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Il Patriarca di Venezia: “Chi non accoglie non può dirsi cristiano”

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Ma nel frattempo nelle parrocchie si fanno strada paura ed egoismo

La Chiesa italiana, lo dicevamo già ieri, si sta mobilitando per accogliere profughi e migranti in questo periodo di vero e proprio esodo. Le parole di Papa Francesco – che hanno richiamato all’ordine i vescovi – risuonano forti e interpellano le coscienze dei fedeli e dei pastori. Su Repubblica, una breve quanto incisiva intervista al Patriarca di Venezia e presidente della Conferenza episcopale del Triveneto, monsignor Francesco Moraglia che spiega come le diocesi venete si stanno mobilitando, ma ancor di più precisa che questa accoglienza è la vera cartina di tornasole dell’essere cristiano

La chiesa veneta ha la forza per rispondere a questo appello?

«Ci sono parrocchie più esposte e in prima linea e altre più fragili che faticano a trovare risorse. Per questo ho invitato i parroci a costituire reti di parrocchie, interloquendo con le comunità, perché tutti possano fare la loro parte, offrendo servizi secondo la propria generosità e disponibilità».

Si può dire cristiano chi è contrario all’accoglienza?

«No, perché il messaggio di Gesù è un messaggio di accoglienza. Per i cristiani l’altro rappresenta Cristo, e il nostro impegno è anche quello di accompagnare i fedeli a comprendere questa verità. L’apertura a Dio si esprime anche con l’accoglienza. Chi non crede ha lo stesso dilemma perché non può non riconoscere in queste persone un altro se stesso».

Le foto del piccolo Alan sembrano aver smosso la coscienza dell’Europa. È stato giusto pubblicarle?

«Non ho visto speculazione, ma piuttosto un richiamo a riflettere, non fermandosi solo alla stretta emotività. È una foto che vale più di mille ragionamenti».

Una presa di posizione importante che si scontra con la cronaca in questi stessi giorni e negli stessi luoghi chiamati alla mobilitazione dal Patriarca, dove nel Vicentino l’assemblea dei parrocchiani boccia l’ospitalità ad un piccolo gruppo di profughi.

“Non me l’aspettavo proprio. Volevamo ospitare sei, al massimo dieci profughi in una canonica abbandonata da anni. Ne abbiamo discusso in assemblea, nella chiesa di Santa Cecilia. Quasi tutti hanno detto no. “‘Mio nonno ha costruito quella canonica per i preti, non per i musulmani”‘, ha gridato uno di loro”. Don Lucio Mozzo, 63 anni, parroco di Valle e di Trissino, è ancora scosso. “Una chiesa così piena – 250 persone – la vede solo a Natale. Anche mercoledì sera era colma ma quando una ragazza ha mostrato la sua maglietta con la scritta “Chi ha paura muore tutti i giorni…” e ha detto che lei i migranti li avrebbe accolti, “subito si sono alzati – racconta il parroco – i buu e le urla, come allo stadio”. “Per fortuna, domenica dopo pranzo, mi è arrivato il primo messaggino. “Don Lucio, il Papa la pensa come te”. Spero che con l’aiuto di Francesco le cose cambino. Ma ho i miei dubbi”.

E spiega ancora:

“Dopo quell’assemblea velenosa, speriamo di poter discutere non con la pancia ma con intelligenza, cuore e fede. Ma c’è un punto fermo: un cristiano non può chiudere la porta a chi ha bisogno. Lo spiegheremo anche a quelli che, fedeli o no, verranno a contestarci da Valle. Forse il nonno che ha costruito la canonica non pensava davvero che sarebbe stata usata da musulmani, ma certamente oggi obbedirebbe al Papa”. Davanti alla chiesa di Trissino c’è un monumento in bronzo “All’Emigrante”. “La speranza sia sempre più forte della paura“, c’è scritto. Sembra un appello di papa Francesco: la firma è quella di Tacito (Repubblica, 8 settembre).

Risuonano gli slogan populistici di certe forze politiche “prima gli italiani” che si traduce in un secco “nulla per gli altri” e a poco vale il ricorso alla memoria, di quando ad emigrare in Nord Europa o nelle Americhe era un branco di straccioni (spesso letteralmente) immediatamente associati a mal costume, pigrizia, stupidità. Erano i nostri nonni per inciso, che pure alla fine si sono integrati e hanno dato contributi enormi ai paesi che li hanno ospitati anche controvoglia…

Redazionehttps://www.spesalvi.it
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Ma nel frattempo nelle parrocchie si fanno strada paura ed egoismo

La Chiesa italiana, lo dicevamo già ieri, si sta mobilitando per accogliere profughi e migranti in questo periodo di vero e proprio esodo. Le parole di Papa Francesco – che hanno richiamato all’ordine i vescovi – risuonano forti e interpellano le coscienze dei fedeli e dei pastori. Su Repubblica, una breve quanto incisiva intervista al Patriarca di Venezia e presidente della Conferenza episcopale del Triveneto, monsignor Francesco Moraglia che spiega come le diocesi venete si stanno mobilitando, ma ancor di più precisa che questa accoglienza è la vera cartina di tornasole dell’essere cristiano

La chiesa veneta ha la forza per rispondere a questo appello?

«Ci sono parrocchie più esposte e in prima linea e altre più fragili che faticano a trovare risorse. Per questo ho invitato i parroci a costituire reti di parrocchie, interloquendo con le comunità, perché tutti possano fare la loro parte, offrendo servizi secondo la propria generosità e disponibilità».

Si può dire cristiano chi è contrario all’accoglienza?

«No, perché il messaggio di Gesù è un messaggio di accoglienza. Per i cristiani l’altro rappresenta Cristo, e il nostro impegno è anche quello di accompagnare i fedeli a comprendere questa verità. L’apertura a Dio si esprime anche con l’accoglienza. Chi non crede ha lo stesso dilemma perché non può non riconoscere in queste persone un altro se stesso».

Le foto del piccolo Alan sembrano aver smosso la coscienza dell’Europa. È stato giusto pubblicarle?

«Non ho visto speculazione, ma piuttosto un richiamo a riflettere, non fermandosi solo alla stretta emotività. È una foto che vale più di mille ragionamenti».

Una presa di posizione importante che si scontra con la cronaca in questi stessi giorni e negli stessi luoghi chiamati alla mobilitazione dal Patriarca, dove nel Vicentino l’assemblea dei parrocchiani boccia l’ospitalità ad un piccolo gruppo di profughi.

“Non me l’aspettavo proprio. Volevamo ospitare sei, al massimo dieci profughi in una canonica abbandonata da anni. Ne abbiamo discusso in assemblea, nella chiesa di Santa Cecilia. Quasi tutti hanno detto no. “‘Mio nonno ha costruito quella canonica per i preti, non per i musulmani”‘, ha gridato uno di loro”. Don Lucio Mozzo, 63 anni, parroco di Valle e di Trissino, è ancora scosso. “Una chiesa così piena – 250 persone – la vede solo a Natale. Anche mercoledì sera era colma ma quando una ragazza ha mostrato la sua maglietta con la scritta “Chi ha paura muore tutti i giorni…” e ha detto che lei i migranti li avrebbe accolti, “subito si sono alzati – racconta il parroco – i buu e le urla, come allo stadio”. “Per fortuna, domenica dopo pranzo, mi è arrivato il primo messaggino. “Don Lucio, il Papa la pensa come te”. Spero che con l’aiuto di Francesco le cose cambino. Ma ho i miei dubbi”.

E spiega ancora:

“Dopo quell’assemblea velenosa, speriamo di poter discutere non con la pancia ma con intelligenza, cuore e fede. Ma c’è un punto fermo: un cristiano non può chiudere la porta a chi ha bisogno. Lo spiegheremo anche a quelli che, fedeli o no, verranno a contestarci da Valle. Forse il nonno che ha costruito la canonica non pensava davvero che sarebbe stata usata da musulmani, ma certamente oggi obbedirebbe al Papa”. Davanti alla chiesa di Trissino c’è un monumento in bronzo “All’Emigrante”. “La speranza sia sempre più forte della paura“, c’è scritto. Sembra un appello di papa Francesco: la firma è quella di Tacito (Repubblica, 8 settembre).

Risuonano gli slogan populistici di certe forze politiche “prima gli italiani” che si traduce in un secco “nulla per gli altri” e a poco vale il ricorso alla memoria, di quando ad emigrare in Nord Europa o nelle Americhe era un branco di straccioni (spesso letteralmente) immediatamente associati a mal costume, pigrizia, stupidità. Erano i nostri nonni per inciso, che pure alla fine si sono integrati e hanno dato contributi enormi ai paesi che li hanno ospitati anche controvoglia…

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