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Il Papa: siano tutelati scuole e ospedali cattolici in Etiopia ed Eritrea

Sono i tre punti centrali del discorso che stamani il Papa ha rivolto, ricevendo in udienza il Pontificio Collegio Etiopico

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Non si cada più nella guerra fratricida, si faccia ancora molto per seguire pastoralmente chi lascia il proprio Paese, e alla Chiesa cattolica in Etiopia ed Eritrea sia garantita la libertà di servire il bene comune. Sono i tre punti centrali del discorso che stamani il Papa ha rivolto, ricevendo in udienza il Pontificio Collegio Etiopico

Debora Donnini – Città del Vaticano

È forte l’abbraccio del Papa alla Chiesa in Etiopia ed Eritrea per l’anniversario del Pontificio Collegio Etiopico, nato 100 anni fa all’interno delle Mura vaticane, costituendo una presenza di rito orientale nel cuore della Chiesa. Oltre che alla comunità degli studenti, il suo saluto si rivolge quindi ai due Metropoliti, il cardinale Berhaneyesus e monsignor Tesfamariam, e anche al cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, che sostiene la vita del Collegio, legato al clero cattolico di rito orientale di Eritrea ed Etiopia. (Ascolta il servizio con la voce del Papa)

La “presenza etiopica” dentro le Mura vaticane, prima dei pellegrini e da 100 anni del Collegio, ricorda il Papa, riconduce ad una parola: “accoglienza”. Fu Benedetto XV a trasformare l’antico ospizio di Santo Stefano Maggiore degli Abissini, in Vaticano, in Collegio nel 1919. Poi, Pio XI diede una nuova e più ampia sede e gli attribuì il nome di Seminario Pontificio, inaugurandolo nel 1930.  “Presso la tomba dell’Apostolo Pietro – nota Papa Francesco – hanno lungo i secoli trovato casa e ospitalità i figli di popoli lontani geograficamente da Roma, ma così vicini alla fede degli Apostoli nel professare Gesù Cristo Salvatore”.

Non si cada più in divisioni fra Paesi

Il suo pensiero va alla “guerra fratricida” conclusasi nel luglio 2018. Il suo “grazie” al Signore e a chi si è impegnato in prima persona per questo. La sua preghiera, infine, perché “si faccia tesoro” degli anni di dolore vissuti da entrambe le parti e “non si cada più in divisioni tra etnie e tra Paesi dalle comuni radici”. Ai sacerdoti chiede, quindi, di essere “artefici di relazioni buone” e costruttori di pace, educando a coltivare questo dono di Dio e “medicando le ferite interiori ed esteriori”.

La Chiesa sia garantita la libertà di servire il bene comune

L’incoraggiamento del Papa va anche nella direzione di custodire “la preziosa tradizione ecclesiale”, sempre unita allo slancio missionario:

Auspico anche che alla Chiesa Cattolica nelle vostre Nazioni sia garantita la libertà di servire il bene comune, sia consentendo a voi studenti di compiere gli studi a Roma o altrove, sia tutelando le istituzioni educative, sanitarie ed assistenziali, nella certezza che i Pastori e i fedeli desiderano insieme a tutti gli altri contribuire al bene e alla prosperità delle vostre Nazioni.

Accoglienza pastorale per chi lascia la patria

Nel cuore del Papa anche il futuro dei bambini e dei giovani di queste terre, dove tanti sono segnati dalla povertà.

Molti di essi, è triste doverlo ricordare, spinti dalla speranza hanno lasciato la loro patria a costo immani fatiche e non di rado andando incontro a tragedie per terra e per mare. Ringrazio per l’accoglienza che i vostri fedeli hanno potuto sperimentare e per l’impegno che alcuni di voi già ora vivono nel seguirli pastoralmente in Europa e negli altri continenti. Si può fare ancora molto, e meglio, sia in patria che all’estero, mettendo a frutto gli anni di studio e permanenza in Roma, in un servizio umile e generoso, sempre sulla base dell’unione col Signore, al quale cui abbiamo donato l’intera nostra esistenza.

Riecheggiano, poi, nel discorso del Papa, le parole del monaco Tesfa Sion, Pietro l’Etiope, sulla lapide nella chiesa di Santo Stefano degli Abissini, che sorge sempre in Vaticano. Il monaco, che arricchì con la sua presenza la Curia romana e curò la stampa del Nuovo Testamento in lingua etiopica, diceva che in nessun luogo, fuorché a Roma, aveva trovato la quiete dell’anima, “perché quivi è la vera fede”, e del corpo “perché quivi – spiegava – ho trovato il Successore di Pietro che ci favorisce nelle nostre necessità”.

Il Papa esorta, dunque, i sacerdoti studenti del Collegio Etiopico, che provengono appunto da Etiopia ed Eritrea, da due Chiese “unite dalla medesima tradizione”, a portare anche oggi in mezzo a noi la ricchezza della storia delle loro terre e la convivenza tra persone appartenenti alla religione ebraica e islamica oltre che con i numerosi fratelli della Chiesa Ortodossa Tewahedo, al cui Patriarca, Sua Santità Mathias di Etiopia, invia il suo fraterno saluto. Infine, li incoraggia ad amare tanto la Madre di Dio: “Voi infatti vi definite Resta Maryam, ‘feudo, proprietà di Maria’”, sottolinea menzionando anche il ricordo liturgico mensile del Kidana Mehrat, “Patto di Misericordia”, quello di Gesù con sua Madre con la promessa di salvare coloro che ricorrono all’intercessione della Madonna.

Originale: Vatican News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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Il Papa: siano tutelati scuole e ospedali cattolici in Etiopia ed Eritrea

Sono i tre punti centrali del discorso che stamani il Papa ha rivolto, ricevendo in udienza il Pontificio Collegio Etiopico

  

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Non si cada più nella guerra fratricida, si faccia ancora molto per seguire pastoralmente chi lascia il proprio Paese, e alla Chiesa cattolica in Etiopia ed Eritrea sia garantita la libertà di servire il bene comune. Sono i tre punti centrali del discorso che stamani il Papa ha rivolto, ricevendo in udienza il Pontificio Collegio Etiopico

Debora Donnini – Città del Vaticano

È forte l’abbraccio del Papa alla Chiesa in Etiopia ed Eritrea per l’anniversario del Pontificio Collegio Etiopico, nato 100 anni fa all’interno delle Mura vaticane, costituendo una presenza di rito orientale nel cuore della Chiesa. Oltre che alla comunità degli studenti, il suo saluto si rivolge quindi ai due Metropoliti, il cardinale Berhaneyesus e monsignor Tesfamariam, e anche al cardinale Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali, che sostiene la vita del Collegio, legato al clero cattolico di rito orientale di Eritrea ed Etiopia. (Ascolta il servizio con la voce del Papa)

La “presenza etiopica” dentro le Mura vaticane, prima dei pellegrini e da 100 anni del Collegio, ricorda il Papa, riconduce ad una parola: “accoglienza”. Fu Benedetto XV a trasformare l’antico ospizio di Santo Stefano Maggiore degli Abissini, in Vaticano, in Collegio nel 1919. Poi, Pio XI diede una nuova e più ampia sede e gli attribuì il nome di Seminario Pontificio, inaugurandolo nel 1930.  “Presso la tomba dell’Apostolo Pietro – nota Papa Francesco – hanno lungo i secoli trovato casa e ospitalità i figli di popoli lontani geograficamente da Roma, ma così vicini alla fede degli Apostoli nel professare Gesù Cristo Salvatore”.

Non si cada più in divisioni fra Paesi

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Il suo pensiero va alla “guerra fratricida” conclusasi nel luglio 2018. Il suo “grazie” al Signore e a chi si è impegnato in prima persona per questo. La sua preghiera, infine, perché “si faccia tesoro” degli anni di dolore vissuti da entrambe le parti e “non si cada più in divisioni tra etnie e tra Paesi dalle comuni radici”. Ai sacerdoti chiede, quindi, di essere “artefici di relazioni buone” e costruttori di pace, educando a coltivare questo dono di Dio e “medicando le ferite interiori ed esteriori”.

La Chiesa sia garantita la libertà di servire il bene comune

L’incoraggiamento del Papa va anche nella direzione di custodire “la preziosa tradizione ecclesiale”, sempre unita allo slancio missionario:

Auspico anche che alla Chiesa Cattolica nelle vostre Nazioni sia garantita la libertà di servire il bene comune, sia consentendo a voi studenti di compiere gli studi a Roma o altrove, sia tutelando le istituzioni educative, sanitarie ed assistenziali, nella certezza che i Pastori e i fedeli desiderano insieme a tutti gli altri contribuire al bene e alla prosperità delle vostre Nazioni.

Accoglienza pastorale per chi lascia la patria

Nel cuore del Papa anche il futuro dei bambini e dei giovani di queste terre, dove tanti sono segnati dalla povertà.

Molti di essi, è triste doverlo ricordare, spinti dalla speranza hanno lasciato la loro patria a costo immani fatiche e non di rado andando incontro a tragedie per terra e per mare. Ringrazio per l’accoglienza che i vostri fedeli hanno potuto sperimentare e per l’impegno che alcuni di voi già ora vivono nel seguirli pastoralmente in Europa e negli altri continenti. Si può fare ancora molto, e meglio, sia in patria che all’estero, mettendo a frutto gli anni di studio e permanenza in Roma, in un servizio umile e generoso, sempre sulla base dell’unione col Signore, al quale cui abbiamo donato l’intera nostra esistenza.

Riecheggiano, poi, nel discorso del Papa, le parole del monaco Tesfa Sion, Pietro l’Etiope, sulla lapide nella chiesa di Santo Stefano degli Abissini, che sorge sempre in Vaticano. Il monaco, che arricchì con la sua presenza la Curia romana e curò la stampa del Nuovo Testamento in lingua etiopica, diceva che in nessun luogo, fuorché a Roma, aveva trovato la quiete dell’anima, “perché quivi è la vera fede”, e del corpo “perché quivi – spiegava – ho trovato il Successore di Pietro che ci favorisce nelle nostre necessità”.

Il Papa esorta, dunque, i sacerdoti studenti del Collegio Etiopico, che provengono appunto da Etiopia ed Eritrea, da due Chiese “unite dalla medesima tradizione”, a portare anche oggi in mezzo a noi la ricchezza della storia delle loro terre e la convivenza tra persone appartenenti alla religione ebraica e islamica oltre che con i numerosi fratelli della Chiesa Ortodossa Tewahedo, al cui Patriarca, Sua Santità Mathias di Etiopia, invia il suo fraterno saluto. Infine, li incoraggia ad amare tanto la Madre di Dio: “Voi infatti vi definite Resta Maryam, ‘feudo, proprietà di Maria’”, sottolinea menzionando anche il ricordo liturgico mensile del Kidana Mehrat, “Patto di Misericordia”, quello di Gesù con sua Madre con la promessa di salvare coloro che ricorrono all’intercessione della Madonna.

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