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Il Papa: prove e umiliazioni non vanno cercate ma accettate

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Nella Messa per la solennità dei Santi Pietro e Paolo con i nuovi arcivescovi metropoliti ricorda i cristiani perseguitati nel mondo in un clima di «silenzio complice»
 
IACOPO SCARAMUZZI
CITTÀ DEL VATICANO

Per amore di Gesù, san Paolo «ha vissuto le prove, le umiliazioni e le sofferenze, che non vanno mai cercate, ma accettate»: lo ha detto il Papa in un passaggio dell’omelia che ha pronunciato in piazza San Pietro nella solennità dei santi Pietro e Paolo con gli arcivescovi metropoliti che ha nominato quest’anno e i cardinali presenti a Roma per il Concistoro che ha presieduto ieri.«Chiediamoci se siamo cristiani da salotto, che chiacchierano su come vanno le cose nella Chiesa e nel mondo, oppure apostoli in cammino», ha detto Francesco, che ha anche ricordato i tanti cristiani che oggi nel mondo sono «emarginati, calunniati, discriminati, fatti oggetto di violenze anche mortali» a volte in un clima di silenzio «complice».  

 

 

Assente in piazza San Pietro il cardinale Gorge Pell, prefetto della Segreteria per l’Economia, rinviato a giudizio in Australia per abusi sessuali e in «congedo» dalla sua funzione vaticana, come egli stesso ha annunciato questa mattina presto alla stampa.  

 

Francesco ha incentrato la sua omelia attorno a tre concetti, confessione, persecuzione, preghiera.  

 

La confessione è quella di Pietro nel Vangelo, quando Gesù pone ai discepoli «la domanda davvero decisiva», ossia: «Ma voi, chi dite che io sia?». Risponde solo Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». «Questa domanda vitale Gesù la rivolge oggi a noi, a tutti noi, in particolare a noi Pastori, oggi egli ci guarda negli occhi e chiede: “Chi sono io per te?”. Come a dire: “Sono ancora io il Signore della tua vita, la direzione del tuo cuore, la ragione della tua speranza, la tua fiducia incrollabile?”». Chiediamoci, ha proseguito il Papa, «se siamo cristiani da salotto, che chiacchierano su come vanno le cose nella Chiesa e nel mondo, oppure apostoli in cammino, che confessano Gesù con la vita perché hanno lui nel cuore. Chi confessa Gesù sa che non è tenuto soltanto a dare pareri, ma a dare la vita, sa che non può credere in modo tiepido, ma è chiamato a “bruciare” per amore; sa che nella vita non può “galleggiare” o adagiarsi nel benessere, ma deve rischiare di prendere il largo, rilanciando ogni giorno nel dono di sé. Chi confessa Gesù fa come Pietro e Paolo: lo segue fino alla fine; non fino a un certo punto, ma fino alla fine, e lo segue sulla sua via, non sulle nostre vie. La sua via è la via della vita nuova, della gioia e della risurrezione, la via che passa anche attraverso la croce e le persecuzioni».  

 

Questa è la seconda parola-chiave per il Papa: «Anche oggi – ha notato – in varie parti del mondo, a volte in un clima di silenzio, non di rado silenzio complice, tanti cristiani sono emarginati, calunniati, discriminati, fatti oggetto di violenze anche mortali, spesso senza il doveroso impegno di chi potrebbe far rispettare i loro sacrosanti diritti». 

 

Citando san Paolo, il Papa ha sottolineato che «sopportare il male non è solo avere pazienza e tirare avanti con rassegnazione; sopportare è imitare Gesù: è portare il peso, portarlo sulle spalle per lui e per gli altri». Così, «con Paolo – ha detto Bergoglio – possiamo dire che “in tutto siamo tribolati, ma non schiacciati; sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati”. Sopportare è saper vincere con Gesù alla maniera di Gesù, non alla maniera del mondo».  

 

L’apostolo delle genti «ha vissuto “correndo”, cioè senza risparmiarsi, anzi consumandosi. Una cosa dice di aver conservato: non la salute, ma la fede, cioè la confessione di Cristo. Per amore suo – ha detto il Papa – ha vissuto le prove, le umiliazioni e le sofferenze, che non vanno mai cercate, ma accettate. E così, nel mistero del dolore offerto per amore, in questo mistero che tanti fratelli perseguitati, poveri e malati incarnano anche oggi, risplende la forza salvifica della croce di Gesù». 

 

La terza parola scelta dal Papa è preghiera: «I Santi Apostoli ci ottengano un cuore come il loro, affaticato e pacificato dalla preghiera: affaticato perché chiede, bussa e intercede, carico di tante persone e situazioni da affidare; ma al tempo stesso pacificato, perché lo Spirito porta consolazione e fortezza quando si prega. Quanto è urgente nella Chiesa avere maestri di preghiera, ma prima di tutto essere uomini e donne di preghiera, che vivono la preghiera!». Bergoglio ha concluso l’omelia salutando in particolare la delegazione del patriarcato ecumenico presente a piazza San Pietro, «e il caro fratello Bartolomeo, che qui l’ha inviata in segno di comunione apostolica». 

 

Nel corso della Messa i l Papa ha benedetto i palli, simbolo di legame con la Sede di Pietro, destinati agli arcivescovi metropoliti che ha nominato nel corso dell’anno. Dio «sarà vicino anche a voi, cari Fratelli Arcivescovi che, ricevendo il pallio, sarete confermati a vivere per il gregge, imitando il Buon Pastore, che vi sostiene portandovi sulle spalle», ha detto il Papa. Sono 36 gli arcivescovi metropoliti ai quali il Papa ha consegnato il «pallio. Provengono da Repubblica Dominicana, Canada, Ciad, Francia, Filippine, Stati Uniti, Polonia, Camerun, Venezuela, India, Messico, Repubblica democratica del Congo, Brasile, Albania, Cuba, Sudan, Polinesia francese, Algeria, Bangladesh, Malaysia, Indonesia, Mozambico, Kenya, Cile, Argentina. Il primo è il cardinale Joseph Tobin, arcivescovo statunitense di Newark, l’unico italiano l’arcivescovo di Messina Giovanni Accolla. 

 

Dopo la Celebrazione, il Pontefice ha recitato l’Angelus: «La nostra preghiera, oggi – ha detto il Papa dopo l’Angelus, nella festa dei Santi Pietro e Paolo – è soprattutto per la Chiesa che vive a Roma e per questa città, di cui Pietro e Paolo sono i patroni». «A tutti i fedeli di Roma – ha invitato – un grande applauso». Papa Francesco, prima dell’Angelus ha paragonato i due apostoli a due «colonne» della Chiesa, e ha ricordato che anche essi subirono «ostilità e prigionia», sono accomunati dall’essere stati mandati da Gesù «ad annunciare il Vangelo in ambienti difficili e in certi casi ostili» e che le loro vicende «personali ed ecclesiali» dimostrano «che il Signore è sempre al nostro fianco, non ci abbandona mai, cammina con noi».  

Redazionehttps://www.spesalvi.it
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Per amore di Gesù, san Paolo «ha vissuto le prove, le umiliazioni e le sofferenze, che non vanno mai cercate, ma accettate»: lo ha detto il Papa in un passaggio dell’omelia che ha pronunciato in piazza San Pietro nella solennità dei santi Pietro e Paolo con gli arcivescovi metropoliti che ha nominato quest’anno e i cardinali presenti a Roma per il Concistoro che ha presieduto ieri.«Chiediamoci se siamo cristiani da salotto, che chiacchierano su come vanno le cose nella Chiesa e nel mondo, oppure apostoli in cammino», ha detto Francesco, che ha anche ricordato i tanti cristiani che oggi nel mondo sono «emarginati, calunniati, discriminati, fatti oggetto di violenze anche mortali» a volte in un clima di silenzio «complice».  

 

 

Assente in piazza San Pietro il cardinale Gorge Pell, prefetto della Segreteria per l’Economia, rinviato a giudizio in Australia per abusi sessuali e in «congedo» dalla sua funzione vaticana, come egli stesso ha annunciato questa mattina presto alla stampa.  

 

Francesco ha incentrato la sua omelia attorno a tre concetti, confessione, persecuzione, preghiera.  

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La confessione è quella di Pietro nel Vangelo, quando Gesù pone ai discepoli «la domanda davvero decisiva», ossia: «Ma voi, chi dite che io sia?». Risponde solo Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». «Questa domanda vitale Gesù la rivolge oggi a noi, a tutti noi, in particolare a noi Pastori, oggi egli ci guarda negli occhi e chiede: “Chi sono io per te?”. Come a dire: “Sono ancora io il Signore della tua vita, la direzione del tuo cuore, la ragione della tua speranza, la tua fiducia incrollabile?”». Chiediamoci, ha proseguito il Papa, «se siamo cristiani da salotto, che chiacchierano su come vanno le cose nella Chiesa e nel mondo, oppure apostoli in cammino, che confessano Gesù con la vita perché hanno lui nel cuore. Chi confessa Gesù sa che non è tenuto soltanto a dare pareri, ma a dare la vita, sa che non può credere in modo tiepido, ma è chiamato a “bruciare” per amore; sa che nella vita non può “galleggiare” o adagiarsi nel benessere, ma deve rischiare di prendere il largo, rilanciando ogni giorno nel dono di sé. Chi confessa Gesù fa come Pietro e Paolo: lo segue fino alla fine; non fino a un certo punto, ma fino alla fine, e lo segue sulla sua via, non sulle nostre vie. La sua via è la via della vita nuova, della gioia e della risurrezione, la via che passa anche attraverso la croce e le persecuzioni».  

 

Questa è la seconda parola-chiave per il Papa: «Anche oggi – ha notato – in varie parti del mondo, a volte in un clima di silenzio, non di rado silenzio complice, tanti cristiani sono emarginati, calunniati, discriminati, fatti oggetto di violenze anche mortali, spesso senza il doveroso impegno di chi potrebbe far rispettare i loro sacrosanti diritti». 

 

Citando san Paolo, il Papa ha sottolineato che «sopportare il male non è solo avere pazienza e tirare avanti con rassegnazione; sopportare è imitare Gesù: è portare il peso, portarlo sulle spalle per lui e per gli altri». Così, «con Paolo – ha detto Bergoglio – possiamo dire che “in tutto siamo tribolati, ma non schiacciati; sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati”. Sopportare è saper vincere con Gesù alla maniera di Gesù, non alla maniera del mondo».  

 

L’apostolo delle genti «ha vissuto “correndo”, cioè senza risparmiarsi, anzi consumandosi. Una cosa dice di aver conservato: non la salute, ma la fede, cioè la confessione di Cristo. Per amore suo – ha detto il Papa – ha vissuto le prove, le umiliazioni e le sofferenze, che non vanno mai cercate, ma accettate. E così, nel mistero del dolore offerto per amore, in questo mistero che tanti fratelli perseguitati, poveri e malati incarnano anche oggi, risplende la forza salvifica della croce di Gesù». 

 

La terza parola scelta dal Papa è preghiera: «I Santi Apostoli ci ottengano un cuore come il loro, affaticato e pacificato dalla preghiera: affaticato perché chiede, bussa e intercede, carico di tante persone e situazioni da affidare; ma al tempo stesso pacificato, perché lo Spirito porta consolazione e fortezza quando si prega. Quanto è urgente nella Chiesa avere maestri di preghiera, ma prima di tutto essere uomini e donne di preghiera, che vivono la preghiera!». Bergoglio ha concluso l’omelia salutando in particolare la delegazione del patriarcato ecumenico presente a piazza San Pietro, «e il caro fratello Bartolomeo, che qui l’ha inviata in segno di comunione apostolica». 

 

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Dopo la Celebrazione, il Pontefice ha recitato l’Angelus: «La nostra preghiera, oggi – ha detto il Papa dopo l’Angelus, nella festa dei Santi Pietro e Paolo – è soprattutto per la Chiesa che vive a Roma e per questa città, di cui Pietro e Paolo sono i patroni». «A tutti i fedeli di Roma – ha invitato – un grande applauso». Papa Francesco, prima dell’Angelus ha paragonato i due apostoli a due «colonne» della Chiesa, e ha ricordato che anche essi subirono «ostilità e prigionia», sono accomunati dall’essere stati mandati da Gesù «ad annunciare il Vangelo in ambienti difficili e in certi casi ostili» e che le loro vicende «personali ed ecclesiali» dimostrano «che il Signore è sempre al nostro fianco, non ci abbandona mai, cammina con noi».  

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