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Il Papa: non conosce speranza chi si chiude nel benessere

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All’udienza ribadisce l’appello a non creare muri ma ponti: il cristiano non dice «me la pagherai». Prega per i «fratelli» Rohingya, rifugiati musulmani respinti dal Myanmar

Nessuno impara a sperare da solo e «non conosce la speranza chi si chiude nel proprio benessere: spera soltanto nel suo benessere e quello non è speranza: è sicurezza relativa», mentre «a sperare sono invece coloro che sperimentano ogni giorno la prova, la precarietà e il proprio limite». Papa Francesco è tornato a fare appello «a non creare muri ma ponti, a non ricambiare il male col male, a vincere il male con il bene, l’offesa con il perdono», all’udienza generale durante la quale ha proseguito un ciclo di catechesi sulla speranza cristiana, sottolineando, con un gesto, che «il cristiano mai può dire: me la pagherai». Francesco ha invitato i fedeli a pregare il Padre Nostro, a fine udienza, per «i nostri fratelli e sorelle Rohingya», rifugiati musulmani respinti dal Myanmar, in occasione della «Giornata contro la tratta» che la Chiesa celebra oggi, memoria di suor Giuseppina Bakhita, che «da bambina fu vittima della tratta» e dall’Africa «finì per arrivare come migrante in Europa». 

 

 

Francesco è partito dalla Lettera di San Paolo ai Tessalonicesi per sottolineare che «la speranza cristiana non ha solo un respiro personale, individuale, ma comunitario, ecclesiale. Tutti noi speriamo. Tutti noi abbiamo speranza, ma anche comunitariamente». Per questo è necessario «aiutarci a vicenda. Ma non solo aiutarci nei bisogni, nei tanti bisogni della vita quotidiana, ma aiutarci nella speranza, sostenerci nella speranza». San Paolo, ha proseguito il Papa, si sofferma «sui fratelli che rischiano maggiormente di perdere la speranza, di cadere nella disperazione. Ma noi sempre abbiamo notizie di gente che cade nella disperazione e fa cose brutte, no? La “dis-speranza” – ha notato il Papa – li porta a tante cose brutte… Il riferimento è a chi è scoraggiato, a chi è debole, a chi si sente abbattuto dal peso della vita e delle proprie colpe e non riesce più a sollevarsi. In questi casi, la vicinanza e il calore di tutta la Chiesa devono farsi ancora più intensi e amorevoli, e devono assumere la forma squisita della compassione, che non è avere pietà: la compassione è patire con l’altro, soffrire con l’altro, avvicinarmi a quello che soffre con una parola, una carezza, ma che venga dal cuore, eh? Quella è la compassione! Hanno bisogno del conforto e della consolazione».  

 

«Questa testimonianza poi – ha sottolineato Francesco – non rimane chiusa dentro i confini della comunità cristiana: risuona in tutto il suo vigore anche al di fuori, nel contesto sociale e civile, come appello a non creare muri ma ponti, a non ricambiare il male col male, a vincere il male con il bene, l’offesa con il perdono: il cristiano mai può dire: me la pagherai. Mai! Questo non è un gesto cristiano! L’offesa si vince con il perdono; a vivere in pace con tutti. Questa è la Chiesa! E questo è ciò che opera la speranza cristiana, quando assume i lineamenti forti e al tempo stesso teneri dell’amore. E l’amore è forte e tenero.È bello». 

 

«Si comprende allora – ha proseguito il Papa – che non si impara a sperare da soli. Nessuno impara a sperare da solo. Non è possibile. La speranza, per alimentarsi, ha bisogno necessariamente di un “corpo”, nel quale le varie membra si sostengono e si ravvivano a vicenda. Questo allora vuol dire che, se speriamo, è perché tanti nostri fratelli e sorelle ci hanno insegnato a sperare e hanno tenuto viva la nostra speranza. E tra questi, si distinguono i piccoli, i poveri, i semplici, gli emarginati. Sì, perché non conosce la speranza – ha rimarcato il Pontefice argentino – chi si chiude nel proprio benessere: spera soltanto nel suo benessere e quello non è speranza: è sicurezza relativa; non conosce la speranza chi si chiude nel proprio appagamento, chi si sente sempre a posto… A sperare sono invece coloro che sperimentano ogni giorno la prova, la precarietà e il proprio limite. Sono questi nostri fratelli a darci la testimonianza più bella, più forte, perché rimangono fermi nell’affidamento al Signore, sapendo che, al di là della tristezza, dell’oppressione e della ineluttabilità della morte, l’ultima parola sarà la sua, e sarà una parola di misericordia, di vita e di pace».  

 

A conclusione dell’udienza, il Papa, in occasione della odierna Giornata di preghiera e riflessione contro la tratta di persone, quest’anno dedicata in particolare a bambini e adolescenti, ha voluto incoraggiare «tutti coloro che in vari modi aiutano i minori schiavizzati e abusati a liberarsi da tale oppressione. Auspico che quanti hanno responsabilità di governo combattano con decisione questa piaga, dando voce ai nostri fratelli più piccoli, umiliati nella loro dignità. Occorre fare ogni sforzo per debellare questo crimine vergognoso e intollerabile». Francesco ha poi sottolineato, a braccio, che questa giornata cade oggi perché oggi la Chiesa ricorda suor Giuseppina Bakhita, «questa ragazza schiavizzata in Africa, sfruttata, umiliata», che «non ha perso la speranza e portò avanti la fede e – ha proseguito il Papa parlando a braccio – finì per arrivare come migrante in Europa e lì sentì la chiamata del Signore e si fece suora. Preghiamo Santa Giuseppina Bakita per tutti, per tutti i migranti, i rifugiati, gli sfruttati che soffrono tanto, tanto, e parlando di migranti cacciati via, sfruttati, vorrei pregare con voi oggi in modo speciale per i nostri fratelli e sorelle Rohingya cacciati via dal Myanmar: vanno da una parte all’altra perché non li vogliono, è gente buona, gente pacifica: non sono cristiani, sono buoni, sono fratelli e sorelle nostri, è da anni che soffrono: sono stati torturati, uccisi semplicemente per portare avanti le loro tradizioni, la loro fede musulmana. Preghiamo per loro e vi invito, pregate per loro a nostro padre, che è nei cieli, tutti insieme per i nostri fratelli e sorelle Rohingya». 

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All’udienza ribadisce l’appello a non creare muri ma ponti: il cristiano non dice «me la pagherai». Prega per i «fratelli» Rohingya, rifugiati musulmani respinti dal Myanmar

Nessuno impara a sperare da solo e «non conosce la speranza chi si chiude nel proprio benessere: spera soltanto nel suo benessere e quello non è speranza: è sicurezza relativa», mentre «a sperare sono invece coloro che sperimentano ogni giorno la prova, la precarietà e il proprio limite». Papa Francesco è tornato a fare appello «a non creare muri ma ponti, a non ricambiare il male col male, a vincere il male con il bene, l’offesa con il perdono», all’udienza generale durante la quale ha proseguito un ciclo di catechesi sulla speranza cristiana, sottolineando, con un gesto, che «il cristiano mai può dire: me la pagherai». Francesco ha invitato i fedeli a pregare il Padre Nostro, a fine udienza, per «i nostri fratelli e sorelle Rohingya», rifugiati musulmani respinti dal Myanmar, in occasione della «Giornata contro la tratta» che la Chiesa celebra oggi, memoria di suor Giuseppina Bakhita, che «da bambina fu vittima della tratta» e dall’Africa «finì per arrivare come migrante in Europa». 

 

 

Francesco è partito dalla Lettera di San Paolo ai Tessalonicesi per sottolineare che «la speranza cristiana non ha solo un respiro personale, individuale, ma comunitario, ecclesiale. Tutti noi speriamo. Tutti noi abbiamo speranza, ma anche comunitariamente». Per questo è necessario «aiutarci a vicenda. Ma non solo aiutarci nei bisogni, nei tanti bisogni della vita quotidiana, ma aiutarci nella speranza, sostenerci nella speranza». San Paolo, ha proseguito il Papa, si sofferma «sui fratelli che rischiano maggiormente di perdere la speranza, di cadere nella disperazione. Ma noi sempre abbiamo notizie di gente che cade nella disperazione e fa cose brutte, no? La “dis-speranza” – ha notato il Papa – li porta a tante cose brutte… Il riferimento è a chi è scoraggiato, a chi è debole, a chi si sente abbattuto dal peso della vita e delle proprie colpe e non riesce più a sollevarsi. In questi casi, la vicinanza e il calore di tutta la Chiesa devono farsi ancora più intensi e amorevoli, e devono assumere la forma squisita della compassione, che non è avere pietà: la compassione è patire con l’altro, soffrire con l’altro, avvicinarmi a quello che soffre con una parola, una carezza, ma che venga dal cuore, eh? Quella è la compassione! Hanno bisogno del conforto e della consolazione».  

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«Questa testimonianza poi – ha sottolineato Francesco – non rimane chiusa dentro i confini della comunità cristiana: risuona in tutto il suo vigore anche al di fuori, nel contesto sociale e civile, come appello a non creare muri ma ponti, a non ricambiare il male col male, a vincere il male con il bene, l’offesa con il perdono: il cristiano mai può dire: me la pagherai. Mai! Questo non è un gesto cristiano! L’offesa si vince con il perdono; a vivere in pace con tutti. Questa è la Chiesa! E questo è ciò che opera la speranza cristiana, quando assume i lineamenti forti e al tempo stesso teneri dell’amore. E l’amore è forte e tenero.È bello». 

 

«Si comprende allora – ha proseguito il Papa – che non si impara a sperare da soli. Nessuno impara a sperare da solo. Non è possibile. La speranza, per alimentarsi, ha bisogno necessariamente di un “corpo”, nel quale le varie membra si sostengono e si ravvivano a vicenda. Questo allora vuol dire che, se speriamo, è perché tanti nostri fratelli e sorelle ci hanno insegnato a sperare e hanno tenuto viva la nostra speranza. E tra questi, si distinguono i piccoli, i poveri, i semplici, gli emarginati. Sì, perché non conosce la speranza – ha rimarcato il Pontefice argentino – chi si chiude nel proprio benessere: spera soltanto nel suo benessere e quello non è speranza: è sicurezza relativa; non conosce la speranza chi si chiude nel proprio appagamento, chi si sente sempre a posto… A sperare sono invece coloro che sperimentano ogni giorno la prova, la precarietà e il proprio limite. Sono questi nostri fratelli a darci la testimonianza più bella, più forte, perché rimangono fermi nell’affidamento al Signore, sapendo che, al di là della tristezza, dell’oppressione e della ineluttabilità della morte, l’ultima parola sarà la sua, e sarà una parola di misericordia, di vita e di pace».  

 

A conclusione dell’udienza, il Papa, in occasione della odierna Giornata di preghiera e riflessione contro la tratta di persone, quest’anno dedicata in particolare a bambini e adolescenti, ha voluto incoraggiare «tutti coloro che in vari modi aiutano i minori schiavizzati e abusati a liberarsi da tale oppressione. Auspico che quanti hanno responsabilità di governo combattano con decisione questa piaga, dando voce ai nostri fratelli più piccoli, umiliati nella loro dignità. Occorre fare ogni sforzo per debellare questo crimine vergognoso e intollerabile». Francesco ha poi sottolineato, a braccio, che questa giornata cade oggi perché oggi la Chiesa ricorda suor Giuseppina Bakhita, «questa ragazza schiavizzata in Africa, sfruttata, umiliata», che «non ha perso la speranza e portò avanti la fede e – ha proseguito il Papa parlando a braccio – finì per arrivare come migrante in Europa e lì sentì la chiamata del Signore e si fece suora. Preghiamo Santa Giuseppina Bakita per tutti, per tutti i migranti, i rifugiati, gli sfruttati che soffrono tanto, tanto, e parlando di migranti cacciati via, sfruttati, vorrei pregare con voi oggi in modo speciale per i nostri fratelli e sorelle Rohingya cacciati via dal Myanmar: vanno da una parte all’altra perché non li vogliono, è gente buona, gente pacifica: non sono cristiani, sono buoni, sono fratelli e sorelle nostri, è da anni che soffrono: sono stati torturati, uccisi semplicemente per portare avanti le loro tradizioni, la loro fede musulmana. Preghiamo per loro e vi invito, pregate per loro a nostro padre, che è nei cieli, tutti insieme per i nostri fratelli e sorelle Rohingya». 

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