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Il Papa: nel presepe c’è la tenerezza per essere vicini, anche se distanti

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Nell’antivigilia di Natale, Francesco dedica la catechesi dell’udienza generale ad alcune riflessioni per celebrare con maggior consapevolezza “la festa dell’amore incarnato”. In Gesù Dio si fa uomo per noi, spiega, possiamo “rimuovere il pessimismo” causato dalla pandemia, ed essere vicini nel contemplare “la luce che da’ senso all’esistenza umana e alla storia intera”

Alessandro Di Bussolo – Città del Vaticano

Il Natale “è la festa dell’amore incarnato”, in Gesù Dio si fa uomo per noi: possiamo “rimuovere dai cuori” il pessimismo causato dalla pandemia, e contemplando la Natività nel presepe, far “rinascere in noi la tenerezza”, che è la via che il Bambino ci mostra “per essere vicini, per essere umani” anche se la paura del contagio ci costringe “a stare più distanti”.

E’ il messaggio di gioia e coraggio che Papa Francesco manda, nell’antivigilia di Natale, a tutti gli uomini e le donne nella catechesi dell’udienza generale, tenuta ancora nella Biblioteca del Palazzo Apostolico per le misure di contrasto al contagio da Covid- 19. Sospendendo per l’occasione la serie di meditazioni sulla preghiera, il Papa offre a chi lo segue attraverso i mass media, alcune “brevi riflessioni” per “celebrare il Natale con maggiore consapevolezza”.

Ricorda innanzitutto che “nella liturgia della Notte risuonerà l’annuncio dell’angelo ai pastori”, quel “Non temete, ecco io vi annuncio una grande gioia” per tutto il popolo: oggi, “è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore”. E il segno sarà, scrive Luca nel suo Vangelo, “un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia”. Anche noi, come i pastori “ci muoviamo spiritualmente verso Betlemme”, ricorda Francesco, “dove Maria ha dato alla luce il Bambino in una stalla”, perché “per loro non c’era posto nell’alloggio”.

Il Natale, sottolinea il Pontefice, “è diventato una festa universale, e anche chi non crede percepisce il fascino di questa ricorrenza”.

Il cristiano, però, sa che il Natale è un avvenimento decisivo, un fuoco perenne che Dio ha acceso nel mondo, e non può essere confuso con le cose effimere. È importante che esso non si riduca a festa solamente sentimentale o consumistica, ricca di regali e di auguri ma povera di fede cristiana.

Quindi Papa Francesco chiede di “arginare una certa mentalità mondana, incapace di cogliere il nucleo incandescente della nostra fede”, sintetizzato nelle prime parole del Vangelo di Giovanni. “Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi – scrive l’evangelista – e noi abbiamo contemplato la sua gloria”, di “Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità”.

Il Natale, prosegue il Papa, “ci invita a riflettere”, sia “sulla drammaticità della storia, nella quale gli uomini, feriti dal peccato”, cercano senza sosta verità, misericordia e redenzione, sia “sulla bontà di Dio”, che in Gesù “ci è venuto incontro per comunicarci la Verità che salva e renderci partecipi della sua amicizia e della sua vita”. E’ un dono di grazia che riceviamo nel Natale, festa di “semplicità e l’umanità”, che “può rimuovere dai nostri cuori e dalle nostre menti il pessimismo”, oggi diffuso a causa della pandemia.

Possiamo superare quel senso di smarrimento inquietante, non lasciarci sopraffare dalle sconfitte e dai fallimenti, nella ritrovata consapevolezza che quel Bambino umile e povero, nascosto e inerme, è Dio stesso, fattosi uomo per noi.

Quindi Francesco ricorda che il Concilio Vaticano II, “in un celebre passo della Costituzione sulla Chiesa nel mondo contemporaneo”, ci dice “che questo avvenimento riguarda ognuno di noi” perché “con l’Incarnazione il Figlio di Dio” si è unito ad ogni uomo. “Ha lavorato con mani d’uomo – si legge nella Gaudium et spes – ha pensato con mente d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo”. E’ una realtà, commenta il Pontefice, che “ci dona tanta gioia e tanto coraggio”.

Dio non ci ha guardato dall’alto, non ci è passato accanto, non ha avuto ribrezzo della nostra miseria, non si è rivestito di un corpo apparente, ma ha assunto pienamente la nostra natura e la nostra condizione umana. Non ha lasciato fuori nulla, eccetto il peccato: tutta l’umanità è in Lui. Egli ha preso tutto ciò che siamo, così come siamo.

Citando poi Sant’Agostino nelle “Confessioni”, Papa Francesco parla della “debolezza” dell’umile Gesù, che è un “ammaestramento”, perché “ci rivela l’amore di Dio”.

Il Natale è la festa dell’Amore incarnato e nato per noi in Gesù Cristo. Egli è la luce degli uomini che splende nelle tenebre, che dà senso all’esistenza umana e alla storia intera.

Per prepararsi al Natale “con maggiore consapevolezza” il Papa indica “un modo alla portata di tutti”: meditare un po’ in silenzio davanti al presepe. E invita a rileggere la sua Lettera apostolica Admirabile signum, “Segno mirabile”, dedicata alla tradizione iniziata da San Francesco d’Assisi. Alla sua scuola, conclude il Pontefice che ha scelto il nome del poverello, “possiamo diventare un po’ bambini rimanendo a contemplare la scena della Natività”…

E lasciare che rinasca in noi lo stupore per il modo “meraviglioso” in cui Dio ha voluto venire nel mondo. Questo farà rinascere in noi la tenerezza; e oggi abbiamo tanto bisogno di tenerezza! Se la pandemia ci ha costretto a stare più distanti, Gesù, nel presepe, ci mostra la via della tenerezza per essere vicini, per essere umani. Seguiamo questa strada. Buon Natale! 

Originale: Vatican News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
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Il Papa: nel presepe c’è la tenerezza per essere vicini, anche se distanti

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Alessandro Di Bussolo – Città del Vaticano

Il Natale “è la festa dell’amore incarnato”, in Gesù Dio si fa uomo per noi: possiamo “rimuovere dai cuori” il pessimismo causato dalla pandemia, e contemplando la Natività nel presepe, far “rinascere in noi la tenerezza”, che è la via che il Bambino ci mostra “per essere vicini, per essere umani” anche se la paura del contagio ci costringe “a stare più distanti”.

E’ il messaggio di gioia e coraggio che Papa Francesco manda, nell’antivigilia di Natale, a tutti gli uomini e le donne nella catechesi dell’udienza generale, tenuta ancora nella Biblioteca del Palazzo Apostolico per le misure di contrasto al contagio da Covid- 19. Sospendendo per l’occasione la serie di meditazioni sulla preghiera, il Papa offre a chi lo segue attraverso i mass media, alcune “brevi riflessioni” per “celebrare il Natale con maggiore consapevolezza”.

Ricorda innanzitutto che “nella liturgia della Notte risuonerà l’annuncio dell’angelo ai pastori”, quel “Non temete, ecco io vi annuncio una grande gioia” per tutto il popolo: oggi, “è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore”. E il segno sarà, scrive Luca nel suo Vangelo, “un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia”. Anche noi, come i pastori “ci muoviamo spiritualmente verso Betlemme”, ricorda Francesco, “dove Maria ha dato alla luce il Bambino in una stalla”, perché “per loro non c’era posto nell’alloggio”.

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Il Natale, sottolinea il Pontefice, “è diventato una festa universale, e anche chi non crede percepisce il fascino di questa ricorrenza”.

Il cristiano, però, sa che il Natale è un avvenimento decisivo, un fuoco perenne che Dio ha acceso nel mondo, e non può essere confuso con le cose effimere. È importante che esso non si riduca a festa solamente sentimentale o consumistica, ricca di regali e di auguri ma povera di fede cristiana.

Quindi Papa Francesco chiede di “arginare una certa mentalità mondana, incapace di cogliere il nucleo incandescente della nostra fede”, sintetizzato nelle prime parole del Vangelo di Giovanni. “Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi – scrive l’evangelista – e noi abbiamo contemplato la sua gloria”, di “Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità”.

Il Natale, prosegue il Papa, “ci invita a riflettere”, sia “sulla drammaticità della storia, nella quale gli uomini, feriti dal peccato”, cercano senza sosta verità, misericordia e redenzione, sia “sulla bontà di Dio”, che in Gesù “ci è venuto incontro per comunicarci la Verità che salva e renderci partecipi della sua amicizia e della sua vita”. E’ un dono di grazia che riceviamo nel Natale, festa di “semplicità e l’umanità”, che “può rimuovere dai nostri cuori e dalle nostre menti il pessimismo”, oggi diffuso a causa della pandemia.

Possiamo superare quel senso di smarrimento inquietante, non lasciarci sopraffare dalle sconfitte e dai fallimenti, nella ritrovata consapevolezza che quel Bambino umile e povero, nascosto e inerme, è Dio stesso, fattosi uomo per noi.

Quindi Francesco ricorda che il Concilio Vaticano II, “in un celebre passo della Costituzione sulla Chiesa nel mondo contemporaneo”, ci dice “che questo avvenimento riguarda ognuno di noi” perché “con l’Incarnazione il Figlio di Dio” si è unito ad ogni uomo. “Ha lavorato con mani d’uomo – si legge nella Gaudium et spes – ha pensato con mente d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo”. E’ una realtà, commenta il Pontefice, che “ci dona tanta gioia e tanto coraggio”.

Dio non ci ha guardato dall’alto, non ci è passato accanto, non ha avuto ribrezzo della nostra miseria, non si è rivestito di un corpo apparente, ma ha assunto pienamente la nostra natura e la nostra condizione umana. Non ha lasciato fuori nulla, eccetto il peccato: tutta l’umanità è in Lui. Egli ha preso tutto ciò che siamo, così come siamo.

Citando poi Sant’Agostino nelle “Confessioni”, Papa Francesco parla della “debolezza” dell’umile Gesù, che è un “ammaestramento”, perché “ci rivela l’amore di Dio”.

Il Natale è la festa dell’Amore incarnato e nato per noi in Gesù Cristo. Egli è la luce degli uomini che splende nelle tenebre, che dà senso all’esistenza umana e alla storia intera.

Per prepararsi al Natale “con maggiore consapevolezza” il Papa indica “un modo alla portata di tutti”: meditare un po’ in silenzio davanti al presepe. E invita a rileggere la sua Lettera apostolica Admirabile signum, “Segno mirabile”, dedicata alla tradizione iniziata da San Francesco d’Assisi. Alla sua scuola, conclude il Pontefice che ha scelto il nome del poverello, “possiamo diventare un po’ bambini rimanendo a contemplare la scena della Natività”…

E lasciare che rinasca in noi lo stupore per il modo “meraviglioso” in cui Dio ha voluto venire nel mondo. Questo farà rinascere in noi la tenerezza; e oggi abbiamo tanto bisogno di tenerezza! Se la pandemia ci ha costretto a stare più distanti, Gesù, nel presepe, ci mostra la via della tenerezza per essere vicini, per essere umani. Seguiamo questa strada. Buon Natale! 

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