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Il Papa: i consacrati che vivono da ricchi feriscono la Chiesa

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Francesco invia un messaggio al simposio sull’economia organizzato dal dicastero vaticano per la Vita consacrata. «Dobbiamo ripensare l’economia ascoltando il grido dei poveri»

«L’ipocrisia dei consacrati che vivono da ricchi ferisce le coscienze dei fedeli e danneggia la Chiesa». Così il Papa nel messaggio inviato al simposio sull’economia organizzato dal dicastero vaticano per la Vita consacrata. «Dobbiamo educarci a un’austerità responsabile. Non basta aver fatto la professione religiosa per essere poveri. Non basta trincerarmi dietro l’affermazione che non possiedo nulla perché sono religioso, religiosa, se il mio istituto mi permette di gestire o godere di tutti i beni che desidero», afferma Francesco.

Il Pontefice mette in guardia dalla tentazione di fare dei carismi nella Chiesa «qualcosa di statico e di rigido». «Parlare di carisma – osserva Francesco – significa parlare di dono, di gratuità e di grazia. So bene che a molti che operano nel campo economico queste sembrano parole irrilevanti, da relegare nella sfera privata e religiosa. Invece è risaputo, ormai anche tra gli economisti, che una società senza charis non può funzionare bene e finisce disumanizzandosi. Mai l’economia – e la sua gestione ribadisce il Papa – sono eticamente e antropologicamente neutre. O concorrono a costruire rapporti di giustizia e di solidarietà, o generano situazioni di esclusione e di rifiuto».

Bergoglio insiste sulla necessità di «un atteggiamento interiore di apertura alla realtà e di ascolto di Dio che in essa ci parla». «Dobbiamo – dice – domandarci se siamo disposti a “sporcarci le mani” lavorando nella storia di oggi». L’alternativa è chiara: o siamo davvero «compagni di strada degli uomini e delle donne del nostro tempo, particolarmente di tanti che giacciono feriti lungo le nostre strade», o «ci facciamo sopraffare dalla logica diabolica del guadagno (il diavolo spesso entra dal portafoglio o dalla carta di credito) ».

Francesco affronta poi il tema della fedeltà. «Essere fedeli ci impegna ad un lavoro assiduo di discernimento affinché le opere, coerenti con i carismi, continuino ad essere strumenti efficaci per far giungere a molti la tenerezza di Dio. Questo comporta chiedersi se le nostre opere manifestano o no il carisma che abbiamo professato, se rispondono o no alla missione che ci è stata affidata dalla Chiesa. Il criterio principale di valutazione delle opere non è la loro redditività, ma se corrispondono al carisma e alla missione che l’istituto è chiamato a compiere».

«Essere fedeli al carisma – aggiunge – richiede spesso un atto di coraggio: non si tratta di vendere tutto o di dismettere tutte le opere, ma di fare un serio discernimento, tenendo lo sguardo ben rivolto a Cristo, le orecchie attente alla sua Parola e alla voce dei poveri. In questo modo le nostre opere possono, al tempo stesso, essere feconde per il cammino dell’istituto ed esprimere la predilezione di Dio per i poveri».

«Tutto questo – riprende il vescovo di Roma – comporta ripensare l’economia, attraverso un’attenta lettura della Parola di Dio e della storia. Ascoltare il sussurro di Dio e il grido dei poveri, dei poveri di sempre e dei nuovi poveri; comprendere che cosa il Signore chiede oggi».

Facendo, spiega Bergoglio, anche delle scelte. «In certi casi, il discernimento potrà suggerire di mantenere in vita un’opera che produce perdite – stando bene attenti a che queste non siano generate da incapacità o da imperizia – ma ridà dignità a persone vittime dello scarto, deboli e fragili: i nascituri, i più poveri, gli anziani malati, i disabili gravi.Può darsi che il discernimento suggerisca di ripensare un’opera, che forse è diventata troppo grande e complessa, ma possiamo allora trovare forme di collaborazione con altri istituti o forse trasformare l’opera stessa in modo che questa continui, seppure con altre modalità, come opera della Chiesa». Un discernimento specifica il Papa, che, sa anche porsi «controcorrente perché si serve del denaro e non serve il denaro per nessun motivo, neppure quello più giusto e santo».

Ma ripensare l’economia richiede anche competenze e capacità specifiche. «Anche qui siamo di fronte ad una sfida educativa, che non può lasciare fuori i consacrati. Una sfida che certo in primo luogo tocca gli economi e coloro che sono coinvolti in prima persona nelle scelte dell’istituto. A costoro è richiesta la capacità di essere astuti come i serpenti e semplici come le colombe (cfr Mt 10,16). E l’astuzia cristiana permette di distinguere fra un lupo e una pecora, perché tanti sono i lupi travestiti da pecore, soprattutto quando ci sono i soldi in gioco!»

Gli stessi istituti di vita consacrata non sono esenti da alcuni rischi. «Quanti consacrati – si chiede Francesco – continuano ancora oggi a pensare che le leggi dell’economia sono indipendenti da ogni considerazione etica? Quante volte la valutazione sulla trasformazione di un’opera o la vendita di un immobile è vista solo sulla base di un’analisi dei costi-benefici e valore di mercato? Dio ci liberi dallo spirito di funzionalismo e dal cadere nella trappola dell’avarizia! Inoltre, dobbiamo educarci ad una austerità responsabile. Non basta aver fatto la professione religiosa per essere poveri. Non basta trincerarmi dietro l’affermazione che non possiedo nulla perché sono religioso, religiosa, se il mio istituto mi permette di gestire o godere di tutti i beni che desidero, e di controllare le Fondazioni civili erette per sostenere le opere proprie, evitando così i controlli della Chiesa. L’ipocrisia dei consacrati che vivono da ricchi – conclude il Papa – ferisce le coscienze dei fedeli e danneggia la Chiesa».

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Francesco invia un messaggio al simposio sull’economia organizzato dal dicastero vaticano per la Vita consacrata. «Dobbiamo ripensare l’economia ascoltando il grido dei poveri»

«L’ipocrisia dei consacrati che vivono da ricchi ferisce le coscienze dei fedeli e danneggia la Chiesa». Così il Papa nel messaggio inviato al simposio sull’economia organizzato dal dicastero vaticano per la Vita consacrata. «Dobbiamo educarci a un’austerità responsabile. Non basta aver fatto la professione religiosa per essere poveri. Non basta trincerarmi dietro l’affermazione che non possiedo nulla perché sono religioso, religiosa, se il mio istituto mi permette di gestire o godere di tutti i beni che desidero», afferma Francesco.

Il Pontefice mette in guardia dalla tentazione di fare dei carismi nella Chiesa «qualcosa di statico e di rigido». «Parlare di carisma – osserva Francesco – significa parlare di dono, di gratuità e di grazia. So bene che a molti che operano nel campo economico queste sembrano parole irrilevanti, da relegare nella sfera privata e religiosa. Invece è risaputo, ormai anche tra gli economisti, che una società senza charis non può funzionare bene e finisce disumanizzandosi. Mai l’economia – e la sua gestione ribadisce il Papa – sono eticamente e antropologicamente neutre. O concorrono a costruire rapporti di giustizia e di solidarietà, o generano situazioni di esclusione e di rifiuto».

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Bergoglio insiste sulla necessità di «un atteggiamento interiore di apertura alla realtà e di ascolto di Dio che in essa ci parla». «Dobbiamo – dice – domandarci se siamo disposti a “sporcarci le mani” lavorando nella storia di oggi». L’alternativa è chiara: o siamo davvero «compagni di strada degli uomini e delle donne del nostro tempo, particolarmente di tanti che giacciono feriti lungo le nostre strade», o «ci facciamo sopraffare dalla logica diabolica del guadagno (il diavolo spesso entra dal portafoglio o dalla carta di credito) ».

Francesco affronta poi il tema della fedeltà. «Essere fedeli ci impegna ad un lavoro assiduo di discernimento affinché le opere, coerenti con i carismi, continuino ad essere strumenti efficaci per far giungere a molti la tenerezza di Dio. Questo comporta chiedersi se le nostre opere manifestano o no il carisma che abbiamo professato, se rispondono o no alla missione che ci è stata affidata dalla Chiesa. Il criterio principale di valutazione delle opere non è la loro redditività, ma se corrispondono al carisma e alla missione che l’istituto è chiamato a compiere».

«Essere fedeli al carisma – aggiunge – richiede spesso un atto di coraggio: non si tratta di vendere tutto o di dismettere tutte le opere, ma di fare un serio discernimento, tenendo lo sguardo ben rivolto a Cristo, le orecchie attente alla sua Parola e alla voce dei poveri. In questo modo le nostre opere possono, al tempo stesso, essere feconde per il cammino dell’istituto ed esprimere la predilezione di Dio per i poveri».

«Tutto questo – riprende il vescovo di Roma – comporta ripensare l’economia, attraverso un’attenta lettura della Parola di Dio e della storia. Ascoltare il sussurro di Dio e il grido dei poveri, dei poveri di sempre e dei nuovi poveri; comprendere che cosa il Signore chiede oggi».

Facendo, spiega Bergoglio, anche delle scelte. «In certi casi, il discernimento potrà suggerire di mantenere in vita un’opera che produce perdite – stando bene attenti a che queste non siano generate da incapacità o da imperizia – ma ridà dignità a persone vittime dello scarto, deboli e fragili: i nascituri, i più poveri, gli anziani malati, i disabili gravi.Può darsi che il discernimento suggerisca di ripensare un’opera, che forse è diventata troppo grande e complessa, ma possiamo allora trovare forme di collaborazione con altri istituti o forse trasformare l’opera stessa in modo che questa continui, seppure con altre modalità, come opera della Chiesa». Un discernimento specifica il Papa, che, sa anche porsi «controcorrente perché si serve del denaro e non serve il denaro per nessun motivo, neppure quello più giusto e santo».

Ma ripensare l’economia richiede anche competenze e capacità specifiche. «Anche qui siamo di fronte ad una sfida educativa, che non può lasciare fuori i consacrati. Una sfida che certo in primo luogo tocca gli economi e coloro che sono coinvolti in prima persona nelle scelte dell’istituto. A costoro è richiesta la capacità di essere astuti come i serpenti e semplici come le colombe (cfr Mt 10,16). E l’astuzia cristiana permette di distinguere fra un lupo e una pecora, perché tanti sono i lupi travestiti da pecore, soprattutto quando ci sono i soldi in gioco!»

Gli stessi istituti di vita consacrata non sono esenti da alcuni rischi. «Quanti consacrati – si chiede Francesco – continuano ancora oggi a pensare che le leggi dell’economia sono indipendenti da ogni considerazione etica? Quante volte la valutazione sulla trasformazione di un’opera o la vendita di un immobile è vista solo sulla base di un’analisi dei costi-benefici e valore di mercato? Dio ci liberi dallo spirito di funzionalismo e dal cadere nella trappola dell’avarizia! Inoltre, dobbiamo educarci ad una austerità responsabile. Non basta aver fatto la professione religiosa per essere poveri. Non basta trincerarmi dietro l’affermazione che non possiedo nulla perché sono religioso, religiosa, se il mio istituto mi permette di gestire o godere di tutti i beni che desidero, e di controllare le Fondazioni civili erette per sostenere le opere proprie, evitando così i controlli della Chiesa. L’ipocrisia dei consacrati che vivono da ricchi – conclude il Papa – ferisce le coscienze dei fedeli e danneggia la Chiesa».

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