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Il papa e i giovani. Un “vocabolario della speranza”

Abbiamo potuto imparare, nel tempo, che il papa ha il profilo e la statura del “pastore”, capace di interagire empaticamente con il Popolo di Dio

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Si rimane incantati a scorrere, con il giusto tempo e una buona disposizione del cuore, i discorsi e le omelie di papa Francesco, pronunciati durante la Giornata Mondiale della Gioventù (GMG), a Panama.

Abbiamo potuto imparare, nel tempo, che il papa ha il profilo e la statura del “pastore”, capace di interagire empaticamente con il Popolo di Dio, non solo attraverso il contatto fisico, ma soprattutto con un linguaggio caldo, fatto di frasi brevi, di “parole-chiave” e soprattutto di un tocco che raggiunge il cuore. Si ha la percezione di trovarsi dinanzi a una parola che abbraccia la complessità della realtà senza argomentazioni astratte o fittizie, suscitando domande, inquietando il cuore, innescando la gioia di un’attesa.

Nell’occasione dell’ultima GMG, il papa ha coniato un vero e proprio “vocabolario della speranza”, che rappresenterà un punto di non ritorno del suo rapporto con i giovani e del dialogo tra la Chiesa e le nuove generazioni.

Grazia e rischio

Nella Via Crucis celebrata con i giovani, papa Francesco ha esordito con una frase breve, chiara e particolarmente incisiva: «Camminare con Gesù sarà sempre una grazia e un rischio».

Il tema della vocazione cristiana e della sequela sono impregnate qui di realismo evangelico. Come nella predicazione di Gesù e nell’esperienza di vita dei discepoli, si fa emergere l’incontro tra l’iniziativa di Dio e il terreno variegato della storia umana; non potrà mai essere tutto grazia, tutto luce, tutto chiaro. Non esiste presenza del Signore che non sia accompagnata dalla notte della sua assenza. Non c’è grano senza zizzania.

E ciò, non dipende solo dalla fragilità umana, ma è connaturale al fatto che la Parola si fa carne: entra cioè, nei limiti della storia e nella storia dei nostri limiti. L’iniziativa di Dio che ci chiama e si fa presente è grazia e consolazione, ma essa incontra le resistenze di un mondo, una cultura, una pulsione avversa che abita la storia così come i nostri cuori.

Perciò, il Regno ha le sue esigenze di lotta e di rinuncia, è adatto a «chi non si volge indietro» ed è fatto per chi rinuncia alle «tane delle volpi» e ai «nidi degli uccelli». Ma resta sempre grazia. Di presenza, di consolazione, di gioia senza fine, che riempie il cuore.

Compassione

Il papa non ha perso occasione, neanche stavolta, per ribadire un motivo dominante del suo magistero: in Gesù, Dio si è fatto “cammino” e percorre ancora oggi le nostre strade, visitando gli angoli oscuri della nostra umanità ferita e le tenebre della nostra storia. Egli passa, si ferma con compassione, ascolta il nostro grido e ci guarisce. Invitandoci, così, a vivere la fede fuggendo l’intimismo, ma un intimismo che partecipando alla storia di Dio e – con la sua stessa compassione – a quella dei fratelli.

Il cammino di Gesù verso il Calvario, dunque, continua: «Egli cammina, soffre in tanti volti che soffrono per l’indifferenza soddisfatta e anestetizzante della nostra società, società che consuma e che si consuma, che ignora e si ignora nel dolore dei suoi fratelli. Anche noi tuoi amici, o Signore, ci lasciamo prendere dall’apatia, dall’immobilismo. Non poche volte il conformismo ci ha sconfitto e paralizzato. È stato difficile riconoscerti nel fratello che soffre: abbiamo distolto lo sguardo, per non vedere; ci siamo rifugiati nel rumore, per non sentire; ci siamo tappati la bocca, per non gridare».

Parole forti, commoventi e al contempo dure come macigni contro l’indifferenza, l’anestesia del cuore, l’apatia, il conformismo. E, ancora, contro la tentazione di sempre: «Sempre la stessa tentazione. È più facile e “paga di più” essere amici nella vittoria e nella gloria, nel successo e nell’applauso; è più facile stare vicino a chi è considerato popolare e vincente. Com’è facile cadere nella cultura del bullismo, delle molestie, dell’intimidazione, dell’accanimento su chi è debole!».

Diventare “influencer” e abbracciare la vita

Nella veglia con i giovani, il papa parla di una grande storia d’amore a cui Dio vuole farci partecipare. In fondo, questa è la vita che Gesù vuole darci, dicendo di “si” – Lui per primo – alla nostra vita.

Così – continua Francesco – «sorprese Maria e la invitò a far parte di questa storia d’amore. Senza dubbio la giovane di Nazaret non compariva nelle “reti sociali” dell’epoca, lei non era una influencer, però senza volerlo né cercarlo è diventata la donna che ha avuto la maggiore influenza nella storia».

Un vero e proprio capovolgimento di prospettiva rispetto a una visione che ritiene “influenti” coloro che possiedono molti mezzi e beni, chi naviga nella furbizia, a chi preferisce lasciare le cose come stanno, o coloro che hanno il vantaggio di poter fare, nel mondo e nella società, «la voce grossa». Nella storia di Dio, che si intreccia con la nostra, l’influenza è data invece a chi, pur nel silenzio anonimo di Nazareth, si mette in gioco e abbraccia la vita insieme a Dio.

Anche qui l’insegnamento papale esprime una spiritualità profondamente umana: dobbiamo avere «il coraggio di abbracciare la vita come viene, con tutta la sua fragilità e piccolezza e molte volte persino con tutte le sue contraddizioni e mancanze di senso […]. Abbracciare la vita si manifesta anche quando diamo il benvenuto a tutto ciò che non è perfetto, a tutto quello che non è puro né distillato, ma non per questo è meno degno di amore».

La “stanchezza della speranza” e “l’adesso di Dio”

L’apice della bellezza di questi discorsi del papa durante l’ultima GMG riguardano la samaritana e l’inizio della missione di Gesù nella Sinagoga.

Il primo brano è evocato per parlare ai consacrati, ai sacerdoti e ai membri dei gruppi laicali Gesù è stanco e, per questo, sotto il sole cocente di mezzogiorno deve fermarsi. Noi siamo ossessionati dall’efficienza – afferma il papa – ma il vangelo ci fa vedere anche le fatiche del Signore e il suo bisogno di fermarsi.

Ma – avverte il papa coniando un’altra espressione di notevole spessore – «da un po’ di tempo a questa parte non sono poche le volte in cui pare essersi installata nelle nostre comunità una sottile specie di stanchezza, che non ha niente a che vedere con quella del Signore. E qui dobbiamo fare attenzione. Si tratta di una tentazione che potremmo chiamare la stanchezza della speranza. Quella stanchezza che nasce quando – come nel Vangelo – i raggi del sole cadono a piombo e rendono le ore insopportabili, e lo fanno con un’intensità tale da non permettere di avanzare o di guardare avanti. Come se tutto diventasse confuso […]. È una stanchezza paralizzante. Nasce dal guardare avanti e non sapere come reagire di fronte all’intensità e all’incertezza dei cambiamenti che come società stiamo attraversando».

Con un sano realismo, papa Bergoglio non “fugge” il peso della fatica che, soprattutto per i preti e i religiosi – nasce dalla frustrazione di un lavoro pastorale che produce spesso scarsi risultati e di un annuncio evangelico che, nel mondo odierno, trova sempre minore ospitalità. Egli sa che questa stanchezza pesa, ma avverte che può paralizzarci e farci cadere nel pessimismo sterile, facendoci diventare pozzi disseccati. Dobbiamo invece aprire «la porta della nostra stanca speranza per tornare senza paura al pozzo fondante del primo amore, quando Gesù è passato per la nostra strada, ci ha guardato con misericordia, ci ha scelto e ci ha chiesto di seguirlo».

Infine, nella Messa conclusiva, il papa si sofferma sulla fine del Vangelo, quando Gesù afferma: «Oggi si è compiuta questa parola che voi avete ascoltato». E consegna ai giovani un messaggio straordinario, che invita a non rimandare la vita: voi siete l’adesso di Dio.

Se Gesù rivela «l’adesso di Dio» in cui la Parola si compie, anche noi dobbiamo iniziare a pensare che la nostra vita non è solo una promessa futura, restando in «sala d’attesa» e impacchettando il domani in modo garantito, ben assicurato e finto. Al contrario, dobbiamo correre il rischio di uscire dalla tranquillità e realizzare il sogno di Dio: «La vita è oggi. Nessuno ti può promettere un giorno del domani: la tua vita è oggi, il tuo metterti in gioco è oggi, il tuo spazio è oggi. Come stai rispondendo a questo? Voi, cari giovani, non siete il futuro. Ci piace dire: “Voi siete il futuro…”. No, siete il presente! Non siete il futuro di Dio: voi giovani siete l’adesso di Dio! […]. Non domani, adesso, perché lì, adesso, dov’è il tuo tesoro, lì c’è anche il tuo cuore (cf. Mt 6,21); e ciò che vi innamora conquisterà non solo la vostra immaginazione, ma coinvolgerà tutto […]. Sentite di avere una missione e innamoratevene, e da questo dipenderà tutto».

Così è papa Francesco. Apostolo innamorato che trasmette la gioia del Vangelo con la passione di chi è capace di farti finalmente alzare dalla comoda poltrona della abitudini e del «si è sempre fatto così». Egli consegna, ai giovani e a tutti, un vocabolario della speranza e della tenerezza, che ci spinge ad abbracciare la vita con coraggio.

Originale: Settimana News
Redazionehttps://www.spesalvi.it
SpeSalvi.it | Cultura e Informazione cattolica

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Il papa e i giovani. Un “vocabolario della speranza”

Abbiamo potuto imparare, nel tempo, che il papa ha il profilo e la statura del “pastore”, capace di interagire empaticamente con il Popolo di Dio

  

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Si rimane incantati a scorrere, con il giusto tempo e una buona disposizione del cuore, i discorsi e le omelie di papa Francesco, pronunciati durante la Giornata Mondiale della Gioventù (GMG), a Panama.

Abbiamo potuto imparare, nel tempo, che il papa ha il profilo e la statura del “pastore”, capace di interagire empaticamente con il Popolo di Dio, non solo attraverso il contatto fisico, ma soprattutto con un linguaggio caldo, fatto di frasi brevi, di “parole-chiave” e soprattutto di un tocco che raggiunge il cuore. Si ha la percezione di trovarsi dinanzi a una parola che abbraccia la complessità della realtà senza argomentazioni astratte o fittizie, suscitando domande, inquietando il cuore, innescando la gioia di un’attesa.

Nell’occasione dell’ultima GMG, il papa ha coniato un vero e proprio “vocabolario della speranza”, che rappresenterà un punto di non ritorno del suo rapporto con i giovani e del dialogo tra la Chiesa e le nuove generazioni.

Grazia e rischio

Nella Via Crucis celebrata con i giovani, papa Francesco ha esordito con una frase breve, chiara e particolarmente incisiva: «Camminare con Gesù sarà sempre una grazia e un rischio».

Il tema della vocazione cristiana e della sequela sono impregnate qui di realismo evangelico. Come nella predicazione di Gesù e nell’esperienza di vita dei discepoli, si fa emergere l’incontro tra l’iniziativa di Dio e il terreno variegato della storia umana; non potrà mai essere tutto grazia, tutto luce, tutto chiaro. Non esiste presenza del Signore che non sia accompagnata dalla notte della sua assenza. Non c’è grano senza zizzania.

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E ciò, non dipende solo dalla fragilità umana, ma è connaturale al fatto che la Parola si fa carne: entra cioè, nei limiti della storia e nella storia dei nostri limiti. L’iniziativa di Dio che ci chiama e si fa presente è grazia e consolazione, ma essa incontra le resistenze di un mondo, una cultura, una pulsione avversa che abita la storia così come i nostri cuori.

Perciò, il Regno ha le sue esigenze di lotta e di rinuncia, è adatto a «chi non si volge indietro» ed è fatto per chi rinuncia alle «tane delle volpi» e ai «nidi degli uccelli». Ma resta sempre grazia. Di presenza, di consolazione, di gioia senza fine, che riempie il cuore.

Compassione

Il papa non ha perso occasione, neanche stavolta, per ribadire un motivo dominante del suo magistero: in Gesù, Dio si è fatto “cammino” e percorre ancora oggi le nostre strade, visitando gli angoli oscuri della nostra umanità ferita e le tenebre della nostra storia. Egli passa, si ferma con compassione, ascolta il nostro grido e ci guarisce. Invitandoci, così, a vivere la fede fuggendo l’intimismo, ma un intimismo che partecipando alla storia di Dio e – con la sua stessa compassione – a quella dei fratelli.

Il cammino di Gesù verso il Calvario, dunque, continua: «Egli cammina, soffre in tanti volti che soffrono per l’indifferenza soddisfatta e anestetizzante della nostra società, società che consuma e che si consuma, che ignora e si ignora nel dolore dei suoi fratelli. Anche noi tuoi amici, o Signore, ci lasciamo prendere dall’apatia, dall’immobilismo. Non poche volte il conformismo ci ha sconfitto e paralizzato. È stato difficile riconoscerti nel fratello che soffre: abbiamo distolto lo sguardo, per non vedere; ci siamo rifugiati nel rumore, per non sentire; ci siamo tappati la bocca, per non gridare».

Parole forti, commoventi e al contempo dure come macigni contro l’indifferenza, l’anestesia del cuore, l’apatia, il conformismo. E, ancora, contro la tentazione di sempre: «Sempre la stessa tentazione. È più facile e “paga di più” essere amici nella vittoria e nella gloria, nel successo e nell’applauso; è più facile stare vicino a chi è considerato popolare e vincente. Com’è facile cadere nella cultura del bullismo, delle molestie, dell’intimidazione, dell’accanimento su chi è debole!».

Diventare “influencer” e abbracciare la vita

Nella veglia con i giovani, il papa parla di una grande storia d’amore a cui Dio vuole farci partecipare. In fondo, questa è la vita che Gesù vuole darci, dicendo di “si” – Lui per primo – alla nostra vita.

Così – continua Francesco – «sorprese Maria e la invitò a far parte di questa storia d’amore. Senza dubbio la giovane di Nazaret non compariva nelle “reti sociali” dell’epoca, lei non era una influencer, però senza volerlo né cercarlo è diventata la donna che ha avuto la maggiore influenza nella storia».

Un vero e proprio capovolgimento di prospettiva rispetto a una visione che ritiene “influenti” coloro che possiedono molti mezzi e beni, chi naviga nella furbizia, a chi preferisce lasciare le cose come stanno, o coloro che hanno il vantaggio di poter fare, nel mondo e nella società, «la voce grossa». Nella storia di Dio, che si intreccia con la nostra, l’influenza è data invece a chi, pur nel silenzio anonimo di Nazareth, si mette in gioco e abbraccia la vita insieme a Dio.

Anche qui l’insegnamento papale esprime una spiritualità profondamente umana: dobbiamo avere «il coraggio di abbracciare la vita come viene, con tutta la sua fragilità e piccolezza e molte volte persino con tutte le sue contraddizioni e mancanze di senso […]. Abbracciare la vita si manifesta anche quando diamo il benvenuto a tutto ciò che non è perfetto, a tutto quello che non è puro né distillato, ma non per questo è meno degno di amore».

La “stanchezza della speranza” e “l’adesso di Dio”

L’apice della bellezza di questi discorsi del papa durante l’ultima GMG riguardano la samaritana e l’inizio della missione di Gesù nella Sinagoga.

Il primo brano è evocato per parlare ai consacrati, ai sacerdoti e ai membri dei gruppi laicali Gesù è stanco e, per questo, sotto il sole cocente di mezzogiorno deve fermarsi. Noi siamo ossessionati dall’efficienza – afferma il papa – ma il vangelo ci fa vedere anche le fatiche del Signore e il suo bisogno di fermarsi.

Ma – avverte il papa coniando un’altra espressione di notevole spessore – «da un po’ di tempo a questa parte non sono poche le volte in cui pare essersi installata nelle nostre comunità una sottile specie di stanchezza, che non ha niente a che vedere con quella del Signore. E qui dobbiamo fare attenzione. Si tratta di una tentazione che potremmo chiamare la stanchezza della speranza. Quella stanchezza che nasce quando – come nel Vangelo – i raggi del sole cadono a piombo e rendono le ore insopportabili, e lo fanno con un’intensità tale da non permettere di avanzare o di guardare avanti. Come se tutto diventasse confuso […]. È una stanchezza paralizzante. Nasce dal guardare avanti e non sapere come reagire di fronte all’intensità e all’incertezza dei cambiamenti che come società stiamo attraversando».

Con un sano realismo, papa Bergoglio non “fugge” il peso della fatica che, soprattutto per i preti e i religiosi – nasce dalla frustrazione di un lavoro pastorale che produce spesso scarsi risultati e di un annuncio evangelico che, nel mondo odierno, trova sempre minore ospitalità. Egli sa che questa stanchezza pesa, ma avverte che può paralizzarci e farci cadere nel pessimismo sterile, facendoci diventare pozzi disseccati. Dobbiamo invece aprire «la porta della nostra stanca speranza per tornare senza paura al pozzo fondante del primo amore, quando Gesù è passato per la nostra strada, ci ha guardato con misericordia, ci ha scelto e ci ha chiesto di seguirlo».

Infine, nella Messa conclusiva, il papa si sofferma sulla fine del Vangelo, quando Gesù afferma: «Oggi si è compiuta questa parola che voi avete ascoltato». E consegna ai giovani un messaggio straordinario, che invita a non rimandare la vita: voi siete l’adesso di Dio.

Se Gesù rivela «l’adesso di Dio» in cui la Parola si compie, anche noi dobbiamo iniziare a pensare che la nostra vita non è solo una promessa futura, restando in «sala d’attesa» e impacchettando il domani in modo garantito, ben assicurato e finto. Al contrario, dobbiamo correre il rischio di uscire dalla tranquillità e realizzare il sogno di Dio: «La vita è oggi. Nessuno ti può promettere un giorno del domani: la tua vita è oggi, il tuo metterti in gioco è oggi, il tuo spazio è oggi. Come stai rispondendo a questo? Voi, cari giovani, non siete il futuro. Ci piace dire: “Voi siete il futuro…”. No, siete il presente! Non siete il futuro di Dio: voi giovani siete l’adesso di Dio! […]. Non domani, adesso, perché lì, adesso, dov’è il tuo tesoro, lì c’è anche il tuo cuore (cf. Mt 6,21); e ciò che vi innamora conquisterà non solo la vostra immaginazione, ma coinvolgerà tutto […]. Sentite di avere una missione e innamoratevene, e da questo dipenderà tutto».

Così è papa Francesco. Apostolo innamorato che trasmette la gioia del Vangelo con la passione di chi è capace di farti finalmente alzare dalla comoda poltrona della abitudini e del «si è sempre fatto così». Egli consegna, ai giovani e a tutti, un vocabolario della speranza e della tenerezza, che ci spinge ad abbracciare la vita con coraggio.

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