Il Papa scrive ai cattolici della Cina e spiega le ragioni dell’accordo

Lettera di Francesco sul dialogo con Pechino


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Lettera di Francesco sul dialogo con Pechino, che offre indicazioni pastorali «per il cammino che, in questa nuova fase, siamo chiamati a percorrere»

GIANNI VALENTE
CITTÀ DEL VATICANO

L’Accordo provvisorio tra Santa Sede e Vaticano «non è altro che uno strumento, e non potrà da solo risolvere tutti i problemi esistenti». Ma tutti i cristiani sono chiamati «a riconoscere tra i segni dei tempi quanto sta accadendo oggi nella vita della Chiesa di Cina». Per questo il Successore di Pietro, con un messaggio rivolto «ai cattolici cinesi e alla Chiesa universale», ha voluto dare ragione delle scelte compiute dalla Santa Sede nel dialogo col governo cinese. Lo ha fatto soprattutto per suggerire – con sguardo di fede – per quali vie anche quell’accordo limitato e «perfettibile» può contribuire a scrivere «una pagina nuova per la Chiesa cattolica in Cina». Nel testo, articolato in 10 punti e diffuso oggi dalla Sala Stampa vaticana anche in cinese, Papa Francesco ha disseminato anche segnali di stima e proposte di collaborazione verso i governanti di Pechino, ribadendo che «la Chiesa in Cina nonnon è estranea alla storia cinese, né chiede alcun privilegio». 

 Il messaggio del Papa è chiaro, concreto, inequivocabile, a tempo opportuno. 
  
Rassicurare i dubbiosi 
Il Papa è consapevole che tante voci contrastanti sul presente e, soprattutto, sull’avvenire delle comunità cattoliche in Cina possono aver creato confusione: «Per alcuni, sorgono dubbi e perplessità; altri hanno la sensazione di essere stati come abbandonati dalla Santa Sede e si interrogano sul valore delle sofferenze affrontate per vivere nella fedeltà al Successore di Pietro». In molti altri, invece, «prevale la speranza di un avvenire più sereno per una feconda testimonianza della fede in terra cinese». 
  
Il “seme” della fede martiriale 
A tutti Papa Francesco fa sapere che i cattolici cinesi sono quotidianamente presenti «nella mia preghiera» ed esprime loro, a nome dell’intera Chiesa cattolica gratitudine e ammirazione «per il dono della vostra fedeltà, della costanza nella prova, della radicata fiducia nella Provvidenza di Dio, anche quando certi avvenimenti si sono dimostrati particolarmente avversi e difficili». 
  
Dopo che per giorni sedicenti “neoapologeti” da tastiera hanno fatto di nuovo scempio del nome dei martiri cinesi, sfruttandolo per accusare il Papa e la Santa Sede di aver svenduto il loro sangue pur di fare l’accordo coi comunisti cinesi, Papa Francesco rende omaggio alla fede martiriale dei cattolici cinesi, ripetendo che essa è un tesoro «della Chiesa in Cina e di tutto il Popolo di Dio pellegrinante sulla terra». 
  
Proprio la memoria della «bella testimonianza» offerta fino al sacrificio di sé da tanti fedeli e Pastori cinesi – avverte il Papa – senza recriminazioni ma con parole di consolazione può arricchire con frutti inattesi e gratuiti il presente e il futuro della Chiesa in Cina. E lo stesso momento che sta vivendo adesso la Chiesa in Cina – come ha spiegato qualche giorno fa padre Antonio Sergianni ai microfoni di Vatican News – può essere visto anche come un frutto delle sofferenze vissute, perchè «Spesso i tesori sono “fonte di vittoria” anche se al momento possono sembrare un fallimento», a imitazione di Cristo. 
  
Come Abramo 
Riferendosi all’intesa col governo cinese, il Papa cita il gesuita Matteo Ricci («prima di contrarre amicizia, bisogna osservare, dopo averla contratta, bisogna fidarsi») e ripete che esso non è una “trovata” improvvisata, ma è venuto dopo un «lungo e complesso dialogo istituzionale della Santa Sede con le Autorità governative cinesi, inaugurato già da San Giovanni Paolo II e proseguito da Papa Benedetto XVI». Francesco ribadisce con forza che in tale percorso, non privo di incidenti, la Santa Sede aveva come unico criterio-guida il desiderio «di realizzare le finalità spirituali e pastorali proprie della Chiesa, e cioè sostenere e promuovere l’annuncio del Vangelo, e raggiungere e conservare la piena e visibile unità della Comunità cattolica in Cina». Lo sguardo di chi ha condotto il dialogo con le autorità cinesi ha sempre guardato all’orizzonte senza confini della missione a cui è chiamata la Chiesa anche in Cina, per la quale «non si tratta solo di aderire a valori umani, bensì di rispondere ad una vocazione spirituale: uscire da se stessa per abbracciare “le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono”». Una vocazione che la Chiesa in Cina ha sempre vissuto «fidandosi innanzitutto di Dio e delle Sue promesse, come fecero Abramo ed i nostri Padri nella fede». La figura del Padre di tutti i credenti viene assimilata alla fede dei cattolici cinesi, affidata tutta alla grazia di Dio, sia nei tempi della prova, sia nella missione che li attende: «Se Abramo avesse preteso condizioni, sociali e politiche, ideali prima di uscire dalla sua terra» scrive il Papa nel suo messaggio «forse non sarebbe mai partito. Egli, invece, si è fidato di Dio, e sulla Sua Parola ha lasciato la propria casa e le proprie sicurezze».  
 
Papa Francesco, come Successore di Pietro, esprime il desiderio di confermare i fratelli cinesi «nella fede di Abramo, nella fede della Vergine Maria, nella fede che avete ricevuto», invitandoli a porre «la propria fiducia nel Signore della storia e nel discernimento della Sua volontà compiuto dalla Chiesa». 
  
  
La priorità della “questione dei vescovi” 
Per tutto questo, per «sostenere e promuovere l’annuncio del Vangelo in Cina» e «ricostituire la piena e visibile unità nella Chiesa», il Successore di Pietro spiega che «era fondamentale affrontare, in primo luogo, la questione delle nomine episcopali», al centro dell’accordo provvisorio con le autorità cinesi. Negli ultimi decenni, ferite e divisioni in seno alla Chiesa cattolica in Cina si erano polarizzate «soprattutto intorno alla figura del Vescovo quale custode dell’autenticità della fede e garante della comunione ecclesiale». 
 
Gli interventi arbitrari delle strutture politiche nel dinamismo interno delle comunità cattoliche – spiega il Papa – hanno provocato il fenomeno delle comunità “clandestine”, che cercavano di sottrarsi al controllo della politica religiosa governativa, Ma il fenomeno della clandestinità – ribadisce Papa Francesco, citando anche su questo punto la Lettera ai cattolici cinesi di Benedetto XVI – «non rientra nella normalità della vita della Chiesa».  
 
Il Papa confida di aver ricevuto con grande consolazione, nelgi ultimi anni, diversi segni del desiderio dei cattolici cinesi di vivere la propria fede in piena comunione con la Chiesa universale e con il Successore di Pietro, manifestati anche da parte di «vescovi che hanno ferito la comunione nella Chiesa, a causa di debolezza e di errori, ma anche, non poche volte, per forte ed indebita pressione esterna». 
 
Alla luce di questo dinamismo ecclesiale Papa Francesco spiega anche l’atto di legittimazione e ristabilimento della piena comunione con i vescovi cinesi ordinati senza mandato pontificio: ogni singola situazione personale – spiega il Vescovo di Roma – è stata da lui stesso valutata con attenzione, dopo aver «riflettuto e pregato molto cercando il vero bene della Chiesa in Cina». Poi, «davanti al Signore e con serenità di giudizio, in continuità con l’orientamento dei miei immediati Predecessori, ho deciso di concedere la piena riconciliazione ai rimanenti sette Vescovi “ufficiali” ordinati senza Mandato Pontificio e, avendo rimosso ogni relativa sanzione canonica, di riammetterli nella piena comunione ecclesiale.  
 
In pari tempo, chiedo loro di esprimere, mediante gesti concreti e visibili, la ritrovata unità con la Sede Apostolica e con le Chiese sparse nel mondo, e di mantenervisi fedeli nonostante le difficoltà». Tutto il processo di riconciliazione con i vescovi illegittimi viene posto da Papa Francesco sotto il segno della misericordia, riconoscendo che «non c’è legge né precetto che possa impedire a Dio di riabbracciare il figlio che torna da Lui riconoscendo di avere sbagliato, ma deciso a ricominciare da capo».  
  
Una pagina nuova 
L’Accordo Provvisorio siglato con le Autorità cinesi – spiega il Papa – può contribuire a scrivere una «pagina nuova della Chiesa cattolica in Cina».  
 
Non si tratta di una mera sostituzione di chi gestisce le “catene di comando”, come in una qualsiasi struttura gerarchica aziendale. La Santa Sede – scrive Papa Francesco, chiamando in causa la responsabilità di tuti i figli della Chiesa in Cina – «intende fare sino in fondo la parte che le compete, ma anche a voi, Vescovi, sacerdoti, persone consacrate e fedeli laici, spetta un ruolo importante: cercare insieme buoni candidati che siano in grado di assumere nella Chiesa il delicato ed importante servizio episcopale». Perché non si tratta «di nominare funzionari per la gestione delle questioni religiose, ma di avere autentici Pastori secondo il cuore di Gesù, impegnati a operare generosamente al servizio del Popolo di Dio, specialmente dei più poveri e dei piu deboli». L’accordo – riconosce Papa Francesco – «non è altro che uno strumento», e non potrà da solo risolvere tutti i problemi esistenti, senza «un rinnovamento degli atteggiamenti personali e dei comportamenti ecclesiali». 
  
Buoni cittadini 
Sul piano civile e politico – avverte il Papa – i cattolici cinesi sono chiamati a essere buoni cittadini, ad amare la loro Patria e servire il proprio Paese con impegno ed onestà, secondo le proprie capacità. Offrendo quando serve anche «quel contributo profetico e costruttivo che essi traggono dalla propria fede nel regno di Dio. Ciò può richiedere a loro anche la fatica di dire una parola critica, non per sterile contrapposizione ma allo scopo di edificare una società più giusta, più umana e più rispettosa della dignità di ogni persona».  
  
Pastori, non carrieristi 
I vescovi, i pastori e i chierici sono chiamati da Papa Francesco a vivere anche in Cina la carità pastorale come bussola del proprio ministero, mettendo da parte la ricerca dell’affermazione di interessi personali per prendersi cura dei fedeli, «facendo nostre le loro gioie e le loro sofferenze». E chiedendo anche la grazia di non esitare «quando lo Spirito esige da noi che facciamo un passo avanti». 
  
Una parola per i giovani cinesi e alla Chiesa universale 
In vista del prossimo Sinodo dei giovani, il Papa rivolge una parola particolare anche ai giovani cattolici cinesi, invitandoli a lasciarsi sorprendere «dalla forza rinnovatrice della grazia, anche quando può sembrarvi che il Signore chieda un impegno superiore alle vostre forze».  
 
Tutta la Chiesa universale è chiamata da Papa Francesco ad «accompagnare con una fervente preghiera e con fraterna amicizia i nostri fratelli e sorelle in Cina. Infatti, essi devono sentire che nel cammino, che in questo momento si apre di fronte a loro, non sono soli». Per questo ogni comunità cattolica, in tutto il mondo, è invitata da Papa Francesco a «valorizzare e ad accogliere il tesoro spirituale e culturale proprio dei cattolici cinesi», perché «è giunto il tempo di gustare insieme i frutti genuini del Vangelo seminato nel grembo dell’antico “Regno di Mezzo” e di innalzare al Signore Gesù Cristo il canto della fede e del ringraziamento, arricchito di note autenticamente cinesi». 
  
Ai Governanti 
Ai capi politici cinesi il Papa si rivolge «con rispetto», rinnovando l’invito «a proseguire, con fiducia, coraggio e lungimiranza, il dialogo da tempo intrapreso».  
 
La Santa Sede – scrive il Papa – non solo vuole proseguire sul cammino di una più serena e concreta collaborazione» con le autorità cinesi, ma è convinta che la Cina e la Sede apostolica «potranno agire più positivamente per la crescita ordinata ed armonica della Comunità cattolica in terra cinese», potranno «promuovere lo sviluppo integrale della società assicurando maggior rispetto per la persona umana anche nell’ambito religioso», e potranno anche lavorare insieme per «custodire l’ambiente in cui viviamo e per edificare un futuro di pace e di fraternità tra i popoli». A questo riguardo, il Papa richiama anche l’importanza di curare i rapporti tra comunità cattoliche e autorità politiche a livello locale, quello dove spesso sorgono problemi e continuano a consumarsi arbitri: «C’è da imparare» suggerisce il Papa «un nuovo stile di collaborazione semplice e quotidiana tra le Autorità locali e quelle ecclesiastiche – Vescovi, sacerdoti, anziani delle comunità – in maniera tale da garantire l’ordinato svolgimento delle attività pastorali, in armonia tra le legittime attese dei fedeli e le decisioni che competono alle Autorità». In ogni caso, le autorità cinesi a tutti i livelli devono sempre tener presente che «la Chiesa in Cina non è estranea alla storia cinese, né chiede alcun privilegio». 
 
Il messaggio del Papa si conclude con una preghiera a Maria, «Vergine della speranza», a cui viene affidato «il cammino dei credenti nella nobile terra di Cina» e viene chiesto di «presentare al Signore della storia le tribolazioni e le fatiche, le suppliche e le attese dei fedeli che ti pregano, o Regina del Cielo». 

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