzardo voluto da papa Benedetto XVI non avrebbe né avvicinato le posizioni dei lefebvriani, né assicurato la fedeltà dei cattolici tradizionalisti. E dopo 12 anni abbiamo potuto costatare proprio questo esito. Ed è giusto riconoscere che la causa di tutto questo non è tanto la gestione della Commissione Ecclesia Dei – che pure aveva assunto il ruolo di testa di ponte tradizionalista nel cuore della Curia romana – quanto la normativa distorta e contraddittoria di Summorum Pontificum che, di fatto, rende superflua la riforma liturgica per coloro che aderiscono al Vetus Ordo, ossia:

– non riconosce il dettato di SC sulla necessità di riforma dell’Ordo Missae, permettendo di celebrare come se il Concilio non ci fosse mai stato;

– scavalca la autorità episcopale in materia liturgica, rendendo irrilevante il discernimento “in loco” e sostituendolo con quello della curia romana;

– contraddice la ecclesiologia conciliare, perpetuando una logica clericale e priva di partecipazione attiva.

L’adagio lex orandi lex credendi

In secondo luogo, Summorum Pontificum, introducendo una “forma straordinaria” dello stesso rito romano, capovolgeva la relazione tra dottrina e liturgia, ipotizzando che la stessa “dottrina ecclesiale” potesse esprimersi in forme rituali di cui una era la correzione dell’altra. In tal modo presumeva di far dipendere la identità cattolica da una “definizione astratta”, che risultava indifferente rispetto alla forma rituale e che poteva quindi esprimersi indifferentemente nel NO o nel VO. Ora dobbiamo riconoscere, anche in base a questo nuovo Motu Proprio del 19 gennaio 2018, che vi è in tutto questo una questione dottrinale decisiva, e che non può essere disattesa. La pretesa che diverse comunità cattoliche possano essere fedeli al Concilio Vaticano II e celebrare la liturgia secondo il VO non può più essere risolta né con una decisione universale come Summorum Pontificum, né attraverso il discernimento interessato di una Commissione come Ecclesia Dei. Se si ritiene che una comunità possa, per ragioni contingenti, far uso di forme rituali diverse dall’unico rito romano vigente, questa decisione deve essere presa dal Vescovo locale competente, che può eventualmente concedere un “indulto”. La soluzione “universale”, introdotta con una forzatura dottrinale e giuridica da Summorum Pontificum, genera una chiesa non “universa”, ma “introversa” e contraddice gravemente le decisioni del Concilio Vaticano II, che ha chiesto esplicitamente la riforma di quel rito che Summorum Pontificum vorrebbe rendere universalmente accessibile. Questo è il vero nodo della questione. Qui sta il peccato che ha portato alla soppressione di Ecclesia Dei. E che dovrà condurre ad una ridefinizione della disciplina, che restituisca alla questione dottrinale la sua centralità e ai vescovi diocesani la competenza per ogni decisione che faccia eccezione alla vigenza di un’unica forma del rito romano, così come voluta dal Concilio Vaticano II e dalla Riforma liturgica ad esso successiva, che deve essere riconosciuta “irreversibile” tanto sul piano dottrinale quanto sul piano disciplinare.

Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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Con la soppressione della Commissione Ecclesia Dei, la Chiesa cattolica ha rimosso un elemento di scandalo all’interno della Curia romana.

  

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Con la soppressione della Commissione Ecclesia Dei, la Chiesa cattolica ha rimosso un elemento di scandalo all’interno della Curia romana. Tuttavia, se guardiamo con attenzione alla storia degli ultimi 12 anni, vediamo che lo scandalo era dovuto alla citata Commissione solo in quanto “strumento”, ma il cuore della questione e il principio della distorsione era costituito dal “Motu proprio” Summorum pontificum, che ha introdotto un parallelismo di forme rituali all’interno della vita della Chiesa, con la pretesa di non toccarne la dottrina e di non minare la riforma liturgica. Le parole con cui viene motivata la soppressione della Commissione chiariscono bene un dato sul quale vorrei soffermarmi: ossia che le questioni di cui la Commissione avrebbe dovuto occuparsi, e che ora le sono state sottratte, non erano di carattere disciplinare, ma di carattere dottrinale. Questo, a mio avviso, determina la esigenza di riconsiderare con urgenza la disciplina distorta e contraddittoria introdotta nel 2007 da Summorum Pontificum.

Una doppia ferita

Con quel documento, infatti, si ripristinava l’uso del Messale di Giovanni XXIII (1962), come “forma straordinaria” del rito romano. Questa ipotesi, dopo 12 anni, appare viziata da due errori gravi, sia di carattere dottrinale, sia di carattere giuridico.

Sul piano dottrinale, era chiaro, già 12 anni fa, che il tentativo di separare la “forma rituale” dalla Riforma liturgica e dalla Chiesa conciliare era votato al fallimento. L’azzardo voluto da papa Benedetto XVI non avrebbe né avvicinato le posizioni dei lefebvriani, né assicurato la fedeltà dei cattolici tradizionalisti. E dopo 12 anni abbiamo potuto costatare proprio questo esito. Ed è giusto riconoscere che la causa di tutto questo non è tanto la gestione della Commissione Ecclesia Dei – che pure aveva assunto il ruolo di testa di ponte tradizionalista nel cuore della Curia romana – quanto la normativa distorta e contraddittoria di Summorum Pontificum che, di fatto, rende superflua la riforma liturgica per coloro che aderiscono al Vetus Ordo, ossia:

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– non riconosce il dettato di SC sulla necessità di riforma dell’Ordo Missae, permettendo di celebrare come se il Concilio non ci fosse mai stato;

– scavalca la autorità episcopale in materia liturgica, rendendo irrilevante il discernimento “in loco” e sostituendolo con quello della curia romana;

– contraddice la ecclesiologia conciliare, perpetuando una logica clericale e priva di partecipazione attiva.

L’adagio lex orandi lex credendi

In secondo luogo, Summorum Pontificum, introducendo una “forma straordinaria” dello stesso rito romano, capovolgeva la relazione tra dottrina e liturgia, ipotizzando che la stessa “dottrina ecclesiale” potesse esprimersi in forme rituali di cui una era la correzione dell’altra. In tal modo presumeva di far dipendere la identità cattolica da una “definizione astratta”, che risultava indifferente rispetto alla forma rituale e che poteva quindi esprimersi indifferentemente nel NO o nel VO. Ora dobbiamo riconoscere, anche in base a questo nuovo Motu Proprio del 19 gennaio 2018, che vi è in tutto questo una questione dottrinale decisiva, e che non può essere disattesa. La pretesa che diverse comunità cattoliche possano essere fedeli al Concilio Vaticano II e celebrare la liturgia secondo il VO non può più essere risolta né con una decisione universale come Summorum Pontificum, né attraverso il discernimento interessato di una Commissione come Ecclesia Dei. Se si ritiene che una comunità possa, per ragioni contingenti, far uso di forme rituali diverse dall’unico rito romano vigente, questa decisione deve essere presa dal Vescovo locale competente, che può eventualmente concedere un “indulto”. La soluzione “universale”, introdotta con una forzatura dottrinale e giuridica da Summorum Pontificum, genera una chiesa non “universa”, ma “introversa” e contraddice gravemente le decisioni del Concilio Vaticano II, che ha chiesto esplicitamente la riforma di quel rito che Summorum Pontificum vorrebbe rendere universalmente accessibile. Questo è il vero nodo della questione. Qui sta il peccato che ha portato alla soppressione di Ecclesia Dei. E che dovrà condurre ad una ridefinizione della disciplina, che restituisca alla questione dottrinale la sua centralità e ai vescovi diocesani la competenza per ogni decisione che faccia eccezione alla vigenza di un’unica forma del rito romano, così come voluta dal Concilio Vaticano II e dalla Riforma liturgica ad esso successiva, che deve essere riconosciuta “irreversibile” tanto sul piano dottrinale quanto sul piano disciplinare.

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